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II congresso di Rientrodolce - Relazione del segretario Stampa E-mail

Livorno 2 giugno 2007.

Care compagne e cari compagni, amici, amiche, gentili ospiti,

vorrei focalizzare questa relazione su tre aspetti principali:

1)      il modo in cui siamo percepiti all’esterno,

2)      le basi della nostra visione dei problemi demografici ed ecologici

3)      quello che dovremmo fare nel prossimo periodo.

Su quello che è stato fatto e non è stato fatto, invece, preferirei che si pronunciassero per lo più i soci. La mozione generale dello scorso anno non era molto “programmatica” e quindi non possiamo stabilire successi e fallimenti in relazione a quella. Possiamo farlo, invece, in relazione alle mozioni particolari i cui obbiettivi non sono stati raggiunti e, in parte, neppure tentati.

Trovo interessante partire con l’esame dei diversi modi in cui siamo percepiti nell’area radicale, ma non solo, perché trovo che sia un modo per introdurre i presenti e chi ci ascolta a comprendere quello che veramente siamo e vorremmo essere. Siamo stati definiti nei modi più diversi da molti di coloro con cui ci siamo confrontati. Integralisti verdi, fondamentalisti, oscurantisti, anticapitalisti, statalisti quanto non affetti da vera e propria statolatria. Ultimamente siamo stati definiti catto- comunisti e rappresentati come una sorta di minoranza bolscevica all’attacco del palazzo d’inverno radicale del quale vorremmo prendere il controllo, imponendo le nostre politiche ecologiche, ma di fatto catto- comuniste. Non credo che si debba rispondere a tutte queste cose, ma personalmente io credo che si debba essere grati almeno ad alcuni dei compagni dell’area radicale che ci contrastano. Essi infatti ci hanno permesso di non cadere mai in quel conformismo ecologista che spesso si osserva in altre aree politiche. Siamo infatti stati costretti ad un quasi quotidiano “reset” ideale e culturale per fronteggiare obbiezioni, a volte concrete a volte francamente assurde, ma sempre legittime. Un lavorio che ci ha dato basi sempre più solide su cui costruire le nostre convinzioni e progettare le nostre iniziative ed ha quindi appunto funzionato da antidoto contro l’accettazione acritica delle verità rivelate. Se su molte cose non sono riusciti a convincerci è probabile che i loro argomenti fossero, dal nostro punto di vista, poco convincenti.

Se si vuol fare un esempio prendiamo quello del clima. Per molte settimane dopo la pubblicazione del sommario per il politici, del quarto rapporto dell’IPCC sui cambiamenti climatici, si è discusso, nei fora, sulla stampa, nelle riunioni ecc della realtà del riscaldamento globale e dell’influenza antropica su di esso. La nostra associazione si è attenuta ad un principio semplice e di buon senso, che credo sia stato nobilitato per primo  da Bertrand Russel; se su un fenomeno la cui comprensione implica un elevato grado di competenza specifica, la maggioranza degli esperti concorda su una data interpretazione, è logico considerare quella interpretazione come la più probabile. Abbiamo affrontato e considerato le obbiezioni mosse anche dalla ristretta minoranza di esperti che, in qualche modo, contestano le conclusioni dell’IPCC, ma le risposte a queste obbiezioni ci sono sembrate sempre ragionevoli. Oggi alcuni esperti di combustibili fossili contestano le conclusioni predittive dell’IPCC sulla base di un concetto molto semplice. Secondo loro non ci sarebbero combustibili fossili sufficienti per giustificare gli scenari più catastrofici previsti dall’IPCC.  Questa obbiezione sembra molto seria ed aspettiamo una risposta altrettanto seria. Nello specifico e in attesa delle risposte degli specialisti, riteniamo che sia giusto pensare alla necessità di inserire i modelli di esaurimento dei combustibili fossili, principale fonte di anidride carbonica, nei modelli climatici.

In un recente comitato di Radicali Italiani, Gianfranco Spadaccia evocò l’antica contrapposizione fra fondamentalisti e realisti che fu la caratteristica del nascente ecologismo politico negli anni 80’, per descrivere lo scontro, la contrapposizione, il confronto, fra le diverse anime dell’ecologismo radicale. Non vogliamo rifiutare in tronco questa definizione, purchè si convenga che il nostro fondamentalismo non è sinonimo di integralismo. Possiamo definirci fondamentalisti in quanto esprimiamo convinzioni che si basano su dei soliti fondamenti scientifici. In questo senso, come rifiutiamo la sinonimia radicali- estremisti (e lo scippo indegno che della parola radicale abbiamo subito), rifiutiamo quella fondamentalisti- integralisti. Iniziamo perciò dai fondamenti che definiscono la nostra percezione della realtà contemporanea.

