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"Appello per un'alleanza con la Terra" di Elisabetta Mirra Stampa E-mail

Dal numero invernale (2007-2008) del trimestrale "Gaia"

APPELLO PER UN’ALLEANZA CON LA TERRA

STORIA DI UNA DOMANDA SENZA RISPOSTA

Come non rallegrarsi per il rilancio dell’iniziativa ambientale su molti fronti, e per un Nobel che ancora ci risuona dentro, con note di speranza.

Gli ambientalisti hanno il grande merito della denuncia. Grazie al loro lavoro è sotto i nostri occhi un disastro già in atto, una situazione compromessa senza attendere lo scioglimento dei ghiacciai, per l’unico pianeta sul quale al momento possiamo contare. E se è vero che le condizioni della vita come la conosciamo sono così difficilmente riproducibili, il raggio della nostra azione e responsabilità si estende oltre la Terra all’universo possibile di cui fa parte.

E tuttavia ci chiediamo con sgomento quanta strada dovremo fare ancora, prima di dire parole che fermino la distruzione, che invertano i processi in atto. Quanto dovremo ancora attendere una politica evoluta, in cui l’ambiente sia almeno variabile condizionante su cui misurare tutte le proposte sociali ed economiche, se non funzione centrale dei modelli di sviluppo e della politica estera degli Stati.

Occorrono coraggio ed onestà intellettuale per ammettere fin qui, nonostante decenni di eroi e di impegno, la sostanziale inefficacia dell’ambientalismo, l’incapacità di generare un cambiamento radicale dei comportamenti, in tutto il mondo e in tempi rapidi.

Non rallenta il passo della devastazione planetaria: continuiamo a riprodurci a ritmi esponenziali, seguitiamo a sfruttare, avvelenare, torturare, sterminare.

E la situazione politica è in generale disarmante. Stiamo ancora cercando di coinvolgere in un blando processo di mitigazione delle emissioni paesi come gli Stati Uniti, la Cina, l’India. Tutti i partiti parlano di ecologia, ma essa è ancora ben lontana dal centro dell’attenzione; per lo più si inseguono le onde mediatiche con poca convinzione e scarse conoscenze, e si relega la questione ad una voce del programma.

Insomma di fronte all’emergenza in atto ci troviamo in un ritardo clamoroso, stiamo ancora studiando soluzioni tecniche marginali e cercando di convincere la maggioranza degli abitanti della Terra che c’è un problema.

Dobbiamo guardare il nemico in faccia e riconoscere che l’ambientalismo si è scontrato con una indifferenza incosciente e maggioritaria delle società e della politica.

Un impasse dal quale Al Gore tenta di liberarlo, puntando gli sguardi sullo scenario catastrofico di domani - con una argomentazione peraltro non nuova (la coscienza ecologica occidentale prese le mosse dal nucleare, con il suo potenziale insieme di progresso e di apocalisse): gli auguriamo di riuscire, ma crediamo che incontrerà le medesime difficoltà, sociali e politiche.

La politica ambientalista non sarà mai davvero efficace, rivoluzionaria, cioè capace di incidere in profondità e in tempo utile sul comportamento di 7 miliardi di persone, fin quando continuerà a preoccuparsi solo di rincorrere le azioni e i loro effetti invece di individuare e combattere le cause di quelle azioni e di quegli effetti.

Il disastro climatico è una conseguenza del comportamento umano, così come la sovrappopolazione del pianeta, da molti - e non a torto - considerata la madre di tutte le battaglie. Sono effetti complessi e potenti, in grado a loro volta di generare molteplici conseguenze negative; ma in primo luogo effetti.

Il quesito fondamentale per chi ama la Terra non è “come si fa a rimediare alla distruzione” ma in primo luogo perché siamo diventati dei distruttori? E’ lecito incolpare l’idea di progresso basata sulla tecnologia, o quest’ultima è di principio neutrale, strumentale, anche rispetto alla correzione dei propri errori? E’ giusto trovare scuse nell’accelerazione che ha distinto gli ultimi due secoli, un nanosecondo nella storia naturale? O il problema ha origini molto più lontane?

