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Guido Ferretti al Comitato radicale (29-09-2007) Stampa E-mail
Intervento di Guido Ferretti al Comitato nazionale di Radicali Italiani (28-30 Settembre 2007)
         
Guido Ferretti ha rappresentato Rientrodolce al Comitato nazionale di Radicali Italiani svoltosi dal 28 al 30 Settembre 2007 in sostituzione di Massimo Ippolito.
       
E' disponibile sia l'audiovideo (tratto da www.radioradicale.it) che il testo del suo intervento (che presenta qualche piccola differenza).
      
         
Testo dell'intervento
          
Partecipo a questo comitato in sostituzione di Massimo Ippolito, che è il rappresentante di Rientrodolce e mi ha chiesto di sostituirlo. Ho pensato di non poter rifiutare, perché, sapendo che si dedica interamente, da matto paranoico, come lo ha definito Pannella, al Kitegen, preferisco che non ne sia distolto. E' la prima volta che intervengo qui: ero riuscito ad evitarlo per tre anni, da quando avevo preso l'iniziativa di fondare Rientrodolce, ma per il Kitegen ne vale la pena. Il Kitegen, assunto a paradigma delle energie rinnovabili. Solo gli investimenti nelle energie rinnovabili sono investimenti, quelli in tutti gli altri tipi di energia non sono investimenti, ma spese.

Pannella ci chiede di essere più paranoici sul tema della popolazione. Se ne era parlato al congresso di Rientrodolce, quando avevo cercato di ribaltare l'argomento, chiedendo a lui di essere più paranoico sul problema, nel mio intervento, come tesoriere di Rientrodolce, mentre Pannella era seduto al mio fianco (si parlava di bomba mediatica e soap operas: a fronte dei 2,5 milioni spesi per le manifestazioni papali a Loreto, a me basterebbero 600.000 euro per ridurre di uno il tasso di fecondità in Nigeria).

Ma noi sentiamo anche il problema della transizione, in un mondo sovrappopolato, a un mondo in cui la capacità di carico del pianeta si ridurrà e, come si fa tra compagni pressati dalle stesse urgenze, anche noi chiediamo un più forte impegno per un cambio di paradigma in tema di consumi, energetici e non.

Il fatto è che noi, sia Pannella che Rientrodolce, vediamo l'immensità del compito che ci si prospetta e ci rendiamo conto che qualsiasi cosa facciamo non basta e speriamo che sia l'altro a supplire alle nostre sofferte deficienze.

Dell'immensità del problema demografico nel mondo non posso parlare per ragioni di tempo. Rientrodolce ha gia parlato abbondantemente del peso dell'uomo sugli ecosistemi terrestri e della tracimazione ecologica della nostra specie i cui effetti possono essere riassunti in una lista, disordinata e non esaustiva di "problemi": "fame nel mondo", mega-città, impoverimento e turbolenza sociale, dittature, deforestazione, biodiversità, zone di pesca, riscaldamento globale, catastrofi naturali, picco del petrolio e di molti altri minerali, riduzione delle libertà civili, acqua, desertificazione, salinizzazione. Tutti "problemi" che dovrebbero far riflettere sul reale grado di progresso dell'umanità misurato con parametri puramente economici. Non esiste problema mondiale senza addentellati demografici, non per nulla De Marchi parla di "madre di tutte le battaglie".

In Italia noi ci scontriamo con due poteri, quello religioso e quello economico, collegati da inconfessate complicità (ma questo avviene non solo in Italia. Anche in America Dio e Bush si stringono in un abbraccio infecondo). Entrambi mettono in rilievo un tasso di fecondità inferiore al tasso di sostituzione e ne ricavano fosche conseguenza sul piano del tasso di dipendenza senile (attualmente gli ultra65enni sono circa 11 milioni e previsioni fatte per estrapolazione direbbero che si arriverebbe a un tetto di circa 16 milioni nel 2030) da cui deriverebbero gravi problemi di pensioni e di prodotto interno lordo.

Il tasso di dipendenza, però, esprime soltanto un concetto demografico, non economico. E' una approssimazione strumentale supporre che indichi il carico di persone da mantenere a carico di ogni lavoratore. Prima di dire che sono i vecchi a gravare, si dovrebbero fare i conti in euro, non in persone e forse si potrebbe
discutere se, economicamente, conviene di più avere dipendenti giovani o vecchi.

Però guai a dire che un figlio costa, si è bollati di egoismo! Invece, dire che gli anziani sono un peso non è peccato, anche se costa meno e anche se non costasse nulla! L'etica interviene fortemente nel primo caso e debolmente nel secondo. Perché il dovere di avere ed educare figli viene sempre per primo? Se è vero che
pensare male è peccato, ma spesso ci si azzecca, verrebbe da dire che, quando si bollano di egoismo coloro che hanno un ridotto numero di figli, implicitamente si affermano regole di comportamento sessuale, rinunciando alle quali cesserebbe il dominio della Chiesa sulle coscienze, si rischierebbe di perdere la guerra del ventre con le altre religioni e si perderebbe un vivaio di vocazioni, che notoriamente fioriscono di più nelle famiglie numerose che in quelle con uno o due figli.

