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"I limiti della crescita" quarant'anni dopo Stampa E-mail

Da greenreport.it

I limiti della crescita, 40 anni dopo il Club di Roma ci riprova

Gianfranco Bologna

Il 1 marzo 2012 a Washington presso la prestigiosa Smithsonian Institution, il Club di Roma (vedi www.clubofrome.org) ha organizzato un simposio dedicato ai 40 anni dalla pubblicazione del primo rapporto al Club di Roma dal titolo "Limits to Growth" (tradotto in italiano con il titolo "I limiti dello sviluppo" da Mondadori).

La pubblicazione di quel volume costituì un evento storico di straordinaria portata, oggi più che mai attuale alla luce del disastro della nostra impostazione economica e finanziaria che ci ha condotto in un tunnel drammatico di crisi e ad un gravissimo deficit ecologico.

Sarà una straordinaria giornata di riflessione sui limiti della nostra crescita, con alcuni personaggi chiave di questo dibattito scientifico e culturale, alla base di tutte le nostre esistenze e del nostro futuro, come due degli autori originali del rapporto (e dei successivi rapporti di aggiornamento pubblicati nel 1992 e nel 2004), Dennis Meadows e Jorgen Randers, del grande fondatore dell'economia ecologica Herman Daly, di Doug Erwin, uno dei maggiori paleobiologi mondiali, del National Museum of Natural History e membro del prestigioso Santa Fe Institute che studia i sistemi adattativi complessi, di Richard Alley, uno dei grandi studiosi del sistema Terra, della Pennsylvania State University e di Neva Goodwin, direttrice del Global Development and Environment Institute della Tufts University.

Dall'anno della sua istituzione (1968), il Club di Roma, voluto e presieduto da un grande italiano, Aurelio Peccei (1908 - 1984) figura dalle straordinarie qualità umane ed intellettuali, è stato uno straordinario pioniere nel dibattito internazionale sui limiti della nostra crescita economica, materiale e quantitativa, in un mondo dagli evidenti limiti biofisici; sui limiti delle nostre capacità di comprensione della grande complessità di problemi da noi stessi creati, e che esigono soluzione; sulla necessità di una nuova economia che tenga conto delle risorse naturali; sulle rivoluzioni sociali prodotte dalle grandi innovazioni tecnologiche e informatiche.

Proprio nel 1972, alla vigilia della prima grande Conferenza delle Nazioni Unite sull'ambiente umano, tenutasi a Stoccolma, il Club di Roma pubblicò un apposito rapporto commissionato al System Dynamics Group del prestigioso Massachusetts Institute of Technology (MIT), con un titolo molto chiaro: The Limits to Growth ("I limiti della crescita" che, a sottolineare la confusione ancora esistente tra i termini "crescita" e "sviluppo", è stato tradotto nell'edizione italiana con il titolo "I limiti dello sviluppo").

Il volume, destinato a fare epoca, presentava le analisi, le riflessioni e i risultati di una ricerca che - impiegando per la prima volta elaboratori elettronici per la costruzione di modelli di simulazione matematica del sistema mondiale studiati dal grande studioso Jay Forrester - cercava di comprendere le tendenze e le interazioni di un certo numero di fattori dai quali dipende la sorte delle società umane nel loro insieme: l'aumento della popolazione, la disponibilità di cibo, le riserve e i consumi di materie prime, lo sviluppo industriale e l'inquinamento.

La ricerca del MIT si proponeva di definire le costrizioni e i limiti fisici relativi alla moltiplicazione del genere umano e alla sua attività materiale sul nostro pianeta. Si trattava di fornire risposte concrete ad alcune domande fondamentali per il nostro futuro: che cosa accadrà se la crescita della popolazione mondiale continuerà in modo incontrollato? Quali saranno le conseguenze ambientali se la crescita economica proseguirà al passo attuale? Che cosa si può fare per assicurare un'economia umana capace di soddisfare la necessità di un benessere di base a tutti e anche di mantenersi all'interno dei limiti fisici della Terra?

Le conclusioni erano le seguenti:

1. Nell'ipotesi che l'attuale linea di crescita continui inalterata nei cinque settori fondamentali (popolazione, industrializzazione, inquinamento, produzione di alimenti, consumo delle risorse naturali) l'umanità è destinata a raggiungere i limiti naturali della crescita entro i prossimi cento anni. Il risultato più probabile sarà un improvviso, incontrollabile declino del livello di popolazione e del sistema industriale.

2. È possibile modificare questa linea di sviluppo e determinare una condizione di stabilità ecologica ed economica in grado di protrarsi nel futuro. La condizione di equilibrio globale potrebbe corrispondere alla soddisfazione dei bisogni materiali degli abitanti della Terra e all'opportunità per ciascuno di realizzare compiutamente il proprio potenziale umano.