I fondamenti.

La prima affermazione che ci sentiamo di fare, e che riteniamo supportata da evidenze sperimentali e osservative più che sufficienti, è che l’uomo ha colonizzato ogni possibile ecosistema terrestre ed in molti di essi sta debordando.

Sarei molto sorpreso se dal congresso di RD uscisse una visione del mondo molto diversa da quella alla base di questa affermazione. RD è un’associazione che, unica o quasi, nel panorama dell’ecologismo politico, pone l’accento sul problema della sovrappopolazione umana. Il trinomio popolazione- risorse- ambiente si coniuga così, in modo meno neutrale, come: sovrappopolazione- esaurimento delle risorse- distruzione degli ecosistemi. Abbiamo speso una parte consistente del nostro tempo a documentarci sulla consistenza quantitativa dei vari aspetti che riguardano l’effetto delle attività umane su questo pianeta. Non crediamo certamente di essere i soli a denunciare la natura distruttiva del metabolismo socio- economico contemporaneo sugli ecosistemi terrestri, ma crediamo di essere fra i pochi che sostanziano questa convinzione senza ricorrere ad argomenti, irrazionali, e demagogici. Solo e soltanto la razionalità scientifica è alla base delle nostre opinioni. Lo dicemmo nel congresso dello scorso anno e lo ripetiamo oggi. Per questo motivo siamo anche aperti a modificare le nostre opinioni di fronte ad evidenze che falsifichino le interpretazioni correnti della realtà naturale e socio- economica. Per questo motivo le nostre grida di allarme non sono allarmismo, per questo motivo le nostre convinzioni non sono intuizioni mistiche. Se domani qualcuno presentasse argomenti convincenti che modificassero la nostra percezione della realtà, non avremmo problemi ad accoglierli come abbiamo sempre fatto.

Le misure della tracimazione ecologica (overshoot) della specie umana sono molteplici e convincenti. Negli ultimi secoli, diciamo dalla rivoluzione industriale, l’uomo si è trasformato in modo accelerato, in un fattore fisico, chimico, biologico e geologico di importanza crescente. La sua azione, anche a causa di una popolazione sestuplicata in meno di due secoli, è divenuta sempre meno trascurabile nella dinamica degli ecosistemi. Nel XX secolo l’uomo ha spostato in media ogni anno 40 miliardi di tonnellate di materiali della crosta terrestre, circa 40 volte di più dell’effetto naturale dell’erosione, dieci volte di più dei ghiacciai, e perfino più di quanta roccia viene creata ogni anno dalle eruzioni dei vulcani sottomarini delle dorsali oceaniche. Secondo studi dell’Università di Stanford l’uomo ha modificato fra il 30 ed il 50% della superficie terrestre. Altri studi indicano che l’83% della superficie terrestre è sotto il nostro influsso diretto. L’uomo, attraverso la combustione dei combustibili fossili, sta immettendo in atmosfera quantità di carbonio che erano rimaste immagazzinate per centinaia di milioni di anni, ad una velocità che è un milione di volte più rapida di quella con la quale esse si sono accumulate. Diversi indicatori, disegnati per misurare la pressione del metabolismo socio- economico sugli ecosistemi, come l’Impronta Ecologica (IE), l’Appropriazione della Produttività Primaria Netta (APPN) mostrano che la pressione umana sugli ecosistemi sta superando il livello di guardia, cioè intaccando il capitale naturale da cui dipendono le condizioni stesse della vita, nostra e delle altre specie, sulla terra. Le misure dell’IE indicano che l’uomo, globalmente, ha superato del 20% la bioproduttività del pianeta, cioè è in una fase in cui, grazie al flusso di risorse non rinnovabili, sta intaccando profondamente il capitale naturale. Sempre globalmente l’uomo ogni anno si appropria del 25% della produzione di materia organica prodotta dalle piante (la cosiddetta produttività primaria netta). Questi indici della tracimazione ecologica umana sono univoci e, se non si vuole evocare il complotto ecologista, si deve ammettere che sono tutti negativi ed indicano una situazione di crisi ecologica in atto.

