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Serve un Piano Marshall per l'intero Medio Oriente


di Emanuele Ottolenghi (*)


La pace israelo-palestinese non risolverà nulla
I regimi autoritari e corrotti bloccano lo sviluppo
Bisogna negoziare aiuti in cambio di democrazia
Per molteplici motivi l’Europa e il mondo occidentale sono tradizionalmente attenti al dipanarsi del conflitto tra Israele e palestinesi, e al suo impatto sul mondo arabo, ma meno informati sulle altre realtà mediorientali. La crescente simpatia che la causa palestinese riscuote, specialmente in Europa, e i differenti interessi economici nella regione che l’Europa ha rispetto agli USA – tra cui la maggior dipendenza dal petrolio – hanno offuscato la comprensione del delicato scacchiere mediorientale, creando l’illusione che, risolto il conflitto in Palestina, si aprirebbe in Medio Oriente una stagione di prosperità e cooperazione.


Tuttavia, senza togliere nulla alla gravità dell’attuale scontro in corso, tale correlazione causale è sbagliata. Il fatto è che il Medio Oriente è oggi una bomba a orologeria che aspetta di esplodere, con gravi conseguenze per l’Occidente, a causa di processi di lungo periodo che ben poco hanno a che vedere con la questione palestinese, ma che stanno arrivando a maturazione. La causa palestinese è semplicemente il grido di battaglia di un malcontento diffuso che ha origini lontane dalla Palestina, e anche se Israele non esistesse l’ incontrollabile esplosione demografica della regione , lo stato di povertà cronica e la stagnazione economica produrrebbero il vento fondamentalista che sta spazzando la regione e rischia di travolgerne i regimi.


In una regione in cui la crescita demografica è in media del 2% annuo, la crescita della forza lavoro del 2,8%, il 70% della popolazione è sotto i 35 anni e la crescita economica non basta a far fronte all’esplosione del mercato del lavoro, basti l’esempio dell’Arabia Saudita.


Con un salto di popolazione da circa 6 milioni nel 1980 a quasi 22 milioni nel 2002, una riduzione del reddito medio pro capite da oltre 20.000 USD nel 1980 a 7.300 USD, con una crescita del PIL di 0,4% nel 1999 e un aumento della forza lavoro del 2,6% annuo, l’Arabia Saudita si trova a dover far fronte a una crescente pressione interna: una popolazione giovane e disoccupata, un mercato del lavoro saturo e non in grado di creare nuovi posti al ritmo necessario, un’economia stagnante sostenuta quasi solo ed esclusivamente dal settore degli idrocarburi, un regime repressivo e corrotto, sono tutti ingredienti che creano un forte malcontento e fomentano l’opposizione al regime.


Questa situazione è comune a tutto il mondo arabo. Popolazioni sempre più giovani, dotate di un tasso di istruzione medio-alto, con forti aspettative di miglioramento del livello di vita, sono condannate alla disoccupazione. La mancanza più totale di una pianificazione familiare in tutto il Medio Oriente (tra il 1980 e il 2000 l’Egitto passa da 43 a 64 milioni di abitanti, l’Iran altrettanto, la Giordania da 3 a 5 milioni, l’Iraq da 14 a 23 milioni) sostiene questo circolo vizioso: aumento della forza lavoro, della disoccupazione, e della povertà a causa dell’insufficiente crescita economica, il tutto all’interno di società controllate da regimi autoritari e corrotti che impediscono la mobilità sociale, l’introduzione di principi meritocratici nella gestione della cosa pubblica e nel settore industriale (controllato dallo stato) e l’adozione di criteri di trasparenza negli apparati governativi e nell’amministrazione delle finanze pubbliche. Tutto questo, nonostante la ricchezza in materie prime (gas e petrolio), il potenziale umano, e l’afflusso di massicci aiuti economici (46 miliardi di dollari all’Egitto dal 1979 a oggi in aiuti economici e militari americani soltanto). In altre parole, all’aumento incontrollato di una popolazione giovane e assetata di sapere e benessere, i regimi hanno risposto non con più accorte politiche di apertura, democratizzazione e sviluppo, ma negando loro persino la speranza di un futuro migliore.


L’Europa non ha avuto mai difficoltà a mantenere buoni e cordiali rapporti coi paesi della regione senza criticarne la discriminazione religiosa e contro le donne e la brutale repressione dei diritti umani e delle libertà civili. L’importanza strategica della regione, il garantito afflusso di risorse energetiche, e le importanti commesse governative nella costruzione di infrastruttura così come nella vendita di armamenti ha creato una situazione in cui l’Occidente garantiva il sostegno economico e la sopravvivenza dei regimi in cambio di petrolio e affari. Ma tale benevola condiscendenza non giova più agli interessi occidentali: con o senza uno stato palestinese, le pressioni sociali, le ingiustizie e l’abietta povertà in cui inspiegabilmente versa una regione così ricca di risorse prima o poi ne sconvolgeranno gli assetti e l’onda lunga della rivolta arriverà anche in Europa. Il Medio Oriente oggi non ha bisogno di un piano Marshall per la Palestina, ma di un piano Marshall per la regione intera, che sia negoziato in cambio di democratizzazione, apertura dei mercati, trasparenza e meritocrazia, progresso e giustizia sociale, e controllo delle nascite . Altrimenti la pace in Palestina sarà solo una breve e illusoria calma prima della tempesta.

(*) docente di politica israeliana e storia del conflitto mediorientale all’Università di Oxford, St. Antony’s College
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