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Mario Marchitti risponde a un articolo di Giorgio Bianco Stampa E-mail

Articolo di Giorgio Bianco pubblicato da ragionpolitica.it e ilpungolo.com

L'INDIA SMENTISCE CLAMOROSAMENTE I CATASTROFISTI

Aveva ragione l’economista liberale David Osterfeld, che in passato abbiamo già avuto modo di citare, nel definire gli allarmismi sulla crescita demografica “il perenne mito della sovrappopolazione”. Di quanto pervicacemente alcuni settori del mondo culturale e politico continuino a rimanere aggrappati a questa fissazione, e della natura giustappunto di vera fissazione, di indiscutibile e dogmatica certezza non sostenuta da prove di nessun genere, e cionondimeno incistatasi in menti per altri versi brillanti ed erudite, si hanno purtroppo dimostrazioni continue: si pensi al successo editoriale di un libro (se così si può definire una raccolta poco organica di editoriali apparsi sulla prima pagina del più diffuso quotidiano italico) come La Terra scoppia di Giovanni Sartori, nonostante suddetta pubblicazione rappresenti un autentico “peso piuma” non solo editoriale (chi lo ha avuto tra le mani sa che è già smilzo di suo, a questo si aggiungano i trucchetti ben noti agli editori come l’uso di caratteri grandi per dare corposità e volume fisico di libro a ciò che, stampato con criteri diversi e più onesti, riuscirebbe nulla di più che un fascicoletto), peso piuma non solo editoriale si diceva, ma soprattutto intellettuale, visto il vuoto pneumatico di argomenti che un collaboratore di “Ideazione” particolarmente provvisto di ragioni e di vigoria polemica ha saputo ben evidenziare, ricevendo dall’interessato nulla di più dell’etichetta, peraltro onorevole, di “giovane e tracotante sciabolatore”, ma di contro-argomenti, manco a dirlo, neanche uno.

Si è detto: menti per altri versi brillanti, come quella del professor Sartori cui nessuno nega autorevolezza di politologo, se ne condividano o meno le posizioni, ma che non si vuole togliere lo sfizio di dottoreggiare in argomenti che non gli competono professionalmente, e sarebbe il meno, ma dei quali dimostra di non avere in ogni caso grande contezza, le quali rendono pessimo servizio a se stesse perpetuando una convinzione, quella dell’eccesso di popolazione e della sua presunta perniciosità, che vista la sua natura apodittica assume la fisionomia di una vera e propria superstizione. Della quale gli ultimissimi officianti sembrano essere gli aderenti a Rientrodolce, un’associazione nata a Torino per iniziativa di un gruppo di radicali a vario titolo e in varia misura legati all’ala più sinistrorsa, antiliberale e statalista del loro partito di riferimento, la quale, rifacendosi apertamente a Malthus, si propone come obiettivo nientemeno che un rientro, giustappunto “dolce”, ovvero senza i tragicamente noti metodi cinesi, della popolazione umana a due miliardi di persone. “L’Esplosione Demografica – si legge sulla home page del loro sito - è stata definita ‘la Madre di Tutte le Tragedie Contemporanee’ perché fame, sete, guerra, povertà, disoccupazione, inquinamento, migrazioni di massa e desertificazione sono ovviamente e strettamente connesse con il drammatico incremento di cinque volte che ha portato l'umanità da 1,2 miliardi nel 1900 a 6 miliardi di persone a fine millennio. Valutando adeguatamente questo incremento dobbiamo essere consapevoli che l'aumento della popolazione umana in un singolo anno, alla fine del secolo scorso, era uguale all'incremento durante il primo Millennio dell'era Cristiana”. Si tratta di un passo oltremodo illuminante, dal momento che rende conto della natura apodittica che, come si è detto, caratterizza con puntualità impressionante tutte le esternazioni dei neomalthusiani.

