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Quali prospettive per un'Europa senza crescita? Stampa E-mail

Vi proponiamo un articolo di Stefano Filippini Lera che coniuga efficacemente economia ed ecologia. L'unico passo infelice è la frase "Potremo permetterci di fare a meno dell’energia nucleare?". Le figure che accompagnano l'articolo purtroppo mancano perché abbiamo dovuto ripescarlo dalla cache di google, in cui le immagini non compaiono più. L'articolo si trovava originariamente al seguente link.

Quali prospettive per un'Europa senza crescita?

di Stefano Filippini Lera

L’economia europea – e quella italiana in particolare – si trova alle prese con due problemi fondamentali che possiamo riassumere con una metafora: aumentare le dimensioni della torta e ridistribuirla in modo più equo. In questo articolo vogliamo concentrarci sul primo aspetto.

Abbiamo spesso sentito indicare nella “crescita” la via maestra per l’uscita dallo stallo economico, l’ancora di salvezza del generale declino materiale, la provvidenziale risoluzione delle tensioni sociali che dall’Agosto 2007 stanno progressivamente agitando l’Europa e non solo. Forse di questo termine si è abusato.

E se la crescita del mondo occidentale, alla quale la storia degli ultimi sessant’anni ci aveva abituato, non ritornasse più ai tassi sostenuti che ne avevano caratterizzato lo sviluppo alla fine del Novecento? Se un’area del pianeta nella quale la quasi totalità dei cittadini ha la fortuna di poter integralmente soddisfare i propri bisogni materiali primari e discrezionali rimanesse con prospettive di crescita economica limitate o stazionarie, quali sarebbero le modalità di risoluzione dei problemi di cui sopra?

 PIL reale procapite (tasso di crescita)
 ItaliaFranciaUKUSAGiappone
1950-705,1%4,0%2,1%2,3%8,0%
1970-902,8%2,5%2,2%2,2%3,3%
1990-090,6%1,0%1,7%1,4%0,5%

La Figura 1 e la tabella riportata mostrano un’analisi dell’evoluzione del PIL procapite reale (dunque depurato dall’inflazione) di alcune delle principali economie negli ultimi sessant’anni. Il tasso di crescita diminuisce progressivamente tra il periodo 1950-70, 1970-90 e 1990-09 per tutti i Paesi considerati. Sembra una tendenza di difficile inversione e, del resto, una crescita infinita appare ontologicamente incompatibile con risorse finite.

In assenza di nuove rivoluzioni tecnologiche è quindi possibile che il mondo occidentale viva un periodo di espansione limitata o di lenta contrazione della ricchezza, all’interno di un quadro internazionale dove il baricentro politico, economico, finanziario e militare si è spostato verso aree che fino a ieri indicavamo come emergenti.

Dopo le spinte propulsive della ricostruzione post-bellica, dell’urbanizzazione moderna, della produzione industriale in serie, del boom dell’automobile, dell’ascesa del petrolio, del consumismo, della pubblicità televisiva ed infine della New Economy, può darsi che le leve per continuare a diffondere nuovo benessere in questo angolo del mondo non si concretizzino tanto attraverso la ricerca di nuovi prodotti o mercati quanto nella capacità di recuperare le inefficienze che questo lungo processo di crescita economica ha lasciato dietro di sé.

Un tema che si sposa perfettamente con il dubbio di un futuro “a crescita zero” è il consumo delle risorse naturali, non soltanto energetiche. Secondo il Global Footprint Network, ente internazionale di ricerca sull’impatto ambientale, dagli anni Ottanta l’umanità ha iniziato a consumare annualmente più risorse di quante il nostro pianeta sia in grado di rigenerare autonomamente, producendo dunque un saldo negativo che si accresce costantemente (e pericolosamente) con l’allineamento dei nuovi consumatori asiatici agli stili di vita occidentali.

Giova a questo scopo ricordare anche i dati sul consumo energetico mondiale: secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, la domanda primaria di energia a livello globale è raddoppiata tra il 1973 ed il 2008 ed è previsto un ulteriore raddoppio tra il 2008 ed il 2050 nel cosiddetto “scenario di riferimento” – da confrontarsi con uno scenario più ottimistico in cui il consumo cresce “solo” del 75% rispetto a quello di riferimento e che presuppone maggiori investimenti a livello mondiale per circa 2400 miliardi di dollari per l’introduzione di nuove tecnologie energetiche.

Gli argomenti che stiamo affrontando non sono certo una novità: già verso la fine del Settecento Thomas Malthus aveva ipotizzato – sbagliandosi – che le risorse agricole non sarebbero state sufficienti per garantire il sostentamento alimentare della crescente popolazione nel XIX secolo. Economisti neo-maltusiani hanno anche caratterizzato la seconda metà del Novecento, profetizzando catastrofi alimentari che non si sono verificate grazie alla Green revolution che negli Anni Sessanta-Settanta portò all’utilizzo massiccio di fertilizzanti, pesticidi e nuove sementi che incrementarono significativamente la resa agricola.

