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Michele Governatori sulla crescita e il consumo di risorse Stampa E-mail

Da pag. 15 del numero di Luglio 2010 di "Agenda Coscioni"

Ambiente. Economisti alternativi

Sulla crescita e il consumo di risorse

di Michele Governatori

La scarsità delle risorse della biosfera non è compatibile con una crescita indefinita delle economie e del consumo. Rallentare l’attività e iniziare a decrescere potrebbe essere la soluzione

Nel suo breve trattato sulla decrescita serena, edito in Italia nel 2008 da Bollati e Boringhieri, Serge Latouche lancia due messaggi principali. Il primo è l’auspicio di un disaccoppiamento tra gli obiettivi di benessere e crescita economica: non è aumentando ulteriormente la produzione e il consumo di beni economici, secondo Latouche, che si può incrementare il benessere. Anzi, conviene rallentare l’attività e iniziare a decrescere. Su questo fronte L. non è affatto solo.

Per esempio Stefano Bartolini ("Manifesto per la felicità", Donzelli, 2010), sulla scia degli studiosi della cosiddetta Economics of Happiness, afferma che reddito pro capite e felicità (valutare la felicità comporta senz’altro problemi dovuti al suo carattere soggettivo, ma esistono sistemi evoluti per misurarla) sono caratterizzati da una relazione non lineare, cioè che più aumenta il reddito meno un suo incremento produce aumenti di felicità, la quale anzi può ridursi quando per ottenere nuovo reddito l’aumento delle ore lavorate causa una minore fruizione di “beni relazionali”, depauperamento che a sua volta, in un circolo vizioso, porta i soggetti a concentrare ancora di più le proprie risorse sul lavoro.

Il secondo messaggio di L. riguarda la necessità di abbandonare il modello capitalista, o almeno “produttivista e globalizzato”, e trascina i seguaci della decrescita in un corollario di idiosincrasie che si scagliano naturalmente sulla finanza e perfino sulla moneta, fino ad arrivare all’auspicio di un ritorno a forme di baratto e vago mutualismo. Da questa posizione derivano alcuni problemi. Intanto, essa presume un superamento della natura individualistica delle persone. Poi, il rifiuto dello sviluppo economico comporta (o almeno L. non spiega come evitare questa conseguenza) l’implicito rifiuto dell’innovazione tecnologica, che è certamente un fattore di evoluzione verso la sostenibilità delle abitudini di produzione e consumo di beni.

Scrive Paolo Cacciari in "Decrescita o barbarie", edizioni Carta, che i successi dell’informatica sono corresponsabili della “egemonia del capitalismo”. Sarà anche così, ma non c’è dubbio, per esempio, che le tecnologie dell’informazione abbiano un ruolo decisivo nella riduzione dei costi logistici necessari a fruire di cultura, informazione e intrattenimento. Un’area di innovazione tra le più promettenti verso la riduzione dell’impatto ecologico di alcune fondamentali attività umane. (Un esempio è la musica oggi comprabile online anziché incisa su plastica e poi stoccata e poi trasportata via camion).

In generale, dire che le economie liberali e capitaliste non siano compatibili con uno sviluppo parsimonioso in termini di uso di risorse non rinnovabili o comunque limitate è un’affermazione avventata. Il ruolo della regolamentazione sui mercati è fuori discussione in qualunque paese sviluppato, e ha tra gli altri il fine di moderare gli effetti indesiderati per esempio della mancata considerazione di interessi non in grado di emergere in forma di prezzi, ma lo stesso rilevanti (le cosiddette esternalità). (Se gli strumenti per superare i fallimenti dei mercati non esistessero già, per esempio, nel settore elettrico, centrali idroelettriche a parte, produrremmo tutta l’energia a carbone e olio combustibile pesante, visto che così l’elettricità costa meno). Resta il fatto che per intervenire verso la sostenibilità qualcosa occorre cambiare. A meno di continuare l’opera di depauperamento di ambiente e risorse geologiche operata da pochissime generazioni della specie umana, e su le generazioni future hanno tanti diritti quanto i nostri. Per correggere l’insostenibilità del nostro modello di sviluppo economico è utile definire nuovi obiettivi e, con essi, indicatori per misurarli. E se è il benessere è qualcosa che il Prodotto Interno Lordo pro capite (che misura il valore economico dei beni e servizi finali prodotti all’interno di un Paese) non cattura abbastanza bene, allora occorre discutere a proposito di indicatori più completi.

