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Satyagraha per questo millennio Stampa E-mail

Da "Notizie Radicali" del 14/12/2007

SATYAGRAHA PER QUESTO MILLENNIO

di Francesco Pullia

Immanuel Kant, Mohandas Kharamchand Gandhi, Martin Luther King, Piero Martinetti, Aldo Capitini, Danilo Dolci, Karl Popper, Tenzin Gyatso - XIV Dalai Lama del Tibet, Thich Quang Do, Thich Nath Hanh, Aung San Suu Ki, Kok Ksor, Wei Jingsheng, Ernesto Rossi, Altiero Spinelli, Aurelio Peccei, Ernst Bloch, Martin Buber, David Grossman e, naturalmente, Marco Pannella.

Cosa accomuna tutti questi nomi apparentemente così diversi tra loro, appartenenti a differenti epoche, storie individuali, contesti sociali e culturali? Qual è, se c’è, il filo che li lega?

La risposta non può che essere una: la capacità di concepire il cambiamento operando disinteressatamente e appassionatamente per la sua realizzazione. Il legante è dato dalla consapevolezza di osare sperare, travalicando l’avvilente, consunto, realismo, per assicurare concretamente un luogo, una meta, un fine al sogno, all’utopia.

In questi nomi, attraverso loro, passa il significato profondo del satyagraha mondiale preannunciato da tempo e lanciato ufficialmente da Bruxelles da Marco Pannella.

Una sfida all’insensatezza della rassegnazione, alla rovinosa politica dei tatticismi, all’assenza di visionarietà che sta rendendo il pianeta orrendamente deforme. E l’annuncio che una forma è quanto mai necessaria, urge per oltrepassare le morte gore degli oscurantismi, le insanguinate strettoie dell’odio, della prevaricazione, dell’intolleranza.

Dal continente africano, con il Darfur, il Congo, il Ruanda, l’Etiopia, al Kosovo, da Israele, con l’annosa questione palestinese, al Turkestan orientale, dalle caucasiche Abkhazia, Inguscezia, Cecenia, Daghestan, Cecenia alla Cina e al Tibet, dall’Afghanistan alla Birmania, al Vietnam, al Laos, alla Cambogia, sorge la richiesta di un moto generoso e coraggioso che sostituisca, come scriveva Aurelio Peccei negli anni Settanta, una realutopie innovatrice alla vecchia, fallimentare, realpolitik.

Sempre Peccei, il fondatore del Club di Roma più volte candidato dai radicali alla guida del governo italiano, lanciò, in tempi non sospetti, un allarme che purtroppo non è stato ancora raccolto.

L’umanità, diceva, è a un bivio: “o si crea una società veramente globale, su basi di solidarietà e giustizia, di diversità, di unità, di interdipendenza oppure ci troveremo tutti, nel migliore dei casi, di fronte a una disintegrazione del sistema umano accompagnata da catastrofi regionali e, alla fine, forse, da una catastrofe globale”.

Era il 1974. Siamo alla soglia del 2008. Poco è cambiato. Anzi, nulla. Le emergenze politiche, ambientali, sociali si sono aggravate, acuite, mettendo il pianeta a rischio di una colossale deflagrazione. La desertificazione avanza, le devastanti conseguenze dell’effetto serra si avvertono ovunque, masse umane sembrano destinate alla deriva, lo spaventoso aumento demografico si pone e impone come una metastasi cancerosa, le risorse primarie sono soggette a depauperamento a vantaggio di una limitata parte del mondo e a scapito di un’altra, sempre più considerevole, condannata dall’abnorme sfruttamento della prima ad essere sterminata per fame e sete, a migrare, come un fiume in piena, verso aree in cui l’opulenza si sta trasformando in pericoloso boomerang.

I conflitti, incentivati dall’intensificazione della produzione di armamenti (leggeri e non), pullulano ovunque facendo leva su anacronistici sentimenti nazionalistici, identitari, quando non su velleità colonialistiche (come nel caso dell’imperialismo cinese).

E’ giunto il momento di abbattere il feticcio delle sovranità nazionali e allargare la visuale verso una concezione confederativa globale.

La prospettiva kantiana può attuarsi. Oggi o mai più. Ma perché ciò accada c’è bisogno di appellarsi proprio a quel criterio di responsabilità che ispirò l’etica del filosofo di Königsberg e che tanto ha influenzato, nel secolo scorso, il pensiero della nonviolenza.

Il dover essere è forma dell’essere. Il dover essere come apertura, come senso del tu, assunzione d’impegno per l’altro.

E’ in questa direzione che Capitini, anticipando tra l’altro di gran lunga e con maggiore profondità l’analisi di Popper, prefigurò, in polemica con lo storicismo gentiliano (ma anche crociano), la realizzazione di una società aperta (liberale perché libera, liberata, liberante), la società della compresenza dei morti e dei viventi, cui tutti potevano e dovevano concorrere, persino gli assenti. C’era in lui, anzitutto, “la riluttanza ad accettare il facile storicismo giustificatore del fatto compiuto”.

