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Il pericolo dell'Oil Crunch: finisce il petrolio a basso costo Stampa E-mail

IL PERICOLO ADESSO SI CHIAMA “OIL CRUNCH”

Fra cinque anni il picco di produzione, poi partirà la corsa affannosa alle riserve più difficili e costose da sfruttare.

LONDRA - Oil cruch, picco petrolifero, curva di Hubbert. La prossima grande crisi economica globale ha molti nomi diversi, ma una sola causa: la fine dell’estrazione e della produzione di petrolio a costi contenuti. A lanciare l’allarme stavolta non sono i soliti ecologisti ma la Commissione Britannica sul picco petrolifero e la sicurezza energetica, formata da otto grandi compagnie – Arup, First-Group, Foster + Patners, Scottish and Southerm Energy, Solarcentusy, Stagecoach Group, Virgin Group, Yahoo – attive nel Regno Unito e nel resto del mondo, con interessi che spaziano dai trasporti, alla produzione di energia elettrica fino ai servizi informatici. Che hanno deciso di presentare insieme, durante una conferenza alla Borsa di Londra, una relazione-monito sul futuro del mercato dei combustibili fossili. Un futuro non molto roseo: già nel 2013, spiega la relazione, toccheremo l’oil peak, il picco di produzione massima del petrolio, che occorrerà quando la velocità di estrazione del prezioso combustibile fossile supererà quella della scoperta di nuovi giacimenti.

Secondo il modello elaborato già nel 1956 dal geofisico Hubbert, e dimostratosi corretto durante la crisi del 1973, quando gli USA raggiunsero ilpicco, da ora in avanti i livelli di estrazione possono soltanto diminuire. I costi di sfruttamento delle risorse aumenteranno, visto che il petrolio di facile reperimento è già stato usato. Rimarranno i giacimenti più difficili: quelli che si trovano a elevate profondità, le sabbie bituminose e le riserve non verificate di molti stati (soprattutto mediorientali) , che in molti ritengono sovrastimate. Fattori che porteranno al verificarsi del crunch (contrazione) : la disponibilità di petrolio sul mercato si ridurrà drasticamente, a fronte di una domanda in continua crescita. L’Energy Information Administration americana stima un aumento del 50% del consumo energetico mondiale entro il 2030, soprattutto da parte dei Paesi non Ocse. Se si considera che oggi, a livello globale, il petrolio rappresenta circa il 40% dell’energia primaria generata e circa il 90% dell’energia usata nei trasporti, gli effetti delle scarsità di questa risorsa sono immaginabili. L’esaurimento del petrolio a costi contenuti comporterà una crescita dei prezzi del greggio e pesanti ricadute, dirette e indirette, sull’economia: aumenteranno i costi produttivi nel settore manifatturiero e nell’agricoltura. “Ne seguirà una crisi a livello macro-economico con aumento dell’inflazione, deficit nelle bilance dei pagamenti e calo della domanda mondiale dei consumi”. L’oil crunch – avverte la commissione – è una minaccia peggiore del terrorismo e più immediata per l'economia e la vita delle persone persino del cambiamento climatico: “E’ probabile che una rapida riduzione della fornitura di petrolio ci colpisca prima degli impatti deleteri dell’effetto serra”. La Commissione chiede ai governi di tutto il mondo di mettere al primo posto nell’agenda energetica un piano per affrontare l’imminente picco petrolifero. I governi devono sviluppare una politica di trasporto sostenibile sul lungo periodo, basata su fonti energetiche rinnovabili, riducendo quello alimentato da carburante fossile, e aumentare gli investimenti nell’energia rinnovabile oltre i target attuali: quelli UE (20% della produzione energetica entro il 2020) sono troppo bassi. Un obiettivo forse reso più semplice dall’attuale crisi finanziaria che, come spiega Will Whitehorn, presidente della Commissione, “offre un’opportunità per l’investimento in energie rinnovabili, mentre i prezzi del greggio e delle altre materie prime saranno mantenuti bassi nel breve periodo da una domanda meno consistente”.

VALERIO MACCARI

Da "Milano Finanza" del 3/11/2008

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