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Il ritorno di Malthus

di Luca Pardi

PRIMA VERSIONE (apparsa sulla mailing list Rientrodolce)

Per parlare di demografia si deve mettere l’argomento su solide basi. In particolare se si vuole affrontare il tema (e il problema) dell’aumento della popolazione umana, il fenomeno che è stato efficacemente definito:la bomba demografica, si deve uscire dal ghetto della demografia accademica. Prodotto tipico della cultura contemporanea che unisce l’iperspecialismo alla tradizionale subalternità agli interessi economici,  la demografia, in quanto dottrina socio- economica, non vede, e non può vedere, quattro millimetri al di là del proprio naso. I sistemi socio- economici infatti esistono e si sviluppano all’interno degli ecosistemi, ma, fino ad oggi, solo incidentalmente le dottrine socioeconomiche hanno considerato le strutture ecologiche che sostengono il metabolismo di una società. Il vestito matematico dato dalla statistica non modifica per nulla questa impostazione. Produrre numeri non è di per se produrre scienza.

E’ ovvio che affrontare il problema demografico in questa fase storica non può limitarsi ad essere una battaglia culturale da combattere nell’accademia. Oggi c’è necessità di una battaglia politica, mondiale, che modifichi il modo di vedere il tema demografico e le sue relazioni con il tema ambientale e della limitatezza delle risorse. Nel caso migliore l’accademia seguirà come ha sempre fatto, confermandosi scopritrice di acqua calda. Malthus torna di moda? Penso di si. Malthus rilevò un problema in modo sostanzialmente corretto, ed ebbe l’unico torto di formulare il suo modello sulla popolazione in rapporto alle risorse, alla vigilia della scoperta dell’uso dei combustibili fossili che, moltiplicando le possibilità di produzione di cibo, determinarono il vertiginoso aumento della popolazione in quella che ad alcuni è apparsa una straordinaria e definitiva violazione del principio malthusiano. Nulla di più sbagliato e nulla di più irresponsabile che attaccarsi ancora oggi a questa piacevole leggenda. Eppure questo è il pensiero conforme: Malthus è stato smentito dai fatti e chiunque parli di limiti delle risorse è smentito per sempre. Oggi, mentre viviamo il crepuscolo dell’era dell’energia facile, mentre tutti i nodi ecologici vengono al pettine, vediamo che si manifestano le prime fasi delle crisi alimentari che, da sempre, hanno, insieme alle malattie, moderato la spinta demografica.

Il legame fra disponibilità di energia facile e a buon mercato, ed in particolare la grande disponibilità di combustibili liquidi derivati dal petrolio, e la produzione di cibo con le tecniche dell’agricoltura meccanizzata, fertilizzata, farmacologizzata, non ha bisogno di dimostrazioni. Il fatto più preoccupante è che invece di affrontare il problema, si è pensato di mettere in competizione la produzione alimentare con la produzione di biocombustibili. Il fatto che questa scelta abbia ancora effetti marginali sulla reale offerta di cibo non può nascondere l’assoluta cecità delle classi dirigenti e l’assoluta inadeguatezza della mano invisibile del mercato.

Mi chiedo come mai sia così difficile capire che, come tutti gli altri animali, anche l’uomo trova i limiti della sua espansione nell’ecosistema che occupa. Al momento il sistema occupato dall’uomo è l’intero pianeta, non ci sono altri pianeti da occupare in tempi ragionevolmente prossimi. L’unico pianeta che abbiamo a disposizione non può sostenere una popolazione di 10, ma neppure di 6 miliardi di consumatori di tipo euro- americano, quelli per intendersi, che consumano il 75% della risorse rappresentando il 25% della popolazione. Una popolazione ancora minore sarà sostenibile in condizioni di disponibilità energetiche decrescenti e di riduzione delle risorse primarie. Il secolo che si è aperto sarà per necessità il secolo della contrazione dopo l’espansione. Abbiamo chiamato rientro dolce il governo e la gestione di questo processo, fuori da questa visione a noi appare possibile solo brutalità e violenza per l’accaparramento delle risorse e ulteriore distruzione dell’ecosistema. Oggi la politica dovrebbe essere politica ecologica, non nel senso di politica della conservazione di ecosistemi speciali e riparazione dei danni del sistema industriale, ma vera e propria assunzione di una visione olistica del mondo vivente ed un superamento della visione economicistica basata sulla massimizzazione di tutte le grandezze.

