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Da "Notizie Radicali"

Sette miliardi

di Luca Pardi

Il “National Geographic” ha affrontato per primo quello che, secondo me, è l'evento simbolico più rilevante previsto per l'anno appena iniziato, e cioè il fatto che la popolazione umana supererà i 7 miliardi di individui. Molti affetteranno soddisfazione per questo ambito traguardo. A me sembra un ulteriore passo nella direzione della catastrofe, ma anche un incentivo a fare il possibile per evitarla.

Il sesto miliardo fu raggiunto nel 1999, il quinto nel 1987, il quarto nel 1975. Sono quindi 36 anni che la popolazione mondiale aumenta al ritmo costante di 1 miliardo ogni 12 anni, una media di 83 milioni ogni anno, pari alla popolazione di un paese come la Germania, 230.000 al giorno pari a poco più della popolazione di Padova, 9500 all'ora ecc. Nessuno mi domanda più quale sia il problema, tutti si rendono conto che il problema esiste ed è drammatico. Ma anche i più convinti quando cercano una soluzione sviano su piani diversi da quello del tema demografico centrale: la fertilità umana. C'è chi vede in una distribuzione più equa della ricchezza la via principale per sradicare fame e povertà, chi spinge per una rivoluzione tecnologica, chi si aggrappa al paradigma della crescita che porterà ogni società a superare la sua transizione demografica e rientrare, gradualmente, nell'alveo della sostenibilità ecologica. Il tabù demografico resta potente e difficile da superare.

Il primo errore è cercare La Soluzione, ovvero una singola azione che possa risolvere tutti i problemi del mondo contemporaneo. Dirlo sembra ovvio, ma nella pratica si vede che ogni giorno si ripropongono soluzioni miracolose per la produzione di cibo (ad esempio gli OGM), per l'energia post-fossile (chi il nucleare, chi le rinnovabili e il risparmio), per il contenimento delle emissioni di gas serra (accordi internazionali, nuove tecnologie, la geo-ingegneria ecc). Di fatto non ci sono soluzioni uniche ma un insieme di azioni che si possono intraprendere sperando di andare nella direzione giusta. La direzione che dobbiamo prendere, e su questo non ho molti dubbi, è quella di rallentare il metabolismo sociale ed economico globale. La recente recessione economica ha determinato un certo rallentamento e se questo si è sicuramente riflesso in una riduzione del consumo di risorse si rifletterà, ma questo sarà osservabile fra qualche tempo, sulla crescita della popolazione. Purtroppo una crisi non è il metodo migliore per rallentare il metabolismo socio-economico. Anzi, come si vede, è il modo più doloroso. Ad esempio in campo demografico abbiamo visto dai dati della FAO che la crisi nel biennio 2008-2009 ha fatto aumentare il numero di persone denutrite nel mondo. Questo ha probabilmente l'effetto di aumentare la mortalità piuttosto che ridurre la fertilità. Il modo peggiore di affrontare il problema della sovrappopolazione. Analogamente la riduzione dei consumi petroliferi nei paesi sviluppati è un prodotto dell'aumento della povertà piuttosto che una scelta di politica energetica.

In un certo senso il “rientro dolce” è la negazione di uno degli slogan più utilizzati nel mondo ambientalista: pensare globalmente, agire localmente. E' ovvio che il rientro dolce implica di pensare globalmente, ma agire (nei limiti delle possibilità che ognuno di noi ha) a tutti i livelli. Non si può certo pensare che la dinamica del collasso sia disinnescata a furia di comportamenti individuali virtuosi in tema di riciclo dei rifiuti, riproduzione e consumi.

Il “rientro dolce” è uno scenario di nuove politiche, necessariamente transnazionali, che tentino almeno di ricostituire un quadro di collaborazione e solidarietà internazionale invece di premere sull'acceleratore della competizione. La corsa a materie prime sempre più scarse, all'acqua e ai terreni agricoli, in un mondo con popolazione crescente e risorse decrescenti, non può che essere infatti il percorso più efficace per la guerra.

26/01/2011

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