La popolazione umana è passata da un miliardo circa nel 1800 al valore attuale di 6,7 miliardi. E’ importante notare, per apprezzare la velocità del processo di esplosione demografica, che per raggiungere il primo miliardo di umani c’è voluta l’intera storia biologica dell’uomo, poi 130 anni per raggiungere il secondo miliardo nel 1930, e successivamente 30 per il terzo (1960), 15 per il quarto (1975), 12 per il quinto (1987) e ancora 12 per il sesto (1999). Da allora il tasso di crescita della popolazione tende a diminuire. Ma ovviamente non la crescita, e infatti la popolazione umana aumenta di più di 70 milioni di individui ogni anno. Della biomassa totale dei vertebrati terrestri (mammiferi, uccelli e rettili) solo il 3% è costituito dagli animali selvatici, il 97% è costituito per un terzo dai nostri corpi e per il resto dai nostri animali domestici, per lo più bovini, ovini e suini. Si stima che una popolazione di cacciatori raccoglitori rappresenti l’1% della biomassa dei vertebrati dell’ecosistema in cui vive. Questo dato da solo mostra che siamo in condizioni di tracimazione ecologica, di superamento dei limiti biofisici del pianeta. In questo senso e solo in questo senso crediamo che si possa dire che la terra è sovrappopolata. Lo stato di sovrappopolazione infatti è definibile solo rispetto ad un limite, la capacità di carico appunto, che è stato superato. Tale condizione, per una specie in un dato ecosistema, si manifesta con un arresto ed un successivo collasso della popolazione. La capacità di carico di un ecosistema è definita infatti, come la popolazione che quell’ecosistema può sostenere con le infrastrutture naturali di cui è dotato. Nel caso dell’uomo l’ecosistema è ormai l’intero pianeta, il fatto che la popolazione continui a crescere significa che la capacità di carico non è ancora stata raggiunta? Secondo il nostro modo di vedere, l’attuale situazione con un rallentamento del tasso di crescita della popolazione indica uno stato precedente al collasso. Tale riduzione si accorda bene con la riduzione in atto ormai da diversi anni dell’energia media disponibile pro-capite. Il legame fra questi due dati non può essere dimostrato, ma suscita una forte suggestione. E’ infatti evidente che la capacità di carico del pianeta è stata estesa solo grazie alla scoperta dell’uso dei combustibili fossili, ed in particolare del petrolio, che hanno moltiplicato enormemente le potenzialità di produzione di cibo e di sviluppo tecnologico, fatto che, a sua volta, ha innescato l’esplosione demografica. Di fatto Malthus, pur nella pionieristica semplicità del modello, aveva ragione nelle sue affermazioni su popolazione e risorse, ma ebbe la sfortuna storica di formulare la sua teoria proprio alla vigilia della scoperta del primo pozzo petrolifero. Pur non sposando quindi, la parte storicamente caduca delle teorie politiche e sociali maltusiane, con il loro odiosi risvolti di razzismo e classismo, ci sentiamo neo- malthusiani, sul piano metodologico del riconoscimento dei limiti biofisici naturali come strumento imprescindibile su cui costruire il nostro futuro. Da Malthus ad oggi i modelli si sono affinati e, in particolare, sul piano dell’indagine del ventaglio di possibili scenari futuri molto è dovuto al lavoro di Forrester e del gruppo di Dinamica dei Sitemi del Massachusset Institute of Tecnology guidato da Donella Meadows che, dal 1971 ad oggi ha proposto un modo di vedere il mondo basato sull’approccio solistico e sistemico, invece che riduzionista e meccanicistico. Il primo lavoro universalmente noto di questo gruppo di ricercatori fu il famoso primo rapporto per il Club di Roma intitolato “I limiti dello sviluppo” commissionato da Aurelio Peccei. Nonostante la pervicace azione di disinformazione che ha tentato di propagandare la leggenda secondo cui quel rapporto era pieno di errori di previsione, a distanza di 35 anni si può dire che la dinamica del sistema mondo inventata dai ricercatori del MIT, è sorprendentemente accurata. Una delle ragioni che ci ha spinto ad approfondire la questione dei limiti biofisici del pianeta è proprio l’aver casualmente scoperto, pochi anni fa, il cumulo di menzogne che si nascondeva dietro la parola d’ordine conformisticamente accettata sugli “errori del Club di Roma”. Il valore di quel lavoro deve essere ancora apprezzato in tutta la sua gravità proprio perché, pur mantenendo un profilo di razionale e scientifica prudenza, lo scenario che allora si riteneva più realistico prevedeva una crisi demografica- economica ed ambientale, nella prima metà del secolo XXI. E’ dunque evidente che se di errore si tratta, esso deve essere ancora verificato.