SECONDA VERSIONE (apparsa su "Notizie Radicali" del 23/04/2008)

Per parlare di demografia si deve mettere l’argomento su solide basi. In particolare se si vuole affrontare il tema (e il problema) dell’aumento della popolazione umana, il fenomeno che è stato efficacemente definito:la bomba demografica, si deve uscire dal ghetto della demografia accademica. Prodotto tipico della cultura contemporanea che unisce l’iperspecialismo alla tradizionale subalternità agli interessi economici,  la demografia, in quanto dottrina socio- economica, non vede, e non può vedere, quattro millimetri al di là del proprio naso. I sistemi socio- economici infatti esistono e si sviluppano all’interno degli ecosistemi, ma, fino ad oggi, solo incidentalmente le dottrine socioeconomiche hanno considerato le strutture ecologiche che sostengono il metabolismo di una società. Il vestito matematico dato dalla statistica non modifica per nulla questa impostazione. Produrre numeri non è di per se produrre scienza.

E’ ovvio che affrontare il problema demografico in questa fase storica non può limitarsi ad essere una battaglia culturale da combattere nell’accademia. Oggi c’è necessità di una battaglia politica, mondiale, che modifichi il modo di vedere il tema demografico e le sue relazioni con il tema ambientale e della limitatezza delle risorse. Nel caso migliore l’accademia seguirà come ha sempre fatto, confermandosi scopritrice di acqua calda. Malthus torna di moda? Penso di si. Malthus fu il primo a rilevare un problema in modo sostanzialmente corretto per quanto rozzo, ed ebbe l’unico torto di formulare il suo modello sulla popolazione in rapporto alle risorse, alla vigilia della scoperta dell’uso dei combustibili fossili che, moltiplicando le possibilità di produzione di cibo, determinarono il vertiginoso aumento della popolazione in quella che ad alcuni è apparsa una straordinaria e definitiva violazione del principio malthusiano. Nulla di più sbagliato e nulla di più irresponsabile che attaccarsi ancora oggi a questa piacevole leggenda. Eppure questo è il pensiero conforme: Malthus è stato smentito dai fatti e chiunque parli di limiti delle risorse è smentito per sempre. Oggi si assottiglia la straordinaria, ma finita, scorta di energia solare fossile contenuta in petrolio, carbone e gas e dunque viviamo il crepuscolo dell’era dell’energia facile, e mentre tutti i nodi ecologici vengono al pettine, vediamo che si manifestano le prime fasi delle crisi alimentari che, da sempre, hanno, insieme alle malattie, moderato la spinta demografica.

Il legame fra disponibilità di energia facile e a buon mercato, ed in particolare la grande disponibilità di combustibili liquidi derivati dal petrolio, e la produzione di cibo con le tecniche dell’agricoltura meccanizzata, fertilizzata, farmacologizzata, non ha bisogno di dimostrazioni. Il fatto più preoccupante è che invece di affrontare il problema, si è pensato di mettere in competizione la produzione alimentare con la produzione di biocombustibili. Il fatto che questa scelta abbia ancora effetti marginali sulla reale offerta di cibo non può nascondere l’assoluta cecità delle classi dirigenti e l’assoluta inadeguatezza della mano invisibile del mercato. 

Mi chiedo come mai sia così difficile capire che, come tutti gli altri animali, anche l’uomo trova i limiti della sua espansione nell’ecosistema che occupa. Al momento il sistema occupato dall’uomo è l’intero pianeta, non ci sono altri pianeti da occupare in tempi ragionevolmente prossimi. L’unico pianeta che abbiamo a disposizione non può sostenere una popolazione di 10, ma neppure di 6 miliardi di consumatori di tipo euro- americano, quelli per intendersi, che consumano il 75% della risorse rappresentando il 15% della popolazione. Una popolazione ancora minore sarà sostenibile in condizioni di disponibilità energetiche decrescenti e di riduzione delle risorse primarie. Ciò che il Club di Roma, ormai quasi 40 anni, fa propose come possibile peggior scenario in assenza di adeguate politiche di contenimento della popolazione e di rallentamento del flusso di materia- energia in entrata ed in uscita dal sistema economico. Purtroppo l’ideologia del Business as Usual ha continuato ad imperversare e guidare le scelte politiche fino ad oggi. Ma, a dispetto della propaganda sviluppista, il secolo che si è aperto sarà per necessità il secolo della contrazione dopo l’espansione. Abbiamo chiamato rientro dolce il governo e la gestione di questo processo, fuori da questa visione a noi appare possibile solo brutalità e violenza per l’accaparramento delle risorse e ulteriore distruzione dell’ecosistema. Il rientro dolce quindi è la negazione della dottrina sociale classista maltusiana.

Si deve apprezzare Malthus per il suo contributo scientifico, mai falsificato, alla comprensione del legame fra popolazione e risorse, e respingere la parte caduca del suo pensiero politico. Oggi la politica dovrebbe essere politica ecologica, non nel senso di politica della conservazione di ecosistemi speciali e riparazione dei danni del sistema industriale, ma vera e propria assunzione nell’azione di governo delle società di una visione olistica del mondo vivente ed un superamento della visione economicistica basata sulla massimizzazione di tutte le grandezze. Questo è ecologismo politico rigoroso. E non è né nuovo né vecchio, semplicemente non fa compromessi fra convenienza e ragione.

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