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Cambiamenti climatici e crescita demografica, il rapporto 2009 Unfpa parla chiaro Stampa E-mail

Da "Notizie Radicali" del 25 Novembre 2009

Cambiamenti climatici e crescita demografica, il rapporto 2009 Unfpa parla chiaro

di Francesco Pullia

Il rapporto 2009 dell’Unfpa (United nations population fund), il Fondo delle Nazioni Unite che si occupa del diritto alla salute, delle pari opportunità e della riduzione della povertà, parla chiaro: i disastri naturali uccidono più donne che uomini, come confermano i dati relativi ai disastri naturali avvenuti in 141 paesi tra il 1981 e il 2002 e, inoltre, il dissesto ambientale, con le inevitabili ripercussioni climatiche, va direttamente collegato alla sovrappopolazione. Nonostante questo, duecento milioni di donne nei paesi in via di sviluppo non possono ancora accedere ai contraccettivi e i finanziamenti per una seria ed efficacia campagna di pianificazione si sono ridotti da 723 milioni di dollari nel 1995 a 338 milioni di dollari nel 2007. Chiunque lo voglia può verificare quanto da noi riportato collegandosi via internet al sitoweb www.aidos.it, il sito dell’Associazione italiana donne per lo sviluppo.

“E’ evidente”, ha affermato, a questo proposito, il demografo Livio Bacci, “che se il mondo tra quarant’anni avrà nove oppure dieci miliardi di abitanti non è un fatto indifferente. Dire che la rapida crescita demografica non avrà effetti è un’assurdità”.

L’esplicito riferimento è ad un fondo apparso il 20 novembre, all’indomani della presentazione del rapporto, sul quotidiano dei vescovi Avvenire in cui, tra l’altro, si sosteneva: “Si sperava che le teorie malthusiane meritassero e defi­nitivamente meritino la liquidazione invoca­ta tra i primi da Karl Marx (con un perentorio «stupidaggini infantili»), macchè. Il Rapporto 2009 del Fondo delle Nazioni U­nite per la popolazione (Unfpa) sostiene che (usiamo le parole di Le Monde in prima pagi­na) «occorre con urgenza aiutare le donne a fa­re meno figli per lottare contro il pericolo cli­matico », giacché, secondo quel rapporto, «la natalità galoppante dei Paesi in via di svilup­po sarebbe uno dei principali motori di riscaldamento e uno dei primi rischi di questo». Come a dire, e sintetizzando: meno nascite nei Paesi poveri vuol dire meno emissioni di ani­dride carbonica, dunque meno rischi per il cli­ma. Insomma, per ragioni ideologiche e mol­to probabilmente pratiche (come la ricerca di nuovi finanziamenti per la pianificazione fa­miliare nei Paesi in via di sviluppo dopo il di­simpegno economico di molti, a cominciare dagli Stati Uniti), l’Unfpa tenta di introdurre nel dibattito la questione demografica, pratica­mente assente sia dai rapporti dei gruppi intergovernativi d’esperti sull’evoluzione del cli­ma (Giec) sia dalle correnti trattative interna­zionali in materia.”

Dunque, secondo l’organo dei prelati, “ragioni ideologiche”, condurrebbero a prevedere che, entro il 2050, circa 200 milioni di persone saranno costrette ad abbandonare le proprie case a causa del degrado ambientale con spostamenti all’interno e all’esterno del proprio paese ed a prendere atto che negli ultimi due decenni in Africa circa dieci milioni di persone sono state costrette a migrare anche per colpa dell’inarrestabile desertificazione. Inutile nascondere il rischio paventato dell’aumento di tensioni e squilibri sociali. E se non si porrà un argine la situazione peggiorerà sicuramente.

“La contraccezione”, ha precisato sempre Bacci, “deve essere uno strumento nelle mani delle donne e delle coppie per regolare il numero dei figli e distanziare nel tempo le nascite. Naturalmente deve essere un diritto delle persone. E non deve essere affidato a politiche costrittive. La Chiesa però non può non essere cosciente che in buona parte dei paesi in via di sviluppo e particolarmente in Africa la non controllata crescita demografica è fonte di povertà e di gravissimi problemi sociali”. Con buona pace dell’Avvenire e delle gerarchie ecclesiastiche.

Bisogna che ci si renda bene conto che il dissesto ambientale mondiale non deriva solo dall’insufficienza energetica o dalle emissioni industriali di carbonio ma anche da dinamiche connesse alla sovrappopolazione, alla povertà, alla (dis)uguaglianza di genere.