Ma la questione rimane aperta, specie dopo i rally delle quotazioni di prodotti alimentari negli ultimi anni, in buona parte dovuti alla speculazione finanziaria internazionale che sposta facilmente grandi capitali sul mercato dei metalli preziosi come su quello dei beni agricoli, producendo una volatilità dei prezzi che ha sconvolto gli equilibri economici delle famiglie di molti Paesi in via di sviluppo (Figura 3 e 4)

Questo sovra sfruttamento di risorse richiede, da parte della comunità internazionale, la presa di coscienza che lo sviluppo avuto dal mondo occidentale nel secondo Novecento non è più replicabile nelle stesse modalità senza alterare ulteriormente equilibri naturali che appaiono già duramente compromessi. La strada di uno sviluppo ecologicamente sostenibile passerà giocoforza attraverso una ricerca tecnologica finalizzata primariamente a minimizzare l’impiego di risorse nei processi produttivi, come del resto è avvenuto finora, ma questo forse non basterà: oltre a stimolare l’efficienza industriale, sarà necessario affiancare in qualche misura un mix di diminuzione demografica e di abbattimento del consumo procapite, ovvero delle due variabili fondamentali alla base di qualunque consumo di risorse naturali.

La prima variabile – l’evoluzione demografica – rischia di essere la principale sfida all’umanità del secolo in corso. Dobbiamo interrogarci seriamente sull’impatto sociale, economico ed ambientale che avrà la demografia umana nel nuovo secolo, poiché qualunque attuale problema legato all’approvvigionamento energetico, alla scarsità alimentare o all’inquinamento atmosferico non esisterebbe se oggi noi non fossimo 6,8 miliardi di individui in costante aumento e con prospettive di vita sempre più lunghe.

La seconda variabile – il consumo procapite – pone seri interrogativi sulla sostenibilità dello stile di vita occidentale che abbiamo conosciuto fino ad oggi, e che già negli ultimi vent’anni ha visto progressivi cambiamenti a favore di una rivoluzione verde mirata alla diminuzione del nostro impatto ambientale. Ad ogni modo, non tutti i Paesi del mondo hanno il medesimo consumo per abitante: gli Stati Uniti sono notoriamente il Paese con il maggior consumo procapite di energia (e di emissioni di CO2) al mondo, che ancora nel 2005 era ben dieci volte superiore a quello di cinesi ed indiani messi assieme. Ovvero un cittadino americano medio utilizzava dieci volte l’energia consumata da cinese ed un indiano!

Il tema è stato negli ultimi anni oggetto di un crescente dibattito internazionale che ha visto coinvolti soprattutto esponenti di Sinistra, tra cui vale la pena di citare l’economista francese Serge Latouche (Scommessa sulla decrescita, 2006; Breve trattato sulla decrescita serena, 2007), il quale insiste prevalentemente sulla necessità di un profondo cambiamento dei nostri stili di vita attraverso l’abbandono della “tossicodipendenza da crescita”.

In Italia l’argomento è stato affrontato del leader politico radicale Marco Pannella, il quale pone da molto tempo l’accento sull’inevitabile “rientro dolce” che l’umanità dovrebbe intenzionalmente perseguire attraverso una lenta riduzione delle nascite, prima che la sovrappopolazione porti a catastrofi incontrollabili. Purtroppo non vi sono stati molti altri interlocutori nel mondo politico disposti ad alimentare un dibattito sull’argomento.

L’interrogativo sul modello di crescita che possiamo e vogliamo ricercare nei decenni a venire è gravido di implicazioni per molti aspetti fondamentali della nostra vita sociale. Avremo ancora un sistema pensionistico come quello attuale? Come evolverà l’uso dell’automobile? Andiamo davvero incontro ad una de-industrializzazione dell’economia occidentale? Potremo vivere in complessi urbani inefficienti dal punto di vista energetico? Potremo permetterci di fare a meno dell’energia nucleare? Quali conseguenze avrà una diminuzione tendenziale delle nascite sulla struttura delle famiglie? E quale rapporto avrà con la religione una società composta sempre più da single che da famiglie tradizionali?

Ma soprattutto torniamo all’interrogativo iniziale: quali sarebbero le modalità di risoluzione delle tensioni sociali in Italia ed in Europa in uno scenario di crescita economica limitata o stazionaria?

Le domande naturalmente potrebbero continuare. Quel che importa, tuttavia, è stimolare una riflessione su un tema di natura strategica che è purtroppo assente dal dibattito politico italiano, concentrato spesso su questioni immediate, quando non addirittura emergenziali, ed apparentemente incapace di portare la visuale sulle sfide di lungo periodo che caratterizzano la nostra epoca.

17 Maggio 2011

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