Si noti, per prima cosa, che il rapporto causale tra “fame, sete, guerra, povertà, disoccupazione” e presunta “sovrappopolazione” è dato come assiomatico, ovvero, come ci conferma il Devoto-Oli, “evidente di per sé, quindi, indiscutibile”. Infatti, già dal primo paragrafo i nostri zelanti ammonitori demografici omettono, nella loro adamantina sicumera, di spiegarci come mai dovremmo rimanere tanto sconvolti dal fatto che i tassi di crescita demografica siano cresciuti in modo così clamoroso rispetto a un paio di millenni fa. Se credono, con questi dati nudi e crudi, di fare impressione a qualcuno, evidentemente fanno finta di non sapere che altri dati possono risultare ancora più eclatanti, senza per questo portare una goccia d’acqua al loro mulino: si pensi, ad esempio, al fatto che la popolazione mondiale nel suo complesso ha conosciuto, soprattutto a partire dal XVIII secolo, un'espansione senza precedenti, ed è cresciuta di sei volte negli ultimi 200 anni. In termini strettamente statistici si può certamente parlare, utilizzando il loro lessico, di “esplosione demografica”. Quello che continua a non essere chiaro, né leggendo i loro scritti, né discutendo personalmente con qualcuno di loro sono le ragioni per cui questo aumento di popolazione sarebbe la causa diretta o indiretta dei problemi che assillano l’umanità. Nessuno di costoro ha mai saputo rispondere in modo sensato a una semplice domanda: qualcuno fra loro si sentirebbe di sostenere che quell’incremento demografico di per sé certamente impressionante abbia lasciato l’umanità in uno stato di povertà e miseria, e che, al contrario il boom demografico non è coinciso con una crescita della produttività, della produzione, della ricchezza, della sanità come mai nella storia dell’uomo? C’è qualcuno fra loro, che come molti altri non radicali si sintonizza quotidianamente su Radio Radicale – la quale ogni settimana non manca di dare spazio al decano del nomalthusianesimo italiano, il professor Gigi De Marchi, ideologo ufficioso dell’associazione Rientrodolce - c’è uno di loro che, di fronte a una constatazione del genere, sarebbe disposto a sostenere che sarebbe meglio ritornare alle condizioni di vita non diciamo del primo millennio dell’era cristiana, ma a quelle di 200, 100, anche 50 anni fa? Sono consapevoli questi democatastrofisti “dolci” del fatto che su questo nostro pianeta tanto più popolato rispetto al passato remoto e anche prossimo, l’uomo vive più a lungo, mangia meglio, produce e consuma di più che in ogni altro tempo della storia? Si sono mai soffermati a riflettere sul fatto che un mondo di circa 6 miliardi di abitanti, pur con tutti i suoi problemi, è più ricco di quello del neolitico? Non hanno proprio mai preso in considerazione il fatto che, dal 1960 ad oggi, la popolazione mondiale è quasi raddoppiata, ma questo non si è tradotto in un disastro, bensì in un generalizzato sviluppo, in un aumento della qualità e delle aspettative medie di vita?

sul loro sito né assistendo ai loro dialoghi è dato sapere se abbiano a disposizione elementi per smentire tutto questo. In compenso, non hanno dubbi sui bersagli contro cui appuntare o loro strali: “Ma, a dispetto del suo impatto di ineguagliabile gravità su tutti i maggiori problemi umani, l'esplosione demografica è stata ignorata durante tutto il secolo scorso, non solo dai leader politici e religiosi ma anche dai loro lacchè nei Dipartimenti di demografia, portando qualche acuto osservatore a concludere che la maggiore tragedia relativamente all'esplosione demografica non è la sua scala ed il suo impatto ma la sua totale negazione da parte dell'establishment politico, religioso e scientifico”. Ammesso e non concesso, ma proprio non concesso, che l“esplosione demografica” sia stata ignorata nel corso del Novecento, come se pubblicazioni tanto diffuse e tanto regolarmente ristampate, e altrettanto regolarmente smentite e screditate dalla storia come quelle di Paul Ehrlich e Lester Brown fossero passate inosservate e non avessero influenzato in misura determinate amplissimi settori dell’opinione pubblica, agli autori di questo “manifesto” sembra proprio sfuggire il ruolo primario che le decisioni degli individui, la maggior parte dei quali appartengono alla “plebe” – cui, a sentire i “rientrodolcisti”, sarebbe stato negato con autoritarismo catto-fascio comunista di entrare in contatto con le tesi dei denatalisti, e di dare più importanza a quelle che alla propria volontà e razionalità - svolgono nella gestione della propria vita familiare. “Sta a vedere che i fessi siamo noi”, avrebbe forse chiosato il Principe partenopeo della risata.