“Prove sempre più evidenti”, si legge nel rapporto, “mostrano come i recenti cambiamenti climatici siano principalmente il risultato dell’attività umana. L’influenza di questa attività sul cambiamento climatico e complessa. Riguarda ciò che consumiamo, il tipo di energia che produciamo e utilizziamo, se viviamo in una città o in una fattoria, se viviamo in un paese ricco o povero, se siamo giovani o anziani, riguarda ciò che mangiamo e anche quanto e come le donne e gli uomini possono beneficiare di pari diritti e opportunità. Riguarda anche la nostra crescita,ci stiamo ormai avvicinando ai 7 miliardi di persone. La crescita demografica, delle economie e dei consumi va più in fretta rispetto alla capacita della terra di adattarsi al cambiamento climatico, che potrebbe diventare ancora più estremo e plausibilmente catastrofico. Le dinamiche della popolazione ci raccontano parte di una storia più ampia e complessa relativa a come alcuni paesi e popoli hanno perseguito lo sviluppo e definito i progressi e di come altri abbiano avuto poca possibilità di incidere sulle decisioni che riguardavano le loro vite. Anche le modalità attraverso le quali il cambiamento climatico influenza la vita delle persone sono complesse, possono ad esempio incentivare le migrazioni, distruggere i mezzi di sussistenza, intralciare le economie, far crollare lo sviluppo ed esacerbare le disuguaglianze tra i sessi.”

Il cambiamento climatico aumenterà le difficoltà ai gruppi socialmente più esposti e vulnerabili, minacciando ulteriori divari tra ricchi e poveri nonché accentuando le discriminazioni i sessi. I gas serra non si sarebbero accumulati cosi drammaticamente se il numero degli abitanti della terra non fosse cresciuto così rapidamente, se cioè fosse rimasto a trecento milioni di persone, ossia la popolazione mondiale di mille anni fa, anziché raggiungere gli attuali 6,8 miliardi. Un minimo di buonsenso, continua il rapporto, “suggerisce che un clima in continuo cambiamento avrà ripercussioni sulle società e sugli individui, in particolar modo su chi è più a rischio, esacerbando le disuguaglianze esistenti. Gli scienziati, inclusi gli autori dei rapporti del Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici, riconoscono che l’importanza della velocità e della portata della recente crescita demografica inciderà sull’aumento delle future emissioni di gas serra. Una crescita demografica più lenta, sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo, può facilitare il compito di portare le emissioni globali in equilibrio con l’ambiente nel lungo periodo e consentire l’adattamento ai cambiamenti in corso. Tuttavia, l’impatto del rallentamento dell’incremento demografico dipenderà dal trend futuro dei modelli economici, tecnologici e di consumo mondiali.”

Che fare? Quali rimedi occorre approntare? Il rapporto dell’Unfpa propone cinque passi per aiutare ad allontanare l’umanità dal precipizio alla vigilia dell’imminente vertice di Copenaghen:
1) promuovere una migliore comprensione delle dinamiche demografiche, della condizione femminile, della salute riproduttiva nelle discussioni sulla situazione generale ambientale, 2) finanziare pienamente i servizi di pianificazione familiare e consentirne l’accesso alle fasce sociali con reddito più basso, 3) fare in modo che aumenti la consapevolezza del ruolo delle dinamiche della popolazione e dei rapporti di genere nell'attenuazione del cambiamento climatico, 4) prepararsi da subito a sapere affrontare e gestire le previste migrazioni di popolazione, 5) prendere in considerazione le differenze di genere, e quindi l’importanza del ruolo femminile, nell’impegno mondiale per ridurre il dissesto ambientale.

“Il concetto di riduzione del rischio da disastri”, conclude la ricerca, “si basa sul riconoscimento del fatto che i disastri avverranno ma che le società informate e impegnate possono anticiparli –insieme ai loro effetti – e minimizzare cosi le perdite di vite umane e di beni, accelerando al contempo i tentativi di ripresa. In questo lavoro e fondamentale prendere in considerazione le differenze di genere che rendono le donne vulnerabili in modo sproporzionato durante i disastri e che, a volte, le discriminano durante il processo di ricostruzione. Le donne e i loro figli devono essere visibili a coloro che intervengono per assicurare il successo della ripresa dopo il disastro e devono avere voce in capitolo nella formulazione dei piani per la riduzione del rischio da disastri. Nessuna di queste misure deve essere adottata senza prendere in considerazione altre azioni sociali più ampie per il raggiungimento dell’uguaglianza di genere. Bisogna agire urgentemente per aumentare il numero di donne proprietarie della terra e assicurare loro il controllo legale delle risorse naturali essenziali dalle quali dipende la loro vita (…). C’è ancora tempo per i negoziatori che si riuniranno a Copenaghen per riflettere in modo creativo su popolazione, salute riproduttiva e uguaglianza di genere, e su come queste possano contribuire a costruire un mondo giusto e sostenibile dal punto di vista ambientale. Stabilire questi collegamenti può creare uno spazio nel quale l’esercizio universale dei diritti umani può aiutarci a superare quella che oggi sembra quasi una difficoltà insormontabile: gestire il cambiamento climatico provocato dalle attività umane e migliorare al tempo stesso la qualità della vita e i mezzi di sussistenza degli esseri umani.”

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