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Amartya Sen: i limiti del mercato Stampa E-mail
Da "Notizie Radicali" del 6 Febbraio 2008

Sviluppo è libertà, un'analisi testuale

di Andrea Billau

Negli anni passati ho molto spesso sentito citare in ambito radicale Amartya Sen e in particolare il suo fondamentale testo “Lo sviluppo è liberta”, ma a mio avviso in modo parziale. Infatti quasi sempre veniva citata la parte del testo, pur così importante, in cui i diritti politici e quindi la democrazia sono al centro dell’argomentazione (la famosa questione delle carestie in stati autoritari e non), meno la questione economica, che è forse ancor più il “core” del testo.

Amartya Sen è un grande economista ma prima di tutto un grande liberal-socialista e in questo senso un critico dell’economia vista solo come tecnicalità: Sen è all’origine di quell’“Indice di Sviluppo Umano”, adottato dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, che dovrebbe sostituire il Pil e il conseguente reddito procapite nell’analisi dello sviluppo reale di un’economia nazionale. Fin dalle prime parole dell’introduzione al testo in questione, l’intento è chiaro (p.9): “Questa concezione che mette al centro le libertà umane, si contrappone ad altre visioni più ristrette dello sviluppo, come quelle che lo identificano con la crescita del prodotto nazionale lordo(PNL) o con l’aumento dei redditi individuali, o con l’industrializzazione, o con il progresso tecnologico, o con la modernizzazione della società. Naturalmente la crescita del PNL o dei redditi individuali può essere un importantissimo mezzo per espandere le libertà di cui godono i membri delle società: ma queste libertà dipendono anche da altri fattori, come gli assetti sociali ed economici (per esempio il sistema scolastico o quello sanitario) o i diritti politici e civili (per esempio la possibilità di partecipare a discussioni e deliberazioni pubbliche). In modo analogo il progresso industriale o tecnologico e la modernizzazione sociale possono dare un grande contributo all’espansione della libertà umana, ma questa dipende anche da altri fattori… Lo sviluppo richiede che siano eliminate le principali fonti di illibertà: la miseria come la tirannia, l’angustia delle prospettive economiche come la deprivazione sociale sistematica, la disattenzione verso i servizi pubblici come l’intolleranza o l’autoritarismo di uno stato repressivo.

Nonostante un aumento senza precedenti dell’opulenza globale, il mondo contemporaneo nega libertà elementari a un numero immenso di esseri umani (e forse addirittura alla maggioranza). Qualche volta la mancanza di libertà sostanziali è direttamente legata alla povertà materiale, che sottrae a molti la libertà di placare la fame, nutrirsi a sufficienza, procurarsi medicine per malattie curabili, vestirsi decentemente, abitare in un alloggio decoroso, avere a disposizione acqua pulita o godere dell’assistenza sanitaria. In altri casi l’illibertà è strettamente connessa alla mancanza di servizi pubblici e interventi sociali, per esempio all’assenza di programmi epidemiologici, o di una vera e propria organizzazione sanitaria o scolastica, o di istituzioni capaci di mantenere la pace e l’ordine a livello locale. In altri casi ancora la violazione delle libertà deriva in maniera diretta dal fatto che un regime autoritario nega le libertà politiche e civili, o impone delle limitazioni al diritto di partecipare alla vita sociale, politica ed economica della comunità.”

Sen da buon intellettuale anglosassone (è indiano ma culturalmente può essere agevolmente definito tale) ha il gusto dell’analisi particolareggiata delle situazioni e delle “differenze” e quindi accentua, giustamente a mio avviso, la critica dell’ingenuità degli indici economici classici integrando l’analisi sociologica e di classe (a me in certi punti ricorda molto, in versione aggiornata, la critica dell’economia politica di Marx) a quella economica, come in questo passo (p.12): “Prendiamo ora un caso abbastanza diverso: si sente dire spesso che negli Stati Uniti gli afroamericani sono relativamente poveri in confronto ai bianchi, anche se molto più ricchi degli abitanti del terzo mondo. E’ importante rendersi conto, tuttavia, che gli afroamericani hanno una probabilità di raggiungere un’età matura inferiore in assoluto rispetto a quella della popolazione di molte società del Terzo Mondo come la Cina, lo Sri Lanka o certe parti dell’India (con strutture sanitarie, sistemi scolastici e rapporti di comunità molto eterogenei). Se l’analisi dello sviluppo è pertinente anche per i paesi più ricchi, come sosterrò in questo saggio, il fatto che in questi ci siano simili contrasti tra gruppi diversi diventa molto importante per comprendere lo sviluppo e il sottosviluppo.”