Peccato che ci sia ben poco da ridere, visto che i nostri neomalthusiani dell’ultima generazione sono proprio convinti: “Ora, dopo una repressione di mezzo secolo dovuta alle gerarchie Cristiane ed Islamiche, Fasciste e Comuniste e lo sterminio di massa di mezzo miliardo di bambini condannati a morte, 10 milioni di donne uccise dall'aborto illegale, 200 milioni di giovani uomini uccisi da guerre territoriali e altre incalcolabili moltitudini di uccisi dalla povertà, disoccupazione di massa e genocidi, il problema sovrappopolazione sta nuovamente imponendo alla comunità internazionale il suo profilo opprimente, perché né brillanti economisti né fascinosi ideologi possono spiegare un singolo evidente fatto - es. i soli paesi del Terzo Mondo che hanno sconfitto la povertà, disoccupazione e sottosviluppo sono quelli (Cina, Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong e Singapore) che hanno simultaneamente adottato libero mercato e controllo delle nascite”. Insomma, pare proprio che di tutti i fattori che spingono gli individui a figliare o no – politica, propaganda, religione, istruzione - l’unico a non contare e nulla e risultare irrilevante al punto di non essere neanche nominato, sia la libertà di scelta – fatta di volontà, razionalità, responsabilità – degli individui.

È interessante osservare come in questo passo si riportino gli esempi di vari Paesi, tra cui l’immancabile Cina, ma si ometta (casualmente?) di nominare l’India. In realtà, il sospetto che si tratti di un’omissione non casuale è dettato dal fatto che l’India rappresenta la migliore dimostrazione di come la crescita della popolazione possa benissimo procedere di pari passo con lo sviluppo dell’economia e il miglioramento delle condizioni di vita generali di tutto il subcontinente indiano.

Le fonti a cui attingere per dimostrarlo sono molte, la più recente è costituita dai dati forniti da Piero Gheddo, missionario del PIME, appena diffusi dall’agenzia Greenwatch News: “L’India diventa indipendente il 15 agosto 1947, quasi sessant’anni fa. Gli indiani sono aumentati da 361 milioni a un miliardo e trenta milioni, passando dal 3,2% all’1,9% di aumento annuo. La crescita annua del prodotto interno lordo (Pil) è passata dall’1,3% negli anni Cinquanta al 3,8 negli anni Settanta e al 6,2 negli anni Novanta raggiungendo così l'autosufficienza alimentare, che è la base per ogni sviluppo economico e sociale! La popolazione giudicata ‘sotto il livello minimo di povertà è passata dal 55% nel 1973 (prima era peggio!) al 34% nel 1997. il reddito medio pro capite, parificando il valore della moneta e la capacità di acquisto, da 121 (nel 1951) a 400 dollari. E potrei continuare con le cifre tratte da varie fonti autorevoli. Si noti che l¹India non ha ricchezze naturali (non ha petrolio, né oro, né diamanti) e un territorio che è un terzo di quello cinese: l’India è estesa meno del Sudan ed Etiopia sommate assieme e ha un miliardo e trenta milioni di abitanti, mentre i due paesi africani non arrivano a 80 milioni e sappiamo quanto sono in preda alla fame, all’instabilità politica e alle guerre etniche. L¹India ha più abitanti di tutto il continente africano, che consta di 800 milioni di abitanti, in un territorio che è circa un decimo di quello africano; e quasi tre volte gli abitanti del Sud America, che totalizza 400 milioni di abitanti, in un territorio che è circa un quarto di quello sudamericano (il Brasile è due volte e mezzo più vasto dell’India)! Negli anni Cinquanta del novecento l'India importava 2,1 milioni di tonnellate di prodotti agricoli l’anno (1951), oggi esporta cibo in Medio Oriente, Africa e, fino a qualche anno fa, anche in URSS e nei paesi dell’Europa orientale. Le riserve statali indiane di grano sono sui 40 milioni di tonnellate, sufficienti per non far temere un'altra carestia come l’ultima grande carestia nazionale del 1966”.

