"Rientro dolce" e Africa: due articoli di Carlo Troilo Stampa E-mail

Da "Huffington Post" (28/09/2017)

Il "rientro dolce”, la via giusta per ridurre il boom demografico dell’Africa?

di Carlo Troilo 

Nel dibattito politico culturale sul tema dell'immigrazione, mi sembra molto poco presente una delle ragioni principali che negli ultimi anni ha aggravato la situazione e che minaccia di renderla ancor più ingovernabile in futuro: il boom demografico dell'Africa.

Solo di tanto in tanto i giornali riprendono le notizie delle associazioni internazionali ma la politica e l'opinione pubblica non sembrano dare a questa drammatica realtà l'importanza che essa merita e subito tornano alle polemiche sulle scelte effettuate dall'Europa – da Mare Nostrum a Triton – e sui comportamenti dei diversi paesi europei.

Circoscrivo il discorso all'Africa perché è soprattutto da quel continente che giungono gli immigrati diretti in Europa.

E parto da un dato dell'Onu, recentemente ribadito da altre fonti.

Mentre in Europa, nelle Americhe e persino in Asia la popolazione si manterrà stabile o addirittura in lieve calo, l'Africa, che ha oggi poco più di un miliardo di abitanti, ne avrà più del doppio (2,4 miliardi) nel 2050 e quattro volte tanto (4,2 miliardi) a fine secolo. Fino a oltre metà secolo, mezzo milione di persone, per più di metà dai paesi al di sotto del Sahara, abbandonerà, ogni anno, il continente. In Nigeria, in viaggio verso il miliardo di abitanti, la densità di popolazione - oggi di duecento persone circa per chilometro quadrato, a livello dell'Italia - dovrebbe passare a un incredibile 989 persone per chilometro quadrato. È inevitabile che questa pressione si riversi all'esterno. Ed è ovvio che la distinzione fra profughi e migranti economici costituirà sempre meno un valido discrimine.

Nella lista mondiale dei paesi dove si fanno più figli, i primi 15 sono tutti africani. Sono 26 le nazioni del continente che nel giro dei prossimi trent'anni vedranno raddoppiata la propria popolazione. Secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, alla fine del secolo metà dei bambini del mondo (sotto i 14 anni) saranno africani.

Dinanzi a questi dati, assolutamente sconvolgenti, sorprende il fatto che praticamente nessuno dei grandi paesi ponga al centro del dibattito il problema di un freno da porre all'incremento demografico, con l'intervento attivo delle organizzazioni internazionali, a partire dall'Onu, sui governi dei paesi africani.

Già nel 2001, all'alba del nuovo secolo, Marco Pannella – con la sua straordinaria capacità di uscire dal recinto della realtà italiana e di cogliere i grandi problemi mondiali – iniziò a parlare di "rientro dolce" : una formula che esclude da subito le politiche spietate della Cina ed ogni soluzione violenta.

Non a caso Pannella – e con lui Emma Bonino - che a questi temi ha dedicato e dedica gran parte del suo impegno politico - hanno sempre puntato a un calo della popolazione attraverso la riduzione volontaria della natalità, contrastando le politiche demografiche autoritarie, perché violano le libertà individuali e sono anche meno efficaci di mezzi come l'istruzione, l'emancipazione femminile, l'informazione sessuale, la pianificazione familiare attraverso la contraccezione (il cui uso dovrebbe essere incoraggiato dai mass media), la riduzione della mortalità infantile.

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Da "Micromega" (03/05/2017)

La strage annunciata dei bambini (69 milioni entro il 2030), la trincea della contraccezione della Chiesa Cattolica, la casta della FAO

di Carlo Troilo 

Come molte altre mostre fotografiche, anche quella che ho visitato al Palaexpo di Roma (le foto premiate nel 2017 dalla World Press Foto) ha fra i temi più ricorrenti e più drammatici le sofferenze e le morti di bambini nel mondo. Del resto, poche cose hanno commosso il mondo intero come due foto scattate nell’autunno del 2015: quella del bimbo siriano – Aylan, tre anni – morto sulla spiaggia di Bodrum in Turchia, riverso sulla battigia con il viso accarezzato dall’acqua del mare, e quella del soldato che solleva il suo corpicino e lo porta via con delicatezza, quasi a sottrarlo alla vergogna del mondo.
Di recente, il rapporto annuale dell’UNICEF su “la condizione dell’infanzia nel mondo” ha lanciato un allarme agghiacciante: senza interventi organici e massicci, entro il 2030 (data conclusiva degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile) 69 milioni di bambini sotto i 5 anni moriranno per cause prevalentemente prevenibili, 167 milioni di bambini vivranno in povertà, 750 milioni di donne verranno costrette al matrimonio da bambine e oltre 60 milioni di bambini in età da scuola primaria saranno esclusi dalla scuola.

Dinanzi a questo dramma indicibile, ognuno di noi prova indignazione per il sostanziale disinteresse delle grandi potenze e per l’impotenza delle organizzazioni internazionali e tutti vorremmo avere le formule per porre fine, o almeno ridurre drasticamente, questa strage degli innocenti.

