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Siamo più di 60 milioni: sicuri che sia un bene? Stampa E-mail

Lettera pubblicata nella rubrica "Italians" di Beppe Severgnini

Siamo più di 60 milioni: sicuri sia un bene?

Cari Italians,
la scorsa settimana i media hanno riportato la notizia secondo la quale la popolazione residente in Italia avrebbe superato i 60 milioni di abitanti con un saldo positivo di 434.000 unità circa (la somma delle popolazioni di Valle D'Aosta e Molise), grazie ad piccolo aumento della natalità ed all'immigrazione. I toni a volte entusiastici dei media non sono stati criticati da nessuno. Il fatto che un aumento della popolazione locale e globale sia un fatto positivo è considerato un dogma di fede, mentre ogni accenno a problema della sovrappolazione resta un tabù. Nessuno si chiede per quanto tempo potremo continuare ad aggiungere ogni anno alla popolazione italiana l'equivalente delle popolazioni di città come Bologna o Genova. Nessuno che si chieda come, in un periodo di penuria energetica, si possa far fronte ai bisogni, anche meramente alimentari, della popolazione residente. Continua l'illusione della marcia trionfale della crescita anche quando il ponte del Titanic dell'economia globale si inclina inesorabilmente, indicando la catastrofe prossima della più presuntuosa delle grandi scimmie.


Luca Pardi,
gattopardi57@yahoo.it 

Luca Pardi ha risposto nel blog Malthus Day alle osservazioni dei lettori:

Avendo ricevuto diverse risposte (15) da parte di lettori della rubrica di Severgnini Italians sul sito del Corriere ho deciso di dare una risposta collettiva. Alcuni lettori concordano totalmente con il contenuto della lettera. Atri concordano, ma pongono l’accento su questioni diverse dai limiti fisici. Quattro sono contrarie per diversi motivi. I motivi di critica sono:
1) L’invecchiamento del paese. Con le questioni annesse di perdita di “dinamismo” e conseguentemente di competitività e l’annosa questione delle pensioni.
2) Il non riconoscimento del problema delle risorse. Un lettore afferma che le risorse da cui dipendiamo si possono sempre importare. Una lettrice afferma che abbiamo ancora tanto spazio disponibile ancora disabitato (ad esempio il centro della Sardegna).
3) Un tema di critica verte piuttosto sul fatto che l’aumento di popolazione porti ad una perdita dell’italianità del nostro paese.
4) Vi è poi la critica di Rino che è di ordine etico e che riporto integralmente (e anonimamente):

Caro amico,
io mi sto chiedendo invece che senso abbiano le Sue considerazioni.
Ho 74 anni, ho avuto 6 (sei) figli, sono nato poverissimo e tuttora non sono ricco. Li ho fatti studiare tutti, e ho insegnato loro che i figli ed una buona moglie sono il sale della vita. Hanno seguito il mio consiglio e sono pieno di nipoti meravigliosi.
Se avessi, al tempo, osservato la Sua tranquilla dottrina, sarei
un povero vecchio, avaro, ottuso e probabilmente ricco.
Che poi la gente in gran parte la pensi come Lei per fortuna non
vuol dire nulla di più se non che si son persi i "valori".
Ma so già che questa è - oggi - una banalità.
Salutissimi.

Rispondo alle varie critiche.