L’omissione di cui si parla appare tanto più singolare se si tiene presente che sono in gioco considerazioni di carattere politico, cui i radicali per la loro storia non dovrebbero essere indifferenti, che differenziano l’India dalla Cina. Per esempio, l'India ha saputo mantenere la democrazia, la libertà di stampa e libertà religiosa nonostante i problemi causati da conflitti interni tra estremisti induisti e islamici. Nel campo dell’energia l’India ha programmato la realizzazione di 12 reattori nucleari di grande potenza, alcuni dei quali già in costruzione. Ancora: il Paese sforna la bellezza di 260 mila ingegneri l’anno, i quali escono tutti dai politecnici di eccellenza fondati circa mezzo secolo fa, fra il 1950 e il 1963. Si chiamano Indian Institute of Technology (ITT) perché furono creati sul modello del prestigioso MIT, l’americano Massachussetts Institute of Technology, da cui sono usciti decine di Premi Nobel statunitensi e migliaia di brevetti americani.
Eccole, le “ovvie” conseguenze dell’espansione demografica. E tuttavia, imperterriti, i profeti del “rientro dolce” si domandano: “come possiamo ottenere un rapido controllo della popolazione senza adottare le politiche coercitive della Cina? Ancora una volta la psicologia, e la psicologia motivazionale in particolare, possono offrire una valida risposta, come studi Italiani specializzati hanno persuasivamente mostrato. Comunque, questa risposta, così come tutte le misure per il controllo delle nascite, deve essere sostenuta politicamente dai Governi democratici attraverso la subordinazione d'ogni tipo d'aiuto economico e sociale, a favore dei paesi del Terzo Mondo, all'adozione di politiche per il controllo delle nascite”. In che modo tutto questo, ipotizzando che sia auspicabile, sia anche realizzabile senza fare ricorso a misure di plateale violenza, ma con quelle più subdole dell’eugenetica, delle sterilizzazioni all’insaputa degli interessati, del massiccio ricorso all’aborto, come è avvenuto per decenni in Svezia e altri Paesi scandinavi (si legga, al proposito, L’utopia eugenetica del welfare state svedese di Luca Dotti, ed. Rubbettino) o comunque attraverso una sistematica e deliberata omissione della verità, cosa che questo manipolo di neomalthusiani coagulatosi all’ombra della Mole Antonelliana, ma che per faro illuminante ha l’immarcescibile professor De Marchi, sta già ampiamente mettendo in pratica, non è dato sapere.

In conclusione, il punto più importante, senza il quale tutto ciò che precede sarebbe soltanto una sequela di chiacchiere inutili: nessuno, signori di Rientrodolce e professor De Marchi, può arrogarsi il diritto di dire a un altro quanti figli può mettere al mondo. Si provi a dimostrare il contrario continuando a ritenere di potersi definire “libertari”.
bianco@ragionpolitica.it

RISPOSTA DI MARIO MARCHITTI

Questa è stata la mia risposta a Giorgio Bianco, che però RagionPolitica non ha pubblicato.

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Giorgio Bianco ha scritto, sul sito RagionPolitica.it, collegato a Forza Italia, un articolo di critica alle tesi dell'associazione RientroDolce,
http://www.ragionpolitica.it/testo.4144.html. Sento il dovere, in quanto presidente, di rispondere a Bianco. Premetto che l'associazione ha orientamenti in politica economica alquanto eterogenei, che vanno dal libbberismo più estremo (con tante b appunto) al socialismo più trinariciuto, che molti ritengono alberghi nella mia mente e nei miei pensieri. Ciò che unisce gli associati di RientroDolce è la preoccupazione per l'eccessiva pressione demografica coniugata al dogma della crescita del prodotto che tutti gli economisti e tutti i politici si prefiggono come obiettivo delle loro teorie e delle loro azioni.

Prima di proseguire voglio invitare Giorgio Bianco, iscritto alla lista telematica di RientroDolce, a una maggiore correttezza alle prossime occasioni, e di recapitare ai diretti interessati il testo dei suoi scritti.

E comincio dalla coda dell'intervento di Bianco, per chiarire, visto che il nostro gioca agli equivoci, che nessuno, ma proprio nessuno, dentro RientrDolce pensa di intromettersi nelle decisioni delle coppie: se fare un figlio o dieci. Risalendo l'intervento di Bianco, e sorvolando sugli epiteti che ci indirizza, scopriamo che il nostro insinua l'inefficacia di una politica denatalista. In effetti l'osservazione ci può anche stare visto che neanche la politica natalista (con tutti gli inviti a fare più figli e con il regalo di 1000 euro che il nostro governo generosamente concede ai nuovi nati) sortisce effetti rimarchevoli. Il fatto è che gli italiani avevano già deciso, autonomamente, di decrescere; mentre l'attuale aumento di popolazione è dato dall'ingresso degli immigrati. Spero di nuovo che Bianco su questo non voglia continuare con il suo gioco agli equivoci, con insinuazioni di razzismo o di xenofobia rivolti a RientroDolce.