Da questo punto di vista diventa estremamente importante definire il concetto di “illibertà economica” e anche qui, da buon anglosassone, Sen non è astratto e pur nella nettezza nei principi teorici sente sempre il bisogno di supportarli con esempi concreti, addirittura autobiografici (p.13): “Termino l’elenco degli esempi con un episodio direttamente legato a un ricordo della mia infanzia. Un pomeriggio - avrò avuto circa dieci anni - stavo giocando nel giardino della nostra casa di famiglia a Dhaka, oggi capitale del Bangladesh,, quando un uomo entrò dal cancello lanciando grida strazianti e sanguinando a profusione. Era stato accoltellato alla schiena. Erano i giorni degli scontri tra comunità che precedettero l’indipendenza e la spartizione tra India e Pakistan; indù e mussulmani si uccidevano a vicenda. L’uomo ferito, Kader Mia, un operaio mussulmano che quel giorno aveva lavorato - per una paga modestissima - in una casa poco lontana, era stato pugnalato sulla via del ritorno da alcuni facinorosi della nostra comunità di quartiere, a grande maggioranza indù. Mentre gli davo dell’acqua chiamavo, gridando, gli adulti della casa perché lo aiutassero, e subito dopo, mentre mio padre lo portava precipitosamente all’ospedale, Kader Mia continuava a dirci che sua moglie gli aveva raccomandato di non recarsi in un quartiere ostile in quei tempi di disordine, ma che lui era dovuto andarci per cercarsi un lavoro e guadagnare qualcosa, perché la sua famiglia non aveva niente da mangiare. E la pena per la sua illibertà economica fu addirittura la morte, sopraggiunta poco dopo in ospedale.

Per me fu un’esperienza devastante, che in seguito mi fece riflettere sul terribile peso delle identità rigidamente definite, comprese quelle fondate su di una comunità o un gruppo (avrò l’occasione di discutere il problema in questo libro). Ma, in un senso più immediato, mi mise anche davanti agli occhi un fatto importantissimo: che l’illibertà economica, sotto forma di povertà estrema, può trasformare una persona in preda inerme di chi viola altre forme di libertà. Kader Mia non avrebbe avuto bisogno di recarsi in un quartiere ostile, in tempi terribili, per cercarvi un misero guadagno, se la sua famiglia non fosse stata incapace di sopravvivere senza quel poco denaro. L’illibertà economica può generare illibertà sociale, così come l’illibertà sociale o politica può produrre quella economica.”

A mio avviso questo passo del testo dell’economista indiano non può non evocare la condizione di “flessibilità” acuta, senza ammortizzatori sociali, in cui si trovano oggi molti lavoratori, che più appropriatamente dovrebbe essere definita precarietà. Ma vediamo ora come Sen approfondisce l'analisi del “mercato reale” a fronte del mercato ideale dei grandi economisti classici (p.116): “E’ destino abituale delle nuove verità, afferma Thomas H. Huxley in "Science and Culture", cominciare come eresie e finire come superstizioni. Sembra che qualcosa di assai simile sia accaduto anche alla verità che i mercati sono importanti nella vita economica. C’è stato un tempo - e non molto lontano - in cui ogni giovane economista sapeva quali erano i gravi limiti dei sistemi di mercato e tutti i manuali ripetevano lo stesso elenco di difetti. Il rifiuto intellettuale del meccanismo di mercato portava spesso a posizioni radicali, nonché a proposte di organizzare il mondo in maniera completamente diversa (che qualche volta presupponeva una burocrazia potentissima e un carico fiscale inaudito), senza neanche esaminare seriamente la possibilità che le alternative proposte implicassero disfunzioni ancora più gravi di quelle attribuite ai mercati. L’interesse per i nuovi problemi che gli assetti alternativi avrebbero potuto creare era in genere piuttosto scarso.

Ma negli ultimi decenni il clima intellettuale è cambiato in modo spettacolare e la situazione si è capovolta; oggi è normale partire dall’ipotesi che nel meccanismo di mercato sia onnipresente la virtù, al punto che non sembra importante fare ulteriori precisazioni. Nel clima attuale, qualsiasi accenno ai difetti di questo sistema appare curiosamente antiquato e contrario alla cultura del momento, qualcosa come ascoltare musica degli anni Venti utilizzando un vecchio disco a 78 giri. Così, un insieme di pregiudizi ha ceduto il posto ad altri preconcetti, esattamente opposti; la fede indiscussa di ieri è diventata l’eresia di oggi e l’eresia di ieri è ormai la nuova superstizione.