Cosa motiva le nostre azioni negative e la nostra indifferenza? Prevaricare è il destino ineluttabile della nostra specie, qualcosa che eravamo programmati a compiere e che non possiamo smettere di realizzare? Perché se è questa la nostra essenza ultima, allora gli ambientalisti cambino strada e mestiere, sarà infatti davvero difficile mobilitare la gente: la vita del pianeta, la nostra stessa sopravvivenza non basteranno a farci voltare la prua, tutti insieme e velocemente. Se invece, almeno in potenza, noi umani siamo anche altro, c’è più di una speranza e un grande sogno da realizzare.

Nessun movimento politico si è ancora posto seriamente questo problema, eppure diverse analisi sono già possibili. Qui ne proponiamo una.

NON SIAMO IL CENTRO DEL MONDO

Siamo in molti a credere che la causa prima dei nostri comportamenti negativi verso il mondo non sia innata ma culturale. Quindi storica, relativa, contrastabile.

Tra le diverse idee di relazione con la natura che l’umanità ha prodotto attraverso millenni, e che popolano il nostro immaginario culturale, è certamente prevalsa, almeno in occidente, una visione antropocentrica, con l’uomo al di sopra e al centro del mondo per gerarchia e valore; da cui conseguono l’idea del suo dominio sulla Terra e gli altri esseri e una progressiva estraneità: proprio quell’indifferenza fredda e cieca contro la quale lottare è così duro.

In quest’ottica la natura è massimamente “cosa”, senza anima, senza parola né capacità senzienti, insieme di risorse, oggetto di osservazione, meccanismo da smontare e ricostruire. L’uomo ne è proprietario ed è pienamente fiducioso della propria legittimità e capacità di controllarla ed utilizzarla per i propri fini.

E’ questo il territorio culturale fondato, con il passaggio dalla società dei raccoglitori a quella dei pastori-agricoltori, dalle tre religioni monoteiste, le cui versioni della genesi del mondo attribuiscono alla volontà del Creatore il dominio dell’uomo sull’universo intero e tutte le altre forme di vita, con il preciso mandato di realizzarlo attraverso la riproduzione.

La natura, separata dall’uomo, è desacralizzata e diventa il suo regno profano.

Qui si situa anche, paradossalmente, il pensiero filosofico scientifico dominante, da Bacone e Cartesio ad oggi, con la sua eredità riduzionista che conferma la natura come "altra" dall'uomo, condizionata, insensibile, inferiore, e trasforma la relazione in mero utilitarismo. E’ ancora oggi questo l’immaginario prevalente della ricerca scientifica e dei modelli classici di progresso e sviluppo economico.

Da una simile concezione gerarchica dell’esistente, con all’apice l’uomo-maschio, discende un’etica in cui egli può tutto nei confronti di ciò che giudica inferiore o diverso, con tragiche conseguenze: violenze e discriminazioni contro le donne, contro i propri simili (razzismo, guerre), contro gli altri animali; ma anche negazione della “natura del corpo” umano, che diviene inviolabile e inascoltato (limitazione della libertà di ricerca scientifica, accanimento terapeutico), oppure “sporco” e “sbagliato” nelle sue espressioni istintuali (tabù sessuali, omofobia).

E’ quindi dalla visione antropocentrica che prendono impulso le grandi costruzioni socioeconomiche e culturali del mondo “sviluppato”, ma anche il rovescio della stessa medaglia, ossia la totalità delle azioni distruttive dell’umanità verso la Terra, gli altri esseri viventi e infine sé stessa. Ricordando cioè la funzione di stimolo che l’antropocentrismo delle origini ebbe certamente nel nostro emergere come protagonisti sulla scena del mondo, è difficile non riconoscere che la sua assunzione dogmatica e a dosi smisurate ha prodotto un bel danno.

Se dunque il problema è culturale, la soluzione è da ricercare in una forte cultura alternativa.

Cosa propone l’ambientalismo politico attuale – Gore compreso? Per rispondere a questa domanda basta leggere le “mission”, cioè le ragioni dello stare al mondo, delle principali organizzazioni ambientaliste. Si troverà che le parole chiave sono “tutela”, “conservazione”, “sostenibilità”.

Quando si dicono queste parole d’ordine si presuppone un rapporto con la natura in cui l’uomo non  è affatto disceso dal suo piedistallo, egli resta al centro e sopra al mondo; semplicemente deriva da questa superiorità non più la giustificazione del dominio ma la propria responsabilità, un po’ paternalistica, di fornire protezione.