3. Se l'umanità opterà per questa seconda alternativa, invece che per la prima, le probabilità di successo saranno tanto maggiori quanto più presto essa comincerà a operare in tale direzione.

Il Rapporto del MIT al Club di Roma scatenò un dibattito internazionale di enormi proporzioni. Al di là di alcune intrinseche debolezze dovute alla semplificazione dell'intero modello mondiale in una simulazione elettronica ancora molto approssimativa, esso ha avuto e manterrà sempre il merito di aver colpito seriamente il mito culturale della crescita che oggi si dimostra sempre di più assediato dai fatti e dalle evidenze.

Non è un caso che in quegli anni gli attacchi al Rapporto provenissero da tutti quei fronti ideologici e politici che, come ricorda proprio Herman Daly, non mettevano minimamente in discussione il concetto di crescita e gli effetti devastanti della nostra crescente pressione sui sistemi naturali.

Lo stesso Club di Roma due anni dopo, nel 1974, ritenne opportuno precisare e affinare il proprio messaggio attraverso un secondo interessante rapporto scientifico, curato da Mihajlo Mesarovic e Eduard Pestel, noti studiosi di analisi dei sistemi dal titolo "Mankind at the Turning Point" (pubblicato in italiano da Mondadori con il titolo "Strategie per sopravvivere"). Questo secondo rapporto ha il merito di valutare l'eterogeneità esistente fra le regioni socioeconomiche che compongono il mondo e le specificità di ciascuna, tenendo conto anche delle differenze culturali e ambientali, dei diversi livelli di sviluppo e della distribuzione non uniforme delle risorse naturali. Non solo, ma approfondisce il concetto di crescita, distinguendo tra crescita indifferenziata e crescita organica.

Mesarovic e Pestel scrivono: «È un fatto ben noto che nelle regioni del mondo sviluppato e industrializzato i consumi materiali hanno raggiunto le proporzioni di uno sperpero assurdo. In tali regioni oggi è necessaria una diminuzione relativa nell'uso di diverse materie prime. Invece in altre regioni del mondo meno sviluppate deve verificarsi una sostanziale crescita nell'uso di certi beni essenziali, per la produzione alimentare o per la produzione industriale. In queste regioni la stessa sopravvivenza della popolazione dipende da tali crescite. Quindi le argomentazioni generiche ‘a favore' o ‘contro' la crescita sono ingenue: crescere o non crescere costituisce una questione né ben definita né pertinente quando la si pone senza aver definito in precedenza il luogo, il senso, il soggetto della crescita e lo stesso processo di crescita esaminato in se stesso».

Gli autori del rapporto ricordano che, per rendersi conto della ricchezza e della complessità del concetto di crescita, occorre risalire all'analisi dei processi di crescita in natura. In particolare vengono analizzati due tipi di processi: la crescita indifferenziata e la crescita organica.

La prima riguarda, ad esempio, la crescita cellulare che ha luogo mediante divisione: una cellula si suddivide in due, due in quattro, quattro in otto e così via, molto rapidamente, finché ci sono milioni e miliardi di cellule. Il risultato è un mero accrescimento esponenziale del numero delle cellule. Va precisato, anche se Mesarovic e Pestel non lo fanno presente, che questo è un meccanismo che in biologia è riconducibile prevalentemente alle fasi di sviluppo dei gameti e alle formazioni tumorali, che sfuggono alle regole di autocontrollo e di apoptosi (cioè capacità di "suicidio" cellulare) che lo stato vivente della materia possiede.

Nella crescita organica invece avviene un processo di differenziamento. Ciò significa che i diversi gruppi di cellule cominciano a differenziarsi come struttura e come funzione. Le cellule acquistano specificità in base all'organo a cui appartengono, seguendo il processo evolutivo dell'organismo nel suo complesso. Durante e dopo il differenziamento, il numero delle cellule può ancora accrescersi e gli organi aumentare di grandezza; ma mentre alcuni organi crescono, altri possono ridursi. L'equilibrio raggiunto nella crescita organica è dinamico, non statico: infatti in un organismo vivente maturo le cellule che lo compongono subiscono un continuo processo di rinnovamento nonché di apoptosi.

Gli attuali dibattiti sulla crisi dello sviluppo mondiale si concentrano sulla crescita come se essa fosse necessariamente di tipo indifferenziato.

Mesarovic e Pestel ritengono che non ci sia però ragione per non ipotizzare un'analogia con la crescita organica. In un sistema mondiale interdipendente e interconnesso, quale è il nostro, una crescita indesiderabile di una parte qualsiasi mette in pericolo non solo quella parte, ma tutto l'insieme. Se il sistema mondiale riuscisse a imboccare la via della crescita organica, le interrelazioni organiche agirebbero come un freno contro una crescita indifferenziata in un punto qualsiasi del sistema.

