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Democrazia, ambiente, nonviolenza: un legame indissolubile Stampa E-mail

Da "Notizie Radicali" dell'11 Giugno 2009

Democrazia, ambiente, nonviolenza: un legame indissolubile

di Francesco Pullia

Sicuramente, al di là degli esiti del suo pensiero, ha ragione Vandana Shiva a sostenere nel suo ultimo libro tradotto in italiano, “Terra madre” (Fazi), l’interconnessione tra fame nel mondo, peak oil (con il ricorso ai biocarburanti in sostituzione dei combustibili fossili), surriscaldamento globale ed a sottolineare che questi tre grandi problemi devono essere al centro di un ripensamento planetario della politica agricola, energetica, ambientale.

Da tempo, rifacendosi al modello gandhiano, l’autrice indiana ha lanciato un accorato allarme sulla privatizzazione delle risorse comuni che, insieme alla progressiva erosione dei beni e dei servizi pubblici e all'indebolimento dei meccanismi democratici di controllo dell'economia, rappresenterebbe, a suo giudizio, una grave minaccia in termini di sostenibilità ecologica e di sopravvivenza sociale.

La questione ambientale è questione sociale, dal momento che appaiono evidenti le implicazioni derivanti dall’intreccio tra aumento demografico e sfruttamento (e preservazione) delle risorse primarie.

Nell’interessante “Ecologia dei poveri, la lotta per la giustizia ambientale” (Jaca Book), Martìnez Alier Joan giunge ad auspicare, in questa direzione, una revisione dell'idea stessa di natura. Quest’ultima, suggerisce lo studioso, da luogo di contemplazione, deve essere intesa come base materiale di sostentamento di comunità che difendono se stesse e la loro sopravvivenza.

Dall'inquinamento ai cambiamenti climatici, dalla crisi energetica alla riduzione della biodiversità, ogni giorno siamo messi di fronte a scelte inderogabili da compiere, scelte che, però, non possono eludere un aspetto preliminare: l’ecologia va, infatti, inquadrata all’interno del bisogno di democrazia, dell’esigenza partecipativa, di un coinvolgimento decisionale il più ampio possibile.

Già nel 1984, nel saggio “La politica dei verdi”, edito in Italia due anni dopo da Feltrinelli, Fritjof Capra evidenziava “una impressionante intensificazione di crisi interdipendenti” e si chiedeva se “ la potenza crescente degli stati centralizzati, alimentata dal nuclearismo,” non arrivasse, prima o poi, ad imporre “misure di emergenza” dalla forte valenza repressiva.

Venticinque anni dopo, guarda caso, Silvio Berlusconi ha affermato di essere disposto a impiegare l'esercito per presidiare le zone dove dovrebbero sorgere le nuove centrali. E questo in risposta a un sondaggio del mensile “La nuova ecologia” e di Lorien Consulting, presentato a Roma al forum "Qualenergia", secondo cui il 60 per cento degli italiani (sette su dieci) considera il ricorso al nucleare pericoloso e dispendioso. Soltanto il 14 per cento lo preferisce ma subito ammette che non abiterebbe vicino ad una centrale o ad un deposito di scorie radioattive.

Strano che, nello stato di intontimento generale artificiosamente causato dalla disputa su Noemi, “papi” e violazione della privacy, non se ne sia sufficientemente parlato, anzi sia sfuggito del tutto al dibattito politico.

Ecco, allora, che emergono spunti per avviare un’attenta riflessione sul rapporto tra democrazia, ambiente e nonviolenza (assunta nel senso di Aldo Capitini e Danilo Dolci, vale a dire nella complessità data dalla spinta omnicratica, dalla compresenza, da una compartecipazione quanto più allargata). Bisognerà tenerne conto in vista dell’appuntamento, decisivo nel passaggio dalla resistenza radicale all’affermazione della liberazione e, quindi, all’assunzione di governo, di Chianciano.

I verdi, i socialisti, i liberali ne sono consapevoli? E noi stessi sapremo essere all’altezza dello sforzo richiesto?

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