Il bisogno di un esame critico dei preconcetti e degli atteggiamenti politico-economici correnti non è mai stato più impellente oggi; ed è sicuramente necessario analizzare in modo accurato e, secondo me, in parte anche respingere, gli attuali pregiudizi favorevoli al puro meccanismo di mercato. Dobbiamo evitare, tuttavia, di resuscitare le follie di ieri, quando ci si rifiutava di vedere i pregi, anzi l’ineludibile necessità, dei mercati; e dobbiamo, caso mai, esaminare entrambi i punti di vista e decidere cosa c’è di sensato nell’uno e nell’altro. Forse il mio illustre contemporaneo Gautama Buddha era troppo predisposto a vedere in ogni cosa la necessità della Via di Mezzo (anche se non arrivò mai a parlare specificamente del meccanismo di mercato), ma potrebbe esserci qualcosa da imparare nei suoi discorsi sul non estremismo, pronunciati 2500 anni fa.”

E, a proposito di questo approccio squilibrato dell’economia odierna, vediamo un esempio che Sen riprende dall’economia indiana dei primi anni ’90 (p.131): “Ma questo nodo problematico rinvia anche all’importanza di uno sviluppo in senso comprensivo come quello di cui parla James D. Wolfensohn, cioè di un tipo di impianto ostile ad una visione dello sviluppo divisa in compartimenti che punti, per esempio, solo alla liberalizzazione o a qualche altro processo unico e dominante. Nel passato la ricerca di un unico rimedio buono per tutti gli usi (tipo “apri i mercati” o “assicurati che i prezzi siano quelli giusti”) ha fatto molta presa tra gli economisti, non ultimi quelli della stessa Banca Mondiale, ma ora abbiamo bisogno di qualcosa d’altro: un approccio integrato e ricco di sfaccettature che miri a progressi simultanei, da ottenere su fronti diversi, e che si rafforzino a vicenda.

Spesso gli approcci ampi sono più difficili da “vendere” delle riforme con obiettivi limitati che cercano di ottenere una cosa per volta. Questo può aiutarci a spiegare come mai Manmohan Singh, il grande ispiratore intellettuale delle riforme economiche indiane del 1991 (così indispensabili per il paese), fosse tanto attento alla sola liberalizzazione e non all’ampliamento, anch’esso necessario, delle occasioni sociali. Esiste tuttavia una complementarietà molto profonda tra riduzione dell’iperattività dello stato in quanto gestore del “Raj delle licenze” da un lato, e superamento, dall’altro, di quell’ipoattività che gli ha fatto persistentemente trascurare l’istruzione elementare (con quasi metà della popolazione indiana adulta ancora analfabeta e non in grado di inserirsi in un’economia sempre più globalizzata) e altri strumenti sociali. In questa situazione Manmohan Singh ha avviato effettivamente alcune riforme essenziali. Questo suo successo è stato ammirato per quel che meritava, eppure avrebbe potuto essere ancora più grande se alle riforme si fosse unito l’impegno a espandere lo sviluppo delle occasioni sociali, così a lungo trascurato nel paese.”

Lì poi dove Sen radicalizza la sua posizione liberale in economia virandola verso quella socialista è in particolare rispetto al trattamento della questione dei beni comuni (p.132): “Chi tende a considerare il meccanismo di mercato la migliore soluzione di ogni problema economico potrebbe (forse) volere sapere quali siano i suoi limiti. Ho già parlato di alcuni problemi di equità e dell’esigenza di non prendere in considerazione solo l’efficienza, e contestualmente ho anche cercato di spiegare perché quest’esigenza potrebbe imporci di integrare il meccanismo di mercato con altre attività istituzionali. Ma qualche volta il meccanismo di mercato può essere men che ottimale anche sul piano dell’efficienza, soprattutto in presenza dei cosiddetti beni pubblici.