Ma veniamo al punto centrale dell'intervento di Bianco: la correlazione fra povertà o ricchezza e sovrappopolazione o spopolazione. Gli ingenui sillogismi che si fanno da un parte e dall'altra a favore delle proprie tesi provengono dalla scelta dei dati fra diverse epoche e diversi luoghi geografici. Bianco comunque poteva evitarsi la fatica di riportarci le cifre di una nazione così lontana da noi e abbastanza sconosciuta ai più. Invece di andare in India poteva rimanere in Italia o, se proprio voleva andare oltre Chiasso, poteva fermarsi in Olanda, la nazione forse più densamente popolata e che presenta una ricchezza procapite fra le più cospicue. Oppure poteva andare in Bulgaria per verificare il contrario: la nazione in Europa meno densamente popolata e che è fra le più povere. Una delle ingenuità consiste nel partire da un dato statico e forzare un dinamismo, consiste anche nel prendere come paradigma una situazione particolare e generalizzarla: come se, per giudicare la salute fisica di un adulto si prendesse come paradigma l'evoluzione di un corpo giovane. Un'altra ingenuità è l'affidarsi ai dati econometrici macroscopici e di ignorare le condizioni territoriali di una nazione lontana da noi; perché certi indicatori sono troppo restrittivi, come ad esempio il reddito procapite o il PIL, perchè in un territorio a bassa intensità di merci, e quindi con scarsa circolazione monetaria, possono anche esservi condizioni di vita relativamente agevoli; al contrario, con l'introduzione di industrie e commerci si può aumentare nominalmente il reddito, ma distruggere la qualità di vita. Del resto la moneta è apparsa in Lidia verso il VI-VII secolo avanti Cristo, ma prima vi erano state fiorenti civiltà , quali quella micenea e minoica, senza moneta, con sistemi di equivalenze, che ci hanno tramandato culture e mitologie strepitose. Oppure, in epoca più recente, come si possono giudicare gli entusiasmi dei più grandi antropologi (Claude Lèvi Strauss, Carl Gustav Jung, Bronislaw Malinowsky) verso certe popolazioni rimaste ferme rispetto al nostro supposto progresso? E, visto che abbiamo simpatie per i radicali, ci siamo dimenticati delle parole di Pier Paolo Pasolini su questo tipo di sviluppo che la cultura e la società cerca di introiettarci?

E poi smettiamola con la storia della speranza di vita che è sempre cresciuta. La maggior parte dei filosofi al tempo di Socrate e Platone sono vissuti per più di settant'anni, solo Aristotele, poverino, si è fermato a 62 anni. E non è che all'epoca i filosofi godessero di particolari privilegi, anzi, visto il trattamento riservato a Socrate! Il fatto è che la storia non si è evoluta linearmente: al contrario vi sono state civiltà strepitose e secoli bui. Lewis Mumford (di cui Bruno Zevi era profondo estimatore) studiando l'urbanistica di Pompei e confrontandola con quella delle città nord americane del primo novecento era giunto alla conclusione che i romani di quell'epoca vivevano molto meglio.

La tesi di RientroDolce pertanto non riguarda una generica relazione fra popolazione e qualità della vita nell’arco della storia umana. (Chi nutre interessi in tal senso può fare riferimento agli studi di Pierre Vilar e Charles Kindleberger, fra i maggiori storici dell’economia e della moneta. E se avete pazienza fra qualche settimana invierò al responsabile telematico di RientroDolce gli studi e gli articoli di questi economisti) Più modestamente RientroDolce guarda alla generale situazione attuale – e io soprattutto a quella italiana – e cerca di interpretare certi segnali che si stanno producendo qui e ora, soprattutto in riferimento alla questione ambientale e delle risorse, in special modo il petrolio.