Al contrario, il dovere di assistenza agli anziani non ha implicazioni sessuali ed evidentemente non è strategico insistervi da parte delle nostre autorità etiche. Autorità che peraltro provvedono ai bisogni di entrambe le classi dipendenti, naturalmente attraverso contributi pubblici, che vanno dall'asilo all'ospizio.

Ma il tasso di dipendenza senile sarebbe sbagliato anche se fosse espresso in euro, perché presuppone che gli anziani non contribuiscano al benessere generale. Non erogano, infatti, "beni e servizi" documentati da fattura. Invece esiste già adesso, e potrebbe ancora aumentare, il contributo degli anziani al benessere generale. Gli anziani, le loro pensioni, dopo essersele guadagnate dando ai figli il proprio tempo e la maggior parte dei propri guadagni, le guadagnano un'altra volta lavorando gratis per la classe produttiva.

Certo, perché se il lavoro di un nonno venisse conteggiato nel PIL, esso dovrebbe essere svolto da persone pagate. Ma c'è da augurarsi una simile professionalizzazione della società? Certamente Ivan Illich avrebbe detto di no: quel che accade è che stiamo perdendo la capacità di crescere bambini e di assistere i vecchi che ne hanno bisogno.

Questo, e molto altro, viene fatto dagli anziani e attribuire il PIL alla sola classe produttiva è sbagliato, o meglio è giusto, ma solo se si ricorda che il PIL non rappresenta lo stato di benessere di un paese, ma solo il denaro che passa tra le mani di industriali, artigiani, commercianti e servizi vari, tutti economicamente e burocraticamente organizzati.

Io non sono mai stato così impegnato, quando ero "produttivo", come adesso, che non lo sono. E consumo pure meno di prima, perché ormai ci sono arrivato da solo a capire che non sono i consumi a portare la felicità. Come si può dire che, solo perché sono un over 65, appartengo a una classe dipendente? Se facessi una fattura a Radicali Italiani per il mio viaggio qui e poi devolvessi, sempre a Radicali Italiani, il mio compenso, aumenterei il PIL! Ma dovrei dedurre le tasse, tenere contabilità pagare il commercialista, litigare col fisco, mettere i bolli… Alla fine mi conviene di più donare direttamente alla comunità quel che faccio.

Dunque non è vero che i vecchi sono una passività a carico dei giovani. E il loro contributo potrebbe aumentare, se fosse accolto e incoraggiato, anche se non sarebbe esprimibile da un indice, come il PIL, che col benessere sociale non ha nulla a che vedere, niente, zero!

Queste volevano essere riflessioni dirette a coloro che credono che gli anziani, come classe dipendente, siano un peso insopportabile per la classe produttiva e auspicano un aumento dell'altra classe dipendente, quella delle nuove generazioni.

Ma volevo ritornare a Pannella, che ci rimprovera di non essere abbastanza paranoici, cioè di non tenere come un chiodo fisso nella nostra mente il problema della sovrappopolazione.

Il fatto è che la popolazione E' il nostro chiodo fisso, ma sono due le molle che ci animano: la prima è il vedere le conseguenze della nostra crescita demografica e le possibili catastrofi future che ne deriveranno, la seconda è la fortunata coincidenza che il mezzo per contenere la crescita demografica si rivela essere in armonia con l'estensione delle libertà individuali. Si possono cioè ottenere, come si suol dire, due piccioni con una fava: promuovere le libertà e ottenere un calo demografico.

Esiste, però una questione concettuale: noi ci troviamo a perseguire la libertà come mezzo per la sopravvivenza dell'umanità e non più soltanto come fine e bene in sé.

Se questo atteggiamento ci rassicura che la libertà sarà, in quanto mezzo usato, parte del fine che raggiungeremo, un po', però, ci differenzia da Pannella. O meglio, consentitemi di fingere che si tratti di una contrapposizione, mentre è, per me, un espediente dialettico per illustrare la possibilità di diversi approcci per un unico obiettivo.

Se si persegue la libertà come fine, si è sicuri di non sbagliare. Infatti, non c'è bisogno di condividere i nostri allarmi per l'insostenibilità di una crescita demografica o dei consumi, per perseguire la libertà sessuale e riproduttiva e la responsabilità di concepire, anziché di procreare.