Una delle assunzioni che normalmente si fanno per dimostrare l’efficienza del meccanismo di mercato, è che sul mercato steso si possa vendere e acquistare qualsiasi bene, e, più in generale, tutto ciò da cui dipende il nostro benessere. E non c’è niente di non mercatizzabile che influisca in modo significativo sul nostro benessere. Bisogna però osservare che alcuni dei più importanti fattori di capacitazione umana sono molto difficili da vendere a una sola persona per volta, e questo vale soprattutto per i cosiddetti beni pubblici, che gli esseri umani non consumano separatamente, ma insieme.

La cosa è vera in particolare in campi come la difesa dell’ambiente, l’epidemiologia e la sanità pubblica. Io posso essere dispostissimo a pagare la mia quota di un programma sociale per eliminare la malaria, ma non posso acquistare la mia parte di questa protezione sotto forma di bene privato, come fosse una camicia o una mela; è un bene pubblico, un’area liberata dalla malaria, e dobbiamo consumarlo insieme. Anzi, se io riesco, non importa come, a creare un ambiente privo di malaria là dove vivo, anche il mio vicino ne godrà senza doverlo comprare da nessuno.

Gli argomenti a favore del meccanismo di un mercato fanno leva su beni privati come le mele e le camicie, non su beni pubblici come un ambiente immune dalla malaria, e si può dimostrare he esistono buone ragioni per fornire beni pubblici che vadano oltre ciò che i mercati privati di per sé offrirebbero. E anche in altri campi importanti, in cui i servizi da fornire possono prendere la forma di beni pubblici, valgono argomenti perfettamente analoghi sulle limitazioni del meccanismo di mercato(fra i settori per i quali vale questo tipo di argomento ci sono, per esempio, la difesa, la polizia e la protezione dell’ambiente)…Per rendere effettivi questi servizi, possono essere indispensabili la cooperazione e l’intervento dello stato o delle autorità locali; anzi lo stato, in genere, ha avuto in tutto il mondo un ruolo di primo piano nell’espansione dell’istruzione di base. La rapida alfabetizzazione realizzata in passato dai paesi ricchi di oggi(sia in Occidente che in Giappone e nel resto dell’Asia orientale) ha sfruttato sia il basso costo, sia i benefici collettivi dell’istruzione pubblica. In questo contesto, è abbastanza stupefacente che oggi alcuni estremisti consiglino ai paesi in via di sviluppo di affidarsi esclusivamente al libero mercato anche per l’istruzione di base: ciò impedirebbe quell’espansione della scolarità che nel passato è stata cruciale per la rapida alfabetizzazione di Europa, Nord America, Giappone e Asia orientale. Questi pretesi seguaci di Adam Smith possono imparare qualcosa da quello che lo stesso Smith scriveva in proposito, per esempio quando spiegava che lo esasperava la parsimonia con cui lo stato impiegava risorse a beneficio della scuola: Con una spesa molto esigua, lo stato può facilitare, incoraggiare e anche obbligare quasi tutta la massa della popolazione ad acquisire queste parti più essenziali dell’istruzione(lettura, scrittura e far di conto).

La tesi secondo la quale i beni pubblici impongono di andare oltre il meccanismo di mercato si aggiunge all’argomento a favore dell’erogazione di servizi sociali basato sulla necessità di capacitazioni fondamentali come un’assistenza sanitaria elementare e la possibilità di un’istruzione di base. Le considerazioni di efficienza si aggiungono dunque a quelle di equità, e le une come le altre militano a favore di un intervento pubblico che garantisca l’assistenza sanitaria, l’istruzione di base e altri beni pubblici o semipubblici.” Come non pensare ad alcuni “liberali” nostrani che vorrebbero privatizzare l’acqua!

Mi avvio alla conclusione di quest’analisi testuale e vi propongo un ultimo brano in cui Amartya Sen si schiera anche contro l’ “aggiustamento strutturale” imposto dalle istituzioni monetarie internazionali ai paesi del sud del mondo e facendolo richiama l’attenzione sulla questione spese militari, cosa che penso trovi in questa sede ascoltatori sensibili(p.149): “Quello che il conservatorismo finanziario dovrebbe veramente attaccare è l’uso di risorse pubbliche per scopi i cui benefici sono tutt’altro che chiari, per esempio le spese militari massicce(spesso molte volte superiori a quelle per l’istruzione di base o la sanità) in cui i paesi poveri si stanno lanciando l’uno dopo l’altro. Il conservatorismo finanziario dovrebbe essere l’incubo del militarista, non della maestra elementare o dell’infermiera; e il fatto che infermiere e maestre elementari se ne sentano minacciate più dei generali è un segno del mondo alla rovescia in cui viviamo.”
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