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"Decrescita" di Daniele Carcea e Luca Pardi Stampa E-mail

Da "Notizie Radicali" del 13/07/2010

Decrescita

di Daniele Carcea e Luca Pardi

Nell'articolo di Giovanni Sartori “L'economia di carta e i limiti dello sviluppo” pubblicato sul “Corriere della Sera” il 25 Giugno con il sottotitolo “Quei soldi maledetti” sono presenti tutti i temi, che rendono l'attuale crisi completamente nuova rispetto a quelle del passato, in quanto crisi terminale di un modello economico e sociale non più sostenibile nelle solite condizioni. Ma partiamo dal problema finanziario, Sartori si riferisce a qualche anno fa indicando in 240 miliardi di dollari il totale degli attivi finanziari prodotti da “Wall Street”, City e dintorni, ma il dato attuale corretto indica in 600 miliardi il totale dei prodotti finanziari creati dai maghi della finanza; il danno tossico, ma sarebbe meglio parlare di metastasi, non ha eguali nella storia dell’umanità e saremo costretti a pagarne le conseguenze per molti anni, secondo Krugmann: saremo costretti ad affrontare una lunga depressione.
Il tutto si è intrecciato con la guerra al terrorismo: come spiega bene Loretta Napoleoni nei suoi libri: la politica dei tassi bassi ha fatto comodo anche per sostenere le due guerre nelle quali gli Usa si sono andati ad invischiare per il volere dell’oligarchia dominante (neocons & Company); la politica deflazionista di Greenspan, dunque, finanzia prima il benessere illusorio della globalizzazione libera da dazi e da controlli e poi la guerra contro il terrorismo. Ecco spiegata l'origine della crisi del credito: illudere la gente che avrebbe potuto aumentare il proprio tenore di vita, con “piccoli debiti” ma che avrebbe visto un enorme aumento del valore dei propri beni acquistati. Il welfare compito classico degli Stati viene delegato alle banche con effetti che ormai non si possono che definire devastanti, il tutto per compensare gli effetti delle delocalizzazioni nei Paesi più poveri, e la perdita di potere d’acquisto e di posti di lavoro che queste hanno comportato.
Ma se Greenspan crea la bolla durante gli anni Novanta, il finanziamento di due guerre dopo l'11 settembre prima la gonfia e poi la fa esplodere. L'abbattimento dei tassi, subito dopo la tragedia, innesca il perverso meccanismo dei mutui subprime e inflaziona i prezzi del mercato immobiliare in America e nel resto del mondo; dà vita, insomma, alla spirale dell'indebitamento delle banche; i prezzi degli immobili vanno alle stelle, e questo alimenta la spirale della vendita a debito, si crea la mega-bolla che si autoalimenta, fino a che non scoppia, riducendo a spazzatura molti attivi, delle banche, soprattutto di quelle troppo grandi per poter fallire.
Naturalmente, a fare le spese di questa follia economica è la popolazione americana che per quindici anni è tenuta all'oscuro delle crisi del mercato globale e per altri sette ignora che Pechino e Tokyo finanziano le guerre "ideologiche" dei neoconservatori, comprando insieme metà del debito pubblico americano. Così quando la bolla esplode, nel settembre 2008, e quando la recessione è alle porte all'inizio del 2009, per salvare le banche e mantenere in piedi due guerre, Washington usa i soldi dei contribuenti, quei pochi nell'erario pubblico e quelli ancora da raccogliere, pignora insomma la ricchezza delle future generazioni, il debito pubblico non è altro che: tasse che verranno riscosse nel futuro, si pubblicizza il debito privato, alla faccia dei cultori del mercato duro e puro. Ma anche gli altri Stati, Italia compresa, pagano questi errori. Gli Stati Uniti sono la locomotiva economica del mondo, così la conflagrazione a Wall Street trascina l'intero pianeta nella crisi economica e finisce l’apologia dei paesi il cui Pil cresceva a ritmi alti, come Spagna, Irlanda, Stati Uniti stessi, perché si scopre che questa crescita non è dovuta alla “moderna flessibilità” del mercato del lavoro, ma alla promozione del consumo a debito, la crescita al di sopra delle proprie possibilità.
La crisi mondiale delle banche innescata dalla speculazione dei subprime americani, è ben lungi dall’essere superata, il sistema si è retto su una grande catena di S. Antonio, legalizzata, quella che Sartori chiama: il grande parassita speculativo e se non ci sarà un importante cambiamento di regole a partire da: una maggiore trasparenza dei prodotti finanziari, con le quotazioni pubbliche di tutti titoli, senza eccezione alcuna, al divieto di quelli altamente speculativi, come quelli che permettono le vendite allo scoperto, all’abbassamento della cosiddetta possibilità di leva, che permette di creare denaro dal nulla senza garanzie e solo per accumulare profitti infiniti per pochi intimi, che sono poi destinati ad essere pagati dai cittadini, non appena il giocattolo si rompe e la bolla esplode, tutto sarà inutile.
