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"Pil, inutile mania" di Geminello Alvi Stampa E-mail
Dal "Corriere della sera" del 12 Marzo 2001
  
Pil, inutile mania
   
[...] La felicità universale pare dipendere dalla voce nasale e impastata di Greenspan, il presidente della Federal Reserve, la banca centrale americana, mentre disserta sui decimi di punto di Pil. Ma è una stranezza, considerando quello che è questa somma statistica complicata, di cui alcuni decenni fa s'occupavano solo eruditi studiosi. Tra le due guerre l' abilità polemica di Keynes abituò all' uso delle prime precarie stime della contabilità nazionale. Poi, negli anni dopo la guerra, la pazienza certosina dello schivo Richard Stone, Nobel nel 1984, riuscì a darle sistematicità universale. Ed ecco il Pil, detto «pari alla somma dei valori aggiunti ai prezzi di mercato delle varie branche di attività economica, aumentata dell' Iva e delle imposte indirette sulle importazioni, al netto dei servizi d' intermediazione finanziaria indirettamente misurati». E' un buon indice del valore prodotto o per rapportarvi il debito; invece è un indice fuorviante per il benessere. Giacché registra soltanto gli atti mercantili o assimilabili; e non vi sarebbe vita sociale se si tenesse in conto solo quelli. Non può dire inoltre molte cose, per esempio che, negli anni delle sinistre al governo, la quota dei salari rispetto ai patrimoni è precipitata. Sintomo non sano per la società. Ma quanto adesso troppi trascurano, distratti dalle diatribe, è che il Pil non è neanche indice così soddisfacente per stimare la crescita. Lo spiegava Giorgio Fuà, il miglior economista empirico dal Dopoguerra. La crescita del Pil si misura in termini reali. Non è quella dei dati a valori correnti, fuorviante, tanto più rapida quant' è maggiore l' inflazione. Ma in periodi di grandi innovazioni nelle qualità dei beni, e anche nel settore terziario, questa misura «fornisce risposte sempre meno convincenti». Insomma, i decimi di punto percentuali di Pil, in più o in meno, sono troppo incerti perché valga la pena di disputarne. Perciò Fuà avvertiva: «E' ingiustificato allarmarci o esultare perché la velocità di crescita del Pil risulta mezzo punto percentuale annuo al disotto o al disopra di quanto ci attendevamo, o di quanto è avvenuto in passato, o di quanto sta avvenendo in altri Paesi». Puro buon senso, ma obliato dal governo, che forse farebbe prima ad ammettere che la crescita è stata rallentata dal debito e dalle tasse. Peraltro ogni epoca ha le sue manie. In questa civiltà economicizzata, a questo benedetto Pil è dedicata l' identica venerazione che si dedicava nel Medioevo alle reliquie e agli unicorni. Pure loro superstizioni, ma non noiose e astruse come il Pil, e almeno capaci di meravigliare le menti, eccitare la fantasia. Quella stessa che nelle diatribe economiche pare morta.
     
Geminello Alvi
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