Relazione fra risorse e popolazione. Tale relazione è alla base di qualsiasi seria considerazione ecologica. Il superamento del livello critico di una popolazione (non solo quella umana), viene indicato come tracimazione ecologica (ecological overshoot) che corrisponde al superamento della capacità dell’ecosistema che ospita la popolazione data di sostenerla. Per quanto riguarda la nostra specie tale capacità è stata innalzata enormemente dalla scoperta dell’uso dei combustibili fossili che sono alla base, anzi sono la vera causa (probabilmente irripetibile) dello straordinario aumento della produttività agricola e dello sviluppo tecnologico seguito alla rivoluzione industriale. In questi ultimi anni, grazie al lavoro di
ASPO (Association for the Study o Peak Oil), mi sono convinto che le risorse energetiche fossili e quella nucleare, siano giunte a loro volta in prossimità di un punto critico globale. Tale punto critico corrisponde appunto al picco globale delle fonti fossili che determina il momento in cui la disponibilità di quelle risorse inizia inesorabilmente a declinare dopo quasi due secoli di crescita. Andare nei dettagli del fenomeno del picco del petrolio e delle altre risorse minerali appesantirebbe eccessivamente questa risposta e pertanto rimando alla vasta documentazione presente sul sito di ASPO. Comunque dopo questa lunga premessa mi permetto di smentire la convinzione di alcuni lettori secondo i quali non ci sarebbero problemi di approvvigionamento di risorse. L’approvvigionamento di risorse naturali sarà in futuro un problema sempre più grave e, probabilmente, foriero di conflitti politici e militari. L’overshoot della popolazione umana è testimoniato da molti dati convergenti. Chi si illude che anche nel nostro paese esistano ancora vaste aree disabitate e che, perciò, non debbano esserci preoccupazioni può essere facilmente smentito dai dati sull’Impronta Ecologica, sull’Appropriazione Netta di Produzione Primaria, e sulla Impronta Umana (Human Footprint). Ciascuno degli indicatori citati richiede una certa applicazione per essere compreso, ma non è oltre la comprensione di un cittadino mediamente istruito, ma con la volontà di capire un po’ al di la della melassa di conformismo e stupidità felicemente distribuito dai media. Alcuni scritti rintracciabili sui siti di ASPO-Italia e dell'associazione Rientrodolce, potrebbero aiutare per una introduzione al tema. Ma al di la dei tecnicismi, diciamo, ecologici, negli ultimi due anni ho insistito su un dato immediatamente comprensibile che ci mette a confronto con la realtà dell’invadenza di Homo Sapiens sul nostro pianeta. Se si prende la biomassa totale dei vertebrati terrestri, che è l’insieme di Mammiferi, Uccelli, Rettili e Anfibi (esclusi quindi i Pesci perché non sono terrestri), si scopre che di questa solo il 2% è selvatica, il restante 98% è costituito per un terzo dalla biomassa umana e per due terzi dagli animali domestici cioè prevalentemente: bovini, ovini, suini e pollame. Il biologo O. Wilson ha scritto nel suo libro Il futuro della vita, questo pianeta non potrà sopportare un altro secolo di crescita (economica e demografica nda) come quello appena finito.

Considerazioni socio-economiche ed etiche. Di fronte ai fatti presentati nel paragrafo precedente appare ovvio come io consideri le questioni come l’invecchiamento, i regimi pensionistici (che pure mi riguardano personalmente avendo 52 anni), e le questioni etnico religiose legate all’immigrazione del tutto marginali. Intanto l’invecchiamento di una società che riduca il suo tasso di natalità è una conseguenza inevitabile della transizione demografica ed è anche un transiente destinato a regolarsi nel tempo con l’acquisizione di una struttura delle età un po’ meno sbilanciata di quella delle società in rapida crescita. Inevitabile perché, volenti o nolenti, non possiamo (caro Rino) continuare a crescere indefinitamente a prescindere da quanto siano “sale della vita” i figli e le buone mogli (e suppongo anche i buoni mariti). Per quanto abbia sempre molta paura di chi sbandiera “i valori”, di fronte alle catastrofi rappresentate dal progressivo degrado degli ecosistemi terrestri occuparmi del tema del mio prossimo assegno di pensione, mi apparirebbe davvero il prodotto di una vera eclissi di valori. Per quanto riguarda la perdita di competitività e di dinamismo delle società invecchiate è proprio quello di cui ha bisogno il nostro tempo, per organizzare un governo sensato della decrescita o, come lo abbiamo chiamato noi: un rientro dolce dell’umanità entro limiti ecologicamente e socialmente sostenibili. Infine a Clemente che, concordando con me sul problema della sovrappopolazione, mi dice che certe cose alcuni le capiscono a 20, altri a 30 altri a 80 anni e altri ancora non le capiscono mai, rispondo che mi sento di tentare di convincere quanta più gente mi è possibile che, a prescindere dall’età, è tempo per tutti di capire tutto adesso! Ne va della nostra vita e di quella dei nostri figli, che sono si il sale della vita, ma rispetto ai quali abbiamo sicure responsabilità. Non so se saremmo avari, ma saremmo sicuramente ottusi a non considerare questa tutt’altro che tranquilla evidenza sperimentale.

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