Sartori ci dice anche: “Per esempio, chi inquina l’aria, l’acqua, il suolo, deve pagare. Vale a dire, tutto il sistema di incentivi va modificato”. I dirigenti radicali Marco Cappato ed Elisabetta Zamparutti si sono mossi in questo senso ed hanno proposto lo spostamento di una certa percentuale di tasse dal lavoro all’ambiente, in modo che chi sfrutta acqua, aria e suolo, paghi il giusto tributo all’uso delle risorse fondamentali naturali.
Fra i motivi scatenanti della crisi, è obbligatorio inserire il problema della relazione fra fonti energetiche e sistema produttivo, e lo ha fatto molto bene Edoardo Narduzzi su Milano Finanza, ricordandoci che salendo il numero dei Paesi che aumentano la loro capacità produttiva, sale la richiesta di energia, sale il prezzo di questa, vedi prezzo del petrolio, ma inizia anche la guerra per l’accaparramento delle risorse, la competizione si allarga, ma le risorse tendono a finire, la green economy potrà aprire nuovi scenari, ma non potrà essere risolutiva, attualmente se la Cina volesse raggiungere il Pil procapite del Giappone, avrebbe bisogno di quasi dieci volte l’energia che consuma adesso, un obiettivo oggettivamente irrealistico e irrealizzabile. C’è bisogno di una rivoluzione culturale che tolga l’economia dal centro del sistema e vi ponga l’ecologia. Tutti gli indicatori usati per valutare le performances di una società a partire dal Pil, andranno ripensati dando maggiore importanza al benessere di una società rispetto alla mera contabilità dei beni e servizi prodotti, rivedere i “limiti” della crescita significa cercare delle soluzioni che garantiscano il permanere della libertà e della democrazia, altrimenti il collasso spazzerà anche i due principali perni su cui si basa la nostra società.
Ma Sartori ci dice anche:” la dissennata esplosione demografica degli ultimi decenni mette a nudo che la terra è troppo piccola per una popolazione che è troppo grande”, la stessa cosa c’è l’ha detta il professor Luigi De marchi per anni con i suoi libri e nei suoi mitici editoriali su Radio Radicale. Fra l’altro De marchi individuava nella psicologia o peggio nella sessuofobia della classe clericale e laica, dominante, il fatto che, ogni possibile campagna per il controllo delle nascite improntata alla diffusione dei contraccettivi e alla divulgazione ed educazione sessuale venisse, e ancora venga, osteggiata in tutti modi; inoltre , come insegnava Enzo Tiezzi, scomparso lo stesso giorno della pubblicazione dell'articolo di Sartori, ragionare in termini di sostenibilità implica la considerazione dinamica nello spazio e nel tempo degli ecosistemi terrestri. La sostenibilità è infatti la caratteristica di un metabolismo sociale ed economico i cui frutti possano essere goduti da tutti, e la cui durata investa indefinitamente anche le generazioni future. Si potrebbe aggiungere che un modello sociale ed economico di questo tipo si prenderebbe carico, o la responsabilità, del benessere di tutti gli esseri viventi, e sarebbe perciò il punto di arrivo di quel processo storico e politico che Marco Pannella ha chiamato rientro-dolce.
Infatti Sartori incentra il suo intervento su un tema che già lui stesso aveva affrontato in passato quello, appunto, della “dissennata esplosione demografica degli ultimi decenni".
Quindi Rientro-dolce sul pianeta Terra (se volessimo dare un titolo ad un libro che tratti questi temi), con una progressiva riduzione della popolazione; riduzione che comunque non tutti osteggiano, se è vero che l'UNPFA valuta in 76 milioni per anno il numero di gravidanze indesiderate, evitando le quali si potrebbe ridurre di qualche decina di milioni il numero di individui che ogni anno si aggiungono alla popolazione esistente.
Una simile rivoluzione deve necessariamente includere anche la variabile economica con il rientro/riduzione generale dei consumi non sostenibili e delle risorse. Un cambio di paradigma che porta dal consumismo indifferenziato al consumo critico e consapevole, che includa la variabile ecologica con una presa di coscienza della posizione di Homo Sapiens nella natura.

Il paradiso in terra? Purtroppo no! Non si deve equivocare il raggiungimento di un obbiettivo ineludibile, perché determinato dai limiti fisici degli ecosistemi terrestri, con le prescrizioni dell'ennesima società utopica dell'Uomo Nuovo. L'obbiettivo sarà comunque raggiunto se non troveremo quelle ulteriori quattro cinque Terre che la bulimia consumistica attuale richiederebbe. Non si tratta dunque di fondare la Città Perfetta, ma di trovare le modalità non-violente per governare la transizione alla sostenibilità. Il problema è ora, e non è rinviabile ulteriormente. La rapida globalizzazione dell'economia ha accelerato il processo di raggiungimento dei limiti della crescita.

Prenderne atto è il primo passaggio per organizzare il rientro. Le conoscenze scientifiche, i mezzi tecnici, le proposte politiche concrete e i desideri di una crescente massa di persone consapevoli, permetterebbero ad una forza politica Radicale di rilanciare un progetto politico e ideale transnazionale, che superi la palude dell'agenda a breve termine e priva di progetto del mondo contemporaneo.

Ma la politica per la riduzione delle nascite si scontra, soprattutto nei paesi “sviluppati” contro il bisogno di crescere, anche qui Sartori è illuminante: “Anzi, per loro stiamo andando di bene in meglio, perché tanti più bambini tanti più consumatori e tanti più soldi”.

C’è bisogno di nuovi nati che lavoreranno e che pagheranno i contributi per i pensionati futuri e soprattutto c’è bisogno di crescere economicamente perché dobbiamo abbassare i debiti pubblici, dobbiamo abbassare i rapporti fra debito e prodotto interno lordo e questo a maggior ragione dopo la crisi attuale che, ha costretto gli Stati a salvare le banche e quindi ad aumentare i propri debiti pubblici causando la contrazione del credito alle imprese e facendo venir meno la fiducia dei consumatori, che ha causato la diminuzione del PIL. E per finire in bellezza ora gli istituti finanziari, le banche ed altri salvati con i soldi pubblici, continuano a speculare come, se non più di prima, mettendo nel mirino anche proprio i debiti sovrani che hanno così attivamente contribuito ad aumentare, esasperando il già preoccupante clima di instabilità generale.

Oggi quindi ci troviamo di fronte ad uno scoglio in più da affrontare: per poter pensare ad un programma riformatore che metta in agenda la diminuzione della popolazione e dei consumi non sostenibili (a causa dei danni ambientali che producono), ci si scontra con il bisogno di contenere i deficit e risanare i conti pubblici e con il cappio della crescita obbligatoria (il mantra della crescita!) che questo sistema si è messo al collo.

Roubini consiglia che la Grecia venga accompagnata, ad un default controllato, con il pagamento di una parte solamente del debito pubblico contratto, ma non è questa strada quella che dovrà essere seriamente presa in considerazione da tutti i Paesi con un alto debito pubblico? Cioè praticamente tutti i Paesi occidentali?!

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