Ci si accusa di essere catastrofisti, millenaristi e cassandre; e non ci si avvede che alcuni disastri ci sono già stati, proprio sotto i nostri occhi (e forse per questo che non li vediamo), come ad esempio la scomparsa del paesaggio urbano e rurale e il proliferare delle periferie da ghetto, da urlo (vedi Parigi, ma vedi anche la nostra Torino che ha perso un’occasione epocale per riqualificarsi urbanisticamente e l’ha sprecata per fare posto agli alveari dei nuovi palazzinari, come nella Spina 3). Qui non è solo questione di sensiblerie personale. Anni fa il nostro maggiore scrittore, Alberto Arbasino, anche parlamentare a fianco di Spadolini, Visentini e La Malfa, scrisse I Viaggi Perduti, dove si legge: «Ecco i nostri viaggi perduti. Questi sono gli itinerari e le spedizioni che avremmo tanto amato fare, e che – con immenso rimpianto, immensa nostalgia – non si potranno fare mai più, perché i luoghi sono profondamente mutati, anche se qualche monumento appare intatto. L’“aura” è svanita, il contesto è devastazione, e sovrapopolazione; e un’edilizia generica, pressoché identica e nata cadente ovunque, soffoca e nanifica i siti più monumentali e più illustri, ormai sommersi dalle costruzioni in “economia” e avvolti dal traffico.

…………

«Un itinerario di Viaggi Perduti potrebbe incominciare naturalmente da un’Italia ancora bellissima, com’era fino a poco tempo fa, e ancora stupendamente “vuota”: il fascino fermo di quelle vie magari abbastanza immutate, in città che conosciamo anche bene, però sgombre di vetture e di folle, sospese e raggianti d’una grazia attonita, “metafisica”, rigore e nettezza di lineamenti, non lordati da arredi e detriti urbani».

Certamente Arbasino non può essere associato alla sinistra ecologista e no global, è sicuramente un viaggiatore intelligente, attento, e uno dei testimoni più attendibili che abbiamo. Ed ecco l’incipit di un altro suo libro, Fantasmi Italiani: «I grandi malori italiani contemporanei derivano da quei due grandi flagelli che sono la sovrappopolazione selvaggia e il linguaggio alienato. Cioè, precisamente, un “discorso” soltanto astratto che corrisponde a un pensiero soltanto teorico, e uno scervellato prolifichio in un territorio ristretto con risorse in diminuzione, dove i più non sanno mai cosa stanno dicendo, né come daranno da mangiare ai propri figli, e dove però ciascuno (benché smentito continuamente dai fatti) si ritiene eccezionalmente “dritto”, lui solo, ritenendo tutti gli altri eccezionalmente “coglioni”».

Un altro testimone per quanto riguarda i dati più attinenti alle condizioni del territorio naturale è sicuramente Walter Bonatti, il più grande alpinista di tutti i tempi fino a 35 anni, e poi grandissimo esploratore e scrittore (Montagne di una Vita, In Terre Lontane). Negli ultimi anni non ha smesso di denunciare gli sfasci e gli scatafasci di una industrializzazione perversa, di un falso progresso. (Qualche settimana fa nel massiccio del Bianco è proprio crollato a causa dell’eccessivo caldo, una parte di quello che era stato rinominato il Pilier Bonatti, in omaggio a una delle più grandi imprese alpinistiche di tutti i tempi)

Anche Marco Pannella si sofferma sul dissesto idrogeologico italiano ogni volta che si verifica un’emergenza a causa di qualche giornata o troppo fredda o troppo calda o troppo piovosa, un’emergenza determinata da un territorio troppo sfruttato e che reagisce in questi modi. Penso che anche Bianco avrà notato come nell’estate del 2003 e 2005 si sono registrate temperature assolutamente inusuali; avrà notato le piogge e gli allagamenti nel nord Europa, anche questi inusuali; l’intensificazione degli uragani, la siccità dei grandi fiumi amazzonici. Insomma dal punto di vista climatico e si stanno sommando parecchie indicazioni in un solo senso: l’aumento della temperatura terrestre. E’ mai possibile che ci si continui ad appellare a una variabilità statistica dei fenomeni?

Petrolio. Non so come Bianco giudichi le due guerre americane in Kuwait e in Iraq, l’aumento del prezzo del barile, l’impossibilità di trovare fonti alternative adeguate. Bianco aspetta l’estrazione dell’ultima goccia per poter dire in modo inoppugnabile che il petrolio è finito? Si sente così tranquillo sulla situazione energetica? pensa di risolvere tutto con il nucleare e con l’idrogeno?

E poi c’è l’acqua, le altre risorse quali i metalli, le foreste, la fauna ittica ecc, che stiamo esaurendo. E poi c’è questa nostra terra, l’unica che abbiamo, un’isola solitaria in un universo per lo più vuoto; cerchiamo di conservala e di consegnarla intatta alle future generazioni.

Mario Marchitti

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