Su questa via Capitini poté affermare di essere giunto senza forzature da Kant a Gandhi: “risalimmo alle sorgenti stesse della vita religiosa, e particolarmente a Gandhi, il più vicino per il suo teismo aperto (si direbbe kantiano) e per il suo metodo di attiva noncollaborazione secondo i principi della nonviolenza e della nonmenzogna”.

Capitini l’antifascista, il nonviolento, fu colui che amò definirsi ebreo onorario e professarsi filoisraeliano.

Nella rivista “Nuova Storia Contemporanea”, anno VI, numero 3, maggio-giugno 2002, pp. 121 – 126, Gabriella Mecucci ha dedicato proprio a questo inedito aspetto un illuminante saggio basandosi su uno scambio epistolare tra il filosofo perugino e Lucio Lombardo Radice contenuto  nel Fondo Capitini depositato presso l’Archivio Centrale dello Stato di Perugia, busta 1092.

“Io, che seguo il sionismo da cinquant’anni”, scriveva il pensatore nel 1967, quindi in un momento storico cruciale, subito dopo la fine della guerra dei Sei Giorni, “ so che gli arabi vendettero a peso d’oro la loro arida terra ai primi ebrei e poi si sono mangiati i soldi per il loro fannullonismo”.

Non veniva, tuttavia, risparmiata agli israeliani la critica di avere voluto costruire “uno stato razziale tradizionale”, cioè in “modo vecchio”, mentre tutti gli stati avrebbero dovuto trasformarsi in “società aperte”, cioè in “federazioni di genti diverse”. E così sarebbe stata auspicabile “una federazione israeliana-palestinese” che avrebbe assecondato “l’ispirazione nonviolenta per una società veramente nuova”.

Si noti bene che, come detto, Capitini scriveva nel 1967, anticipando di quarant’anni le motivazioni del nostro satyagraha.

E, ancora, Capitini fu liberale e gandhiano così come Martin Luther King.

Si legga, a questo proposito, la splendida autobiografia di quest’ultimo, curata da Clayborne Carson e pubblicata in versione italiana nel 2000 da Mondadori. Ci si soffermi, in particolare, sul terzo capitolo (pp. 19 – 31), intitolato “Il seminario Crozer”.

La verità, sostiene King, non si trova né nel marxismo (“nel comunismo l’individuo finisce per essere assoggettato allo stato … e l’uomo, spersonalizzato, diventa poco più di una rotella nell’ingranaggio”), né nel capitalismo tradizionale (“in una prospettiva storica il capitalismo non ha saputo vedere la verità dell’impresa collettiva e il marxismo non ha saputo vedere la verità dell’impresa individuale”) e neanche nell’ottimismo superficiale di certo liberalismo (“il liberalismo non riusciva a vedere che in sé e per sé la ragione è poco più di uno strumento per giustificare le tendenze difensive del pensiero umano”).

Il suo liberalismo traeva, invece, origine dalla “dedizione alla ricerca della verità”,dall’insistenza “sulla necessità di conservare una mente aperta e uno spirito analitico”, dal “rifiuto di rinunciare alle migliori risorse della ragione”. Da qui il passaggio, avvenuto per indiretta influenza di Mordecai Johnson, all’acquisizione della metodologia gandhiana: “Studiando Gandhi”, annota King, “mi persuasi che il vero pacifismo non è un non resistere al male, bensì un resistere al male in modo nonviolento. C’è un mondo di differenza tra le due posizioni. Gandhi si è opposto al male con vigore e forza pari a quelli del resistente violento, ma ha resistito con l’amore anziché con l’odio. Il vero pacifismo non è una irrealistica sottomissione a un potere malvagio, come afferma Niebuhr (il teologo Reinhold Niebuhr, n.d.r), è piuttosto una coraggiosa sfida lanciata contro il male dal potere dell’amore, nella fede che è meglio essere oggetto della violenza piuttosto che infliggerla, poiché la prima scelta serve soltanto a moltiplicare la violenza e il rancore presenti nell’universo, mentre la seconda può far nascere un senso di vergogna, e quindi produrre una trasformazione e un mutamento nel cuore.”

Satyagraha, quindi, forza della verità come proposta politica e come metodo. A quest’ultimo proposito sarebbe molto utile approfondire le tecniche di difesa popolare nonviolenta analizzate da tempo da Theodor Ebert e approfondite in Italia da Antonino Drago. Tra i tanti vantaggi che la nonviolenza presenta rispetto alla violenza ce n’è uno proveniente dal suo continuo rinnovarsi, dal suo costante ricorrere alla fantasia, all’immaginazione creatrice. Su questo carattere non si finirà mai di insistere.

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