Nel loro rapporto Mesarovic e Pestel chiudono con un appello estremamente importante: «Noi non siamo il mondo sviluppato; siamo oggi il mondo sovrasviluppato. La crescita economica in un mondo in cui alcune regioni sono sottosviluppate è fondamentalmente contraria alla crescita sociale, morale, organizzativa e scientifica dell'umanità. In questo momento della storia ci troviamo di fronte a una decisione terribilmente difficile. Per la prima volta da quando esiste l'uomo sulla Terra, gli viene chiesto di astenersi dal fare qualcosa che sarebbe nelle sue possibilità; gli si chiede di frenare il suo progresso economico e tecnologico, o almeno di dargli un orientamento diverso da prima; gli si chiede - da parte di tutte le generazioni future della Terra - di dividere la sua buona fortuna con i meno fortunati - non in uno spirito di carità, ma in uno spirito di necessità. Gli si chiede di preoccuparsi, oggi, della crescita organica del sistema mondiale totale. Può egli, in coscienza, rispondere di no?».

Nel 1992, l'anno della grande Conferenza delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo di Rio de Janeiro, più noto come il Summit della Terra, Donella e Dennis Meadows e Jorgen Randers, tre degli autori del rapporto originale del MIT del 1972, pubblicano, a distanza di venti anni, un'ottima rivisitazione di quel rapporto "Beyond the Limits" (pubblicato in italiano da Il Saggiatore con il titolo "Oltre i limiti dello sviluppo").

In esso gli autori riformulano i tre punti pubblicati come conclusioni al primo rapporto del 1972 nel modo seguente:

1. L'impiego di molte risorse essenziali e la produzione di molti tipi di inquinanti da parte dell'umanità hanno già superato i tassi fisicamente sostenibili. In assenza di significative riduzioni dei flussi di energia e materiali, ci sarà nei prossimi decenni un declino incontrollato della produzione industriale, del consumo di energia e della produzione di alimenti pro capite.

2. Questo declino non è inevitabile. Per non incorrervi, sono necessari due cambiamenti. Il primo è una revisione complessiva delle politiche e dei modi di agire che perpetuano la crescita della popolazione e dei consumi materiali. Il secondo è un drastico, veloce aumento dell'efficienza con la quale materiali ed energia vengono usati.

3. Una società sostenibile è, dal punto di vista tecnico ed economico, ancora possibile. Potrebbe essere molto più desiderabile di una società che tenta di risolvere i propri problemi affidandosi a un'espansione costante. La transizione verso una società sostenibile richiede un bilanciamento accurato tra mete a lungo e a breve termine, e una accentuazione degli aspetti di sufficienza, equità, qualità della vita, anziché della quantità di prodotto. Essa vuole più che produttività o tecnologia: vuole maturità, umana partecipazione, saggezza.

Le conclusioni del rapporto MIT-Club di Roma, rivisitato venti anni dopo, rappresentano l'essenza delle analisi, delle riflessioni e delle proposte per avviare, nel concreto, una sostenibilità del nostro sviluppo sulla Terra.

Nel 2004 gli stessi autori hanno pubblicato una nuova rivisitazione dei limiti della crescita "The Limits to Growth. The 30 Years Global Update" (pubblicato in italiano con il titolo "I nuovi limiti dello sviluppo") arricchita di nuove conoscenze e consapevolezze acquisite in un altro decennio, ma confermando sostanzialmente quanto già indicato nell'ultimo rapporto.

Gli autori rifiutano il parametro del prezzo come indicatore di base su lungo termine; a questo scopo prediligono, invece, il flusso dei capitali fisici richiesti per sostenere la crescita economica. Più vengono esaurite le risorse non rinnovabili e i flussi di inquinamento vengono incrementati, più saranno necessarie ingenti quantità di capitale naturale per sostenere l'economia.

In un certo senso rafforzano le argomentazioni già espresse: in questi ultimi trent'anni, nonostante alcuni progressi - dalle nuove tecnologie, alle nuove istituzioni e alle nuove consapevolezze sulla gravità dei problemi che dobbiamo affrontare - l'umanità ha perso l'opportunità di correggere significativamente il corso corrente del sistema economico e oggi è necessario uno sforzo ancora maggiore per mitigare gli effetti negativi dell'impatto nel XXI secolo.

La crescita esponenziale della popolazione e la produzione industriale sono ampiamente responsabili del deterioramento attuale dello stato del pianeta.

Non può esistere una sostenibilità del nostro sviluppo sociale ed economico se cerchiamo continuamente di oltrepassare i limiti delle dimensioni biofisiche dei sistemi naturali e se indeboliamo la loro vitalità. La sostenibilità vuol dire, fondamentalmente, imparare a vivere nei limiti di un solo Pianeta.

[ 10 febbraio 2012 ]

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