E' un atteggiamento prudente, ma non molto rassicurante per noi, che diciamo che è la sopravvivenza ad essere a rischio e ci limitiamo a salutare con piacere la scoperta che la libertà non è solo un bene in sè, ma è pure, quasi, una legge di natura, che può consentire alla specie umana di essere il predatore universale senza morire per aver esaurito tutte le prede, e cioè le risorse planetarie.

Parlando dunque di sprone reciproco per una stessa urgenza, certamente accogliamo l'invito alla paranoia sulla libertà sessuale, sulla salute della donna, sugli strumenti di pianificazione familiare e anche sull'inclusione della questione demografica in quella più ampia della bioetica, ma non possiamo non chiedere una maggiore convinzione sui rischi di sopravvivenza per l'umanità, che la distruzione dell'ambiente e l'esaurimento delle sue risorse biologiche e minerarie comporta.

E' necessario avere in mente i molti piccoli uomini che ogni giorno muoiono, adesso, perché non arrivano loro risorse da altre parti del pianeta e ancora più morranno, quando i paesi in crescita finiranno per rastrellare tutto ciò che è rimasto e sarà chiaro che il problema non sarà (solo) la distribuzione, ma la disponibilità IN NATURA di risorse RINNOVABILI sufficienti per una vita dignitosa per tutti.

Si deve perciò perseguire tutto un ventaglio di azioni che, ove si mirasse solo all'espansione delle libertà, non sarebbero direttamente indispensabili. E' forse questa pluralità di obiettivi che nasconde un po', ma solo per effetto ottico, la nostra paranoia sulla libertà sessuale, la pianificazione familiare, l'emancipazione
femminile e la salute riproduttiva.

E' necessario occuparsi di tutto, per evitare che la popolazione decresca non per una maturazione interiore dell'uomo, per un accrescimento della sua libertà, ma per la violenza della natura o per altri tipi di violenza.

Anche Pannella ci conferma in questa convizione, quando parla delle sue preoccupazioni riguardo alla Cina. In Cina, ci dice preoccupato Pannella, la decrescita è avvenuta con la violenza e, al cessare di questa violenza, la popolazione non può che riprendere a crescere. A che servirebbe, dunque, che la popolazione del pianeta si riducesse a due miliardi a causa di catastrofi naturali non governate o di leggi coercitive, se, finite queste, la gente non vedesse l'ora di riprendere a moltiplicarsi?

Non ci sia dunque rimproverato se chiediamo con insistenza che il partito ci aiuti a fornire elementi di libertà al terzo mondo, attraverso la bomba mediatica, ma se anche aggiungiamo che si deve uscire con urgenza dall'età del fuoco, arrivando ad indicare come obiettivo per l'Italia la liberazione da tutti i combustibili fossili entro 15 anni e un'intera politica concentrata soltanto sulla mitigazione degli effetti ormai in corso e destinati ad aumentare in tutto il mondo, della nostra sconsiderata avidità precedente.

Vengo ai temi che ritengo dovrebbero essere centrali nel nostro prossimo congresso. Essi sono, con parità di importanza: riduzione della natalità attraverso la libertà sessuale e riproduttiva e la nonviolenza e governo dei fenomeni che nascono dalla decrescita della popolazione, dalla necessaria e urgente uscita dall'età del fuoco, dalla necessità di recupero dell'ambiente ai fini della sopravvivenza dell'uomo e dalla mitigazione della transizione.

Sappiamo che, questi ultimi, sono temi controversi non solo al nostro interno. Sono temi che stanno dividendo il mondo in due fronti e ci trovano in apparente contraddizione con una interpretazione del liberismo nel senso dell'espansionismo economico e di una libertà dalle regole, che ci perviene da oltre atlantico (in pratica un riedizione del darwinismo sociale). Questo avviene fino agli eventi più minuti e apparentemente più sciocchi: dalle strategie geopolitiche per procurarsi combustibili fossili, alle manifestazione animaliste, dalle grandi opere alle interruzioni del traffico in città. Per non parlare di agroenergia, di rottamazioni, di tasse ecologiche, di energia nucleare, di rigassificatori, di idrogeno, di trasporti aerei e terrestri, di motori a scoppio "ecologici" (euro 5, euro 6…), di eliminazione dei rifiuti solidi, di urbanistica, di protezione del territorio dal cemento e dagli agenti atmosferici…

Se riuscissi a esprimere in due parole il problema intellettuale con cui troviamo a dibattere, proverei a dire che il confronto è tra il biocentrismo e l'antropocentrismo e il suo figlio minore, l'ambientalismo antropocentrico.

Da questo confronto potrà nascere un rilancio dei soggetti della galassia radicale, grazie ad una ripresa, dopo 20 anni, di temi che tornano ad essere di forte attualità per l'opinione pubblica e si inseriscono nella battaglia già in corso in materia di bioetica, famiglia e sesso.
   
29-09-2007
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