Lo stato attuale dell’umanità nel suo complesso è uno stato di massimo, di picco, da molti punti di vista. Come visto siamo probabilmente prossimi al picco della popolazione, abbiamo superato il picco dell’energia procapite, abbiamo raggiunto nelle nazioni ricche livelli mai raggiunti nella speranza di vita, nel livello di alfabetizzazione, nel grado di emancipazione delle donne, nel livello di protezione sanitaria. Ma siamo prossimi al picco della principale fonte energetica primaria che ha letteralmente mandato avanti il mondo nell’ultimo secolo: il petrolio. Cioè si avvicina il momento in cui la materia prima che ha determinato, quasi da sola, l’esplosione demografica e del benessere nelle nazioni del nord del pianeta, inizierà il suo inesorabile declino. Il Picco globale del Petrolio è stato per alcuni anni, dalla fine degli anni 90’ fino al 2004, un soggetto trattato in ristretti circoli considerati un po’ eccentrici e quasi tacciati di settarismo religioso. In realtà il tema è stato lanciato da personalità che non hanno nulla di eccentrico e che rifuggono ogni possibile annessione a movimenti di tipo mistico e millenarista. Molti di loro, di fatto, non possono essere definiti neppure ecologisti in senso stretto. Per lo più coloro che per primi hanno parlato di Picco del Petrolio sono tecnici petroliferi che dopo aver lavorato per una vita nelle più importanti compagnie petrolifere, raggiunta l’età della pensione, hanno deciso di approfondire il lavoro pionieristico del geologo Martin King Hubbert che, nel 1954, aveva previsto con esattezza il picco del petrolio continentale degli Stati Uniti d’America con quasi 20 anni di anticipo. Colin Campbell, Jean Laherrere, Ali Samsam Al Baktiari, Kenneth Deffeyes, e altri non sono chierici di qualche nuova religione millenarista, ma geologi petroliferi che sanno esattamente dove e come di trova il petrolio, le tecniche per estrarlo, quanto ne è stato estratto e quanto sia facile o difficile trovarlo. Perchè di questo si sono occupati tutta la loro vita professionale. Questi signori oggi affermano che il picco globale o è gia in atto o si verificherà fra pochi anni. I fatti degli ultimi anni, quando vengano ripuliti dal rumore indotto dall’attenzione mediatica per i dettagli più vendibili sul mercato, gli danno ragione. In rapida sequenza i maggiori bacini petroliferi mondiali hanno raggiunto e superato il picco. Oggi l’unico bacino petrolifero di cui non si ha contezza del superamento del picco è il Medio Oriente nel suo complesso, ma, come hanno efficacemente indicato numerosi scritti recenti, i segnali sono anche per quell’area tutt’altro che rassicuranti. A partire dal 2004 anche alcune istituzioni nazionali ed internazionali, hanno ammesso ufficialmente la realtà del problema del picco. L’International Energy Agency (IEA), un agenzia intergovernativa dei governi OCSE, ammetteva che il picco sarebbe avvenuto prima del 2015 in assenza di opportuni investimenti. Da allora vari dipartimenti del governo americano si dono occupati del tema, diversi paesi e perfino alcune compagnie petrolifere vi hanno fatto cenno. Oggi il quadro di previsione sulla “data” del picco è molto variegato, ma si ha la quasi certezza che esso avverrà nella prima metà di questo secolo. Secondo gli studi più realistici sul tema l’evento si colloca fra il tempo presente e il 2018. Questo è il quadro temporale entro il quale secondo noi dovremmo attrezzare le società umane a reagire.

Il problema energetico riassume in se tutti gli altri, ma non li esaurisce. E’ ovvio che un declino della disponibilità di energia pone il problema di sopravvivenza per centinaia di milioni, forse miliardi di individui. Le risorse minerarie e il cibo dipendono interamente dalla disponibilità di energia per produrli. Lo stesso vale per il complesso insieme di infrastrutture, civili, industriale e del trasporto che caratterizzano la struttura materiale delle società cosiddette avanzate. Un soft landing richiede una lunga preparazione e non può prescindere da accordi internazionali, finalizzati a stabilire quote di consumo e di produzione, paragonabili a quelli del Protocollo di Montreal sui CFC e a quello di Kyoto sui gas serra. Per questi motivi noi pensiamo che la politica debba occuparsi della grave crisi ecologica ed energetica causata dalla sovrappopolazione umana.

Il rientro dolce.

Abbiamo definito rientro dolce come il rientro della popolazione mondiale entro limiti socialmente ed ecologicamente sostenibili. Il rientro dolce non deve e non può essere interpretato come un ritorno. Non deve per gli ottimi motivi spiegati da Guido Biancardi nel suo recente intