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Intervista a Jeffrey Sachs sull'esplosione demografica africana Stampa E-mail

Da "La Stampa" del 10/20/2010, pag. 17

Intervista all'economista Jeffrey Sachs

“Un freno alle nascite contro la bomba-Africa”

di Marco Bardazzi

Se l’Italia pensa di avere oggi un problema con l’immigrazione, aspetti di vedere cosa accadrà nei prossimi decenni in Africa. «A meno che non muti lo scenario, entro il 2050 ci saranno un miliardo di persone in più nell’Africa sub-sahariana, senza le risorse disponibili e in uno scenario di cambiamento climatico: questo significa crisi enormi, violenza, carestie e conseguenti gigantesche migrazioni di massa verso l’Europa». La previsione porta la firma autorevole di Jeffrey Sachs, l’economista della Columbia University ai cui consigli si affidano organizzazioni internazionali e vari governi di Paesi in via di sviluppo. Una voce influente anche all’Onu, dove collabora in modo stretto con il segretario generale Ban Ki-moon.

Il curriculum di Sachs fa sì che abbiano un peso su scala planetaria non solo le sue analisi, ma anche le soluzioni che propone. Nel caso dell’Africa, la ricetta prevede interventi «per una forte riduzione della crescita demografica: ciò significa diffondere la contraccezione e i metodi moderni di pianificazione familiare». La bomba demografica africana occupa una parte importante nell’ultimo libro di Sachs, «Il Bene Comune - Economia per un pianeta affollato» (Mondadori), appena uscito in Italia. Un manuale sui rischi cui va incontro il pianeta e i possibili metodi per affrontarli. Sachs ne parla dal proprio ufficio a New York di direttore dell’«Earth Institute» alla Columbia, tra un viaggio e l’altro in giro per il mondo: è appena rientrato dall’India, dove ha partecipato a un vertice sul clima, e lo attende un incontro a Roma del Programma alimentare mondiale dedicato a Haiti (è anche consigliere del presidente haitiano René Preval).

Nel libro lei analizza nei dettagli le previsioni sulla crescita demografica africana: contraccezione e legalizzazione dell’aborto in tutti gli Stati sono scelte indispensabili?
«Occorrono ambiziosi programmi di sviluppo che mirino ad abbassare simultaneamente il tasso di mortalità infantile e quello di fertilità. L’Africa e le sue risorse non sono in grado di sostenere l’esplosione demografica. Serve una significativa riduzione della crescita della popolazione. Vogliamo che avvenga attraverso sofferenze di massa, carestie e disastri?».

I cambiamenti climatici avranno un peso nel determinare gli scenari africani?
«Assolutamente sì, nell’Africa sub-sahariana le condizioni peggioreranno, alimentando le crisi. È vitale per l’Africa che si agisca sulla demografia, è decisivo per il benessere dei suoi bambini ed è molto importante per l’Europa, perché in caso contrario l’instabilità si farà sentire sulle sponde europee».

Parlando di clima, dopo il fallimento del vertice Onu di Copenhagen che atmosfera ha trovato a Delhi, dove nei giorni scorsi si è fatto il punto sul cammino verso il nuovo summit a fine anno in Messico?
«È improbabile che anche nel 2010, come nel 2009, si riesca a firmare un trattato sul clima. Se anche fosse raggiunto un accordo, è improbabile che gli Usa lo firmino».

Perché?
«Per la situazione politica che si è creata negli Stati Uniti. Le elezioni americane di midterm del novembre prossimo potrebbero complicare ulteriormente le cose. È l’ora di un approccio diverso».

Quale?
«Invece di concentrarci sul tentativo di mettere a punto un trattato da far firmare a tutti, dobbiamo mirare a soluzioni pratiche e immediate. Nuovi programmi di finanziamento ai Paesi in via di sviluppo. Azioni contro la deforestazione. Iniziative per diffondere l’energia solare in Africa. Passi pragmatici, invece di grandi discorsi. Se mostriamo risultati specifici rimetteremo in moto il meccanismo».

Non è una rinuncia definitiva alle ambizioni che precedevano Copenhagen?
«Gli ostacoli che sono emersi negli Usa e anche in Cina non cadranno nel 2010. Meglio mostrare progressi reali su alcuni aspetti del problema».

È un segnale che ha perso fiducia in Obama, il presidente che legge i suoi libri e li usa nei suoi discorsi?
«Sono contento che mi legga. Ha detto cose importanti sulla modernizzazione delle infrastrutture e sull’economia “verde”. Ma nel complesso l’amministrazione non ha dato per ora seguito alle promesse, è stato un primo anno deludente. Penso che Obama sappia bene dove dobbiamo andare, ma vorrei vedere passi concreti per arrivarci. Non sarà facile, perché la situazione politica peggiora».

Cosa legge dietro la recessione dello scorso anno e il nuovo panico di questi giorni sui mercati globali?
«Le cause immediate sono legate all’andamento dei mercati finanziari, ma credo ci sia qualcosa di più profondo. Stanno emergendo i segni della carenza di risorse del pianeta. La debolezza della ripresa negli Usa e in Europa è legata anche al fatto che mancano chiari modelli di sviluppo sostenibile».

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