E forse ognuno di noi può provare – oltre che con l’impegno individuale del volontariato e di qualche contributo economico – a mettere a fuoco qualcuna delle cause di questo orrore ed a suggerire soluzioni che in qualche misura, anche minima, valgano a salvare qualcuno di questi bimbi che potrebbero essere i nostri figli o i nostri nipoti.

Personalmente, provo a dare un contributo cercando di mettere a fuoco due temi che non sono certo nuovi ma che tuttavia meritano grande attenzione.

Il primo è la politica del "rientro dolce": il calo della popolazione attraverso la riduzione volontaria della natalità. Ricordo che il primo a parlare di “rientro dolce” fu Marco Pannella nel 2001. Ed è un peccato che Pannella ed i Radicali abbiano poi concentrato le loro risorse, purtroppo perennemente scarse, più su altri obiettivi – per quanto importanti come la pena di morte - che su questo. Con la lodevole eccezione della instancabile Emma Bonino.

Non avendo proposte specifiche su altri aspetti di un problema così complesso, mi soffermo sull’atteggiamento della Religione Cattolica in materia di controllo delle nascite, con uno sguardo sulle altre religioni.

Le Chiese protestanti sono più progressiste in materia: in particolare, i Valdesi sono talmente a favore della contraccezione da aver intitolato una loro campagna del 2007 “Un pozzo per l’acqua, un profilattico contro l’AIDS”. La Chiesa Ortodossa non ha mai condannato l’uso di contraccettivi, riconoscendo piena libertà di coscienza in materia sessuale. L’induismo incoraggia alla contraccezione, anche per l’emergenza di una paurosa crescita demografica. Per l’Islam, che non ha posizioni ufficiali in materia, il sesso non ha solo finalità procreative ma anche di piacere (almeno per i maschi). Ed anche gli ebrei sono almeno tolleranti, specie se la contraccezione ha la funzione di preservare la salute delle donne sposate.
Dunque, solo la Chiesa Cattolica condanna in modo assoluto i metodi contraccettivi, ammettendo solo il ricorso ai metodi naturali come l’Ogino Knaus o il Billings.

Quella del Vaticano è una linea da cui nessun Pontefice si allontana. Penso a Giovanni Paolo II, che non ammetteva alcuna eccezione ed “imponeva” ai credenti di non nascondere mai in confessione di avervi fatto ricorso. Penso alla enciclica “Humanae vitae” con cui Paolo VI, nel 1968, ribadì la condanna del controllo delle nascite. E penso a Papa Bergoglio, che si è sempre richiamato, anche in occasione dell’importante Sinodo delle Famiglie, alle norme della “Humanae vitae”. Per Bergoglio il ricorso alla contraccezione è “inaccettabile anche in luoghi con alto tasso di natalità”. Egli cita una sola decisione in materia che sembra disposto a condividere: quella “del grande Paolo VI” che in alcune zone dell’Africa autorizzò le suore – soggette spesso a subire violenza sessuale – a ricorrere agli anticoncezionali.

Anche su questo tema così drammatico Bergoglio non resiste alla tentazione di dar prova del suo umorismo: “Io non dico che i cattolici si devono riprodurre come conigli. Ma possono chiedere ai loro parroci a quali metodi ricorrere, evitando i contraccettivi” (umorismo per umorismo, ricordo che da bambino sentivo spesso i miei genitori che, parlando dei figli di amici con famiglie numerose, chiamavano gli ultimi arrivati “i figli di Ogino e Knaus”).

Naturalmente, sarebbe ipocritica fingere di non sapere che ormai da decenni questo divieto è ignorato da coppie di convinti credenti, che fanno regolarmente ricorso alla contraccezione e che non si sentono nemmeno obbligati a confessare quello che non riescono a considerare un peccato.
Ma è proprio questo l’aspetto che rende più odioso e incomprensibile questo divieto.

Attorno ai 16 anni, vivendo a Milano a due passi dalla Chiesa di San Carlo, ebbi modo di frequentare gli incontri con i giovani condotti da padre Davide Turoldo, una delle più belle figure di prete cattolico (oltre che notevole poeta): “coscienza inquieta della Chiesa”, che non a caso lo emarginò.

Turoldo considerava l’atto sessuale fra due persone che si amano un fatto positivo, anche se non legato al fine della procreazione. Una posizione che invece mi sentii negare nelle poche confessioni della mia vita da preti privi di ogni umanità e che contribuì fortemente a fare di me non solo un non credente ma anche un deciso anticlericale: perché negare il valore di amore all’atto sessuale, che spesso ne è il momento più alto, è semplicemente sciocco e disumano. E mi chiedo come mai la Chiesa insista nel sostenere questi principi, benché essi siano una della cause che contribuiscono a ridurre sempre di più il numero di credenti/praticanti, respinti da una religione così priva di senso di umanità in materia di amore e di sesso.

Ma se nei paesi come il nostro, con un forte fenomeno di denatalità, il divieto di anticoncezionali non può avere conseguenze nefaste, le ha invece nei paesi in cui il boom demografico è una delle cause della miseria, della fame, della necessità di cercare salvezza nella emigrazione.

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