Si tratta di un ruolo simbolico contenuto nel messaggio delle tre religioni monoteiste (l’uomo custode dell’universo per conto del Padre o perché beneficiario del suo dono), sotto forma di precetti e pratiche rituali, ma storicamente più in ombra rispetto all’idea di dominio e solo recentemente riproposto sotto la spinta dell’ecologia laica.

La natura non è più oggetto, ma resta un soggetto minore, da amministrare e preservare, termine di confronto e vincolo per la massimizzazione dello sviluppo e del progresso umani. Non autonoma dal proprio tutore, essa è definita in ragione dell’uomo, che resta finalità ultima (“per noi e per i nostri figli”); ed è costretta ad assumere connotati e morale umani per essere capita, accettata, protetta. Gli esempi di antropomorfizzazione sono innumerevoli, da Topolino ai documentari sugli animali (ancora censurati quando non “humanly correct”: omosessualità, “omicidi” familiari…).

E’ questo il territorio della autocoscienza, che riconosce i danni dell’ideologia del dominio e vuole riparare alla distruzione compiuta. Ma difficilmente può andare oltre i propri propositi.

E’ molto importante prendere atto che l’attuale ambientalismo “della protezione” si muove ancora in ambito antropocentrico: per questo lancia un messaggio simbolicamente debole, diventa costituzionalmente incapace di azioni davvero risolutive e di mobilitazione universale. L’etica ecologista attuale vive un gigantesco paradosso quando chiama l’uomo a salvaguardare il mondo da sé stesso! La morale del dominio resta molto più forte, e il tutto si traduce nella relegazione dell’ambiente a variabile accessoria della politica, nel segno di quel “benaltrismo” che andrebbe sempre di principio combattuto (“ben altre” sarebbero infatti per molti le questioni politicamente “serie”!)

Correnti ambientaliste importanti come la deep ecology tentano in effetti una strada alternativa all’antropocentrismo; dal centro della scena infatti l’uomo sparisce, ma solo per essere spodestato da soggetti astratti come l’”ecosistema” o la “vita” (ecocentrismo, biocentrismo): anche qui c’è da meravigliarsi se la gente non si appassiona?

PER UNA POLITICA DELL’ALLEANZA

Per essere efficace l’ambientalismo dovrebbe occupare uno spazio culturale veramente alternativo all’antropocentrismo, senza per questo rinunciare all’uomo.

A riprova del fatto che siamo capaci di una relazione positiva, non prevaricatrice né distruttiva, con la natura, si pensi alla cultura nativo americana; al messaggio centrale delle principali tradizioni orientali, Buddismo e Taoismo ma anche Induismo; ai grandi innovatori in ambito monoteistico, primo tra tutti S. Francesco di Assisi, il cui messaggio rivoluzionario – in cui esseri e forze naturali sono chiamati fratelli e sorelle – resta inascoltato. Si pensi anche alla fisica quantistica, che sancisce scientificamente la fine della visione riduzionista e dicotomica ereditata dal pensiero cartesiano, mostrando osservatore e oggetto osservato in una rete di relazioni talmente fitta da non poter essere più isolati uno dall’altro. All’idea del rapporto uomo-natura che simili scuole di pensiero ci suggeriscono possiamo dare un nome.

Parliamo per la prima volta di alleanza con il pianeta! Diciamo finalmente che l’uomo non è più grande né più piccolo delle entità naturali, ma è semplicemente parte di esse e ne condivide il destino. Che non siamo sopra (e quindi fuori) ma dentro il mondo!

Che la natura è un unico sistema costituito di esseri e cose, e l’uomo si colloca all’interno di una infinita catena di fenomeni interdipendenti, cioè in nesso di relazione causale tra loro, in una rete armonica e dinamica di relazioni finalizzate all’esistenza del tutto. 

Che siamo “naturalmente” in relazione con gli altri esseri che compongono la rete della vita e la natura è soggetto interlocutore, in grado di rispondere, insegnare, cooperare in piena dignità ed autonomo significato rispetto a noi. Una relazione vera, dunque, in cui le parti coesistono alla pari.