I “nuovi” indicatori del benessere

La commissione “Stiglitz”, con gli economisti Stiglitz, Sen e Fitoussi, su incarico di Sarkozy nel 2009 ha fornito indicazioni per un superamento del PIL pro capite come indicatore di benessere, arrivando a conclusioni tra cui le seguenti:

• Occorre valutare il reddito delle famiglie disponibile per il consumo, più che il valore della produzione.

• Bisogna tenere conto delle sperequazioni nel reddito (aspetto che invece il PIL pro capite non cattura, visto che si tratta di una media).

• Anche le attività cui non corrispondono transazioni di mercato devono essere tracciate (come le prestazioni di cura fornite all’interno delle famiglie o delle economie basate sul baratto).

• Alcuni beni, come l’istruzione e la disponibilità di tutele per la salute, hanno un valore decisivo per il benessere, perché ne sono precondizioni.

• Bisogna tener conto anche di variabili patrimoniali, cioè di stock e non legate ai consumi attuali, ma se mai alla potenzialità e qualità dei consumi futuri. Come le dotazioni energetiche e l’integrità ambientale.

In altri termini bisogna guardare alla sostenibilità, cioè alla capacità di un sistema economico di non depauperare le risorse esauribili. Ora, è difficile non condividere queste affermazioni. E nello stesso tempo è deludente che la commissione Stiglitz non sia arrivata a proporre un indice sintetico per lo sviluppo. Ma come avrebbe potuto, del resto? I problemi di un indice sintetico che raccolga le esigenze definite dalla Commissione sono di varia natura. Intanto, una volta che si rinunci all’uso del valore monetario per rendere confrontabile il valore di beni diversi, come si dovrebbe compiere la ponderazione altrimenti? La soluzione, naturale quanto radicale, è quella di misurare direttamente l’effetto soggettivo della disponibilità di beni, cioè la felicità. In questo modo, per dirla come Donato Speroni nel suo I numeri della felicità, (Cooper, 2010), si passerebbe da una logica di input, in cui si misura la disponibilità di beni funzionali al benessere, a una di outcome, in grado di valutare direttamente l’effetto sul benessere.

Lo stesso Speroni nota che la comunità scientifica è ancora lontana dal concordare riguardo al valore di confrontabilità degli indici di felicità individuale, e che tuttavia esistono notevoli passi in avanti in questo senso, come quello del sociologo fiammingo Ruut Veenhoven e del suo World Database of Happiness. Altro problema per mettere in pratica i precetti della commissione Stiglitz, quando pensiamo alla sostenibilità e alle variabili di stock, riguarda la scelta del tasso di sconto dei consumi futuri. Che si lega a sua volta a un’altra complicazione: con quale logica mettiamo in un unico indice valori patrimoniali e reddituali? Può darsi che un approccio olistico, o qualitativo, alla misura del benessere, sia per definizione non riconducibile a un indice sintetico. E che il valore delle raccomandazioni della commissione Stiglitz, o di altre simili, stia proprio nell’apertura di un dibattito sugli obiettivi ultimi della politica, anche attraverso il risveglio della nostra sensibilità. Una specie di seduta di autocoscienza in cui ci chiediamo: cosa conta davvero? O meglio, restringendo il campo alla dimensione pubblica: delle cose che contano davvero, quali si possono ottenere con una buona amministrazione?

Michele Governatori: Scrittore italiano. Sue principali pubblicazioni di narrativa i romanzi Venere in topless (Fernandel, 2003), Il paese delle cicogne (Foschi, 2004) e La città scomparsa (Barbera, 2006). Cura nel 2009 su Radio Radicale la rubrica Derrick dedicata a energia e ambiente.

http://www.lucacoscioni.it/articoloagenda/sulla-crescita-e-il-consumo-di-risorse

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