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Le conseguenze del picco del petrolio secondo uno studio militare tedesco Stampa E-mail

Compare oggi su The Oil Drum: Europe un articolo del giornalista portoghese Jorge Nascimento Rodrigues precedentemente pubblicato sulla rivista settimanale portoghese Expresso. L'articolo, tradotto in inglese, informa sulle ultime dal mercato petrolifero secondo un recente rapporto proveniente da fonti militari tedesche. Qui ne propongo una traduzione in italiano che spero possa essere utile.

Luca Pardi

L'allarme è suonato: analisti affermano che la scarsità di petrolio colpirà tutti

Il picco del petrolio non è più discutibile. Le proiezioni riguardanti l'anno, il quinquiennio o il decennio in cui la produzione mondiale di petrolio comincerà a diminuire "sono ora una parte di storia", afferma Luis de Sousa, membro di ASPO-Portogallo e collaboratore del blog "The Oil Drum", parlando con  Expresso. "Il periodo del picco è già stato vissuto. Predire non è più rilevante", aggiunge.
Secondo questo specialista, la maggior parte dei modelli matematici e contabili importanti della produzione di petrolio usati da enti indipendenti dal settore petrolifero indicano tutti un arco di tempo analogo in cui la produzione di petrolio raggiunge un massimo e comincia a declinare.
Questo è un periodo di circa un decennio con il suo centro tra il 2008 e il 2010, in cui il massimo della produzione si colloca tra 78 e 85 milioni di barili al giorno.


Luís de Sousa sottolinea che dal 2005 la produzione mondiale di liquidi ha oscillato tra 80 e 82 milioni di barili al giorno, evidentemente in accordo con tali modelli. Questo plateau "è stato sostenuto dalla crescita dei liquidi di gas naturale, in sostituzione del greggio [petrolio], in declino dal 2005".
Recentemente, il 'picco' è tornato alla ribalta a causa di un rapporto segreto del gruppo Future Studies del Centro tedesco per la trasformazione delle Forze Armate, un think tank militare che lavora per il Ministero della Difesa di Berlino.
Lo studio è stato pubblicato da "Der Spiegel", e preoccupa non poco coloro che sono meno abituati a questo tema e alle sue implicazioni geopolitiche.

La diplomazia del petrolio

La relazione ha un tono allarmante: "la scarsità riguarderà ognuno" e "l'aumento del prezzo del petrolio pone un rischio sistemico, non solo per i sistemi di trasporto, ma anche per tutti gli altri sistemi". E lancia un messaggio: "E' fondamentale garantire l'accesso al petrolio", perché in un arco di tempo abbastanza breve, tra oggi e il 2040, potremmo vedere "un cambiamento nel panorama della sicurezza internazionale con nuovi rischi - come quello del trasporto di carburante - e nuovi attori in un possibile conflitto per la distribuzione di una risorsa sempre più scarsa ".
Il rapporto tedesco conclude che "le esportazioni di petrolio disponibile attraverso il mercato della domanda e dell'offerta si ridurranno" e che la necessità di una diplomazia del petrolio aumenterà vertiginosamente a causa della geo-politicizzazione
del petrolio .
La crescente scarsità di cui parlano i tedeschi è associata ad "un livello quasi costante della produzione di petrolio, che è fissata all'interno di una banda che è iniziata nel 2004", sottolinea Luís de Sousa. Questa "banda" di variazione viene chiamata da molti specialisti, con un certo umorismo, "un altopiano ondulato" (undulating plateau). Il significato è che in questo altopiano le variazioni di produzione oscillano, come un'onda, di anno in anno, indipendentemente dalle variazioni di prezzo.
La crisi attuale, sulla cui fine si continua a dibattere, "farà probabilmente prolungare questo periodo ondeggiante, dando luogo ad un appiattimento dove altrimenti ci sarebbe stato un picco significativo".
Più importante del picco stesso o del plateau di produzione è la quantità di petrolio disponibile sul mercato internazionale o, in altre parole, ciò che è disponibile per l'esportazione al di là di ciò che viene consumato da coloro che producono il petrolio. "Il massimo delle esportazioni è stato raggiunto nel 2005, ad un livello pari a 44 milioni di barili al giorno (mbg). Da allora, l'esportazione è entrata in un declino lento, ma irreversibile," dice lo specialista ASPO. Attualmente le esportazioni ammontano a 42 mbg, e nel 2020 saranno probabilmente sotto i 35 mbg. Luís de Sousa aggiunge anche che nella contesa per il petrolio disponibile nei mercati internazionali un cambiamento è in atto. "Vi è un trasferimento di consumo dai paesi che costituiscono l'OCSE (paesi industrializzati) a quelli emergenti .- Se nel 1990, la metà del petrolio prodotto veniva consumato dall'OCSE, oggi questa frazione è scesa a 1 / 3".
Il mercato mondiale è stato capovolto.
Questo cambiamento strutturale a lungo termine, derivante dalla scarsità di questo bene e dai crescenti rischi geopolitici (inclusi quelli di navigazione negli stretti strategici), è stati ulteriormente modificato, negli ultimi anni, da quella che fu soprannominata la "finanziarizzazione" del mercato dei futures sul greggio. Ciò è accaduto quando gli speculatori finanziari soprannominati "Wall Street refiners" sono entrati nel mercato, comprando e vendendo "barili di carta", causando un disturbo supplementare nel settore del mercato, con a volte oscillazioni
"selvagge".

I PIIGS sono i più colpiti

Uno dei gruppi in seno all'OCSE che soffrirà di più con la contrazione del petrolio disponibile è quello formato da quei paesi più dipendenti dal petrolio nel loro mix energetico, secondo Luís de Sousa. "Un dettaglio deve essere notato - i paesi in maggiore difficoltà sarnno proprio quelli chiamati PIIGS*. Ciascuno di questi paesi ha nel suo mix energetico totale una dipendenza dal petrolio di oltre il 45%. Essi sono la Grecia con il 58%, il Portogallo e l'Irlanda con il 55%,.la Spagna con il 48% e l'Italia con il 46%. Ciò è in contrasto con la media dell'Unione europea del 37%. Se si aggiungono i quattro paesi con  dipendenza dal petrolio sopra la media europea, ma inferiore al 45%, si ottiene una mappa completa della zona dove l''altopiano ondulato' avrà il maggiore impatto. Oltre ai PIIGS, questa include Austria (44%), Olanda (42%), Belgio (41%) e Danimarca (39%) ".
Il settore più debole per i cinque paesi più vulnerabili della zona euro (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) è il settore dei trasporti, in particolare quelli su strada. "Questa dipendenza può derivare dalla posizione geografica, dall'inadeguata pianificazione urbana e nazionale o da entrambe le cose", spiega Luis de Sousa. Egli raccomanda di aumentare le modalità marittima e ferroviaria di trasporto; non è sufficiente modernizzare le infrastrutture elettriche o favorire altre fonti di energia.

Post tratto dal blog Malthus Day

NOTE

*PIIGS è un acronimo usato dagli economisti che raggruppa Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna. Certi evitano di usarlo perché in inglese "pigs" significa "maiali". Quando si include anche la Gran Bretagna l'acronimo diventa "PIIGGS".

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