Se diremo queste cose, ci renderemo subito conto che la nostra responsabilità dipende dalla struttura stessa del pianeta, senza bisogno di origini divine o paternalismi: l’ecologia è connaturata all’uomo perché è “il” modo per mantenere in salute il sistema di cui fa parte, nel quale tutti sono necessari e connessi a tutti ed ogni azione disarmonica si ripercuote sulla vita intera, come l’armonia è fonte di benefici ed abbondanza generali. Nascerà spontaneamente un'etica ambientale laica, con i valori della non violenza, del non sfruttamento e del rispetto per tutte le forme di vita, in una parola della “fratellanza” con la Terra.

L’alleanza con il pianeta non è solo un fine, un ideale da raggiungere, ma il solo mezzo per esistere e l’uomo resta protagonista dell’incontro semplicemente perché ha la capacità di tendere la mano.

Una simile visione porterà anche alla ricerca di una nuova etica scientifica, a nuove definizioni e modelli di sviluppo e progresso, non più riferiti ad una sola specie ma all’intero sistema della vita, cioè inscindibili dal destino del mondo. Che non ci appartiene ma ci riguarda.

Un ambientalismo vero presuppone questa inversione totale di rotta, propone una rifondazione ecologica della civiltà umana. Abbiamo già impresso svolte epocali al nostro modo di vedere le cose: “non la Terra ma il Sole”, “non Dio ma i primati”… Possiamo farcela!

Questo è il vero terreno della lotta futura, della scommessa e della speranza; ed è insieme un luogo antico, abitato e poi dimenticato o sepolto. Come scrive Claude Lévi-Strauss, “Un tempo la natura stessa aveva un significato che ognuno, nel suo intimo, percepiva. Avendolo perso l’uomo oggi la distrugge, e si condanna.” 

Abbandonare la cultura antropocentrica del dominio sviluppando e diffondendo invece l’idea di alleanza con il pianeta vorrà dire curare le cause non gli effetti della distruzione; e quindi combattere alla radice i comportamenti negativi eliminandone la motivazione fondamentale, interrompere le devastazioni e le violenze, togliere il carburante a quei “fondamentalismi che lanciano dissennate politiche nataliste” (cit. Marco Pannella), ai cambiamenti climatici antropogenici…

La sfida morale per l’umanità che Gore identifica con la crisi del clima, noi la identifichiamo con la rimozione della sua causa prima, cioè con un cambiamento radicale della nostra relazione con la Terra.

E la consideriamo prima di tutto una sfida politica. La politica ha infatti un ruolo ed una opportunità storica, unica a poter trovare parole nuove per riscrivere la civiltà dell’uomo, sfidando le tradizionali officine culturali, religiose, scientifiche, economiche, che veicolano e nutrono l’antropocentrismo, anche a guardia delle proprie fondamenta.

Una politica ambientale autenticamente laica, capace di imprimere il senso del cambiamento sociale anziché inseguirlo, dovrà mostrare coraggio e rispettosa fermezza nel dialogo con le tre religioni monoteistiche, che hanno una grande responsabilità per il passato e l’occasione di riconoscere la storicità di alcuni insegnamenti, compiere un grande passo in avanti e collocare anche le ragioni dello spirito nella nuova alleanza con il mondo.

L’avversario è potente: il nemico siamo noi! E’ difficile abbandonare l’idea di essere al centro dell’universo! E’ più semplice credere di essere onnipotenti e di avere diritto a tutto, che interrogarsi sul proprio destino ed auto-limitarsi.

Nello stesso tempo c’è in ognuno l’anelito ad una diversa relazione con la Terra. Siamo disposti a chiederci perché consumiamo e devastiamo senza freni, a mettere in dubbio questo diritto che ci arroghiamo. A scegliere un altro ruolo, non più padroni o custodi, e soprattutto prevaricatori e distruttori, ma protagonisti di un’alleanza. Accetteremo di essere parte del tutto, smettendo di considerarci i più importanti e sentiremo spontanei e coerenti i valori della non violenza, del rispetto per tutte le forme di vita, in una parola della “fratellanza” con la natura. Ci piacerà e nel contempo faremo resistenza, in base alle millenarie credenze che ancora governano le nostre vite. E in questa tensione, il nostro futuro. Auguri a tutti.     

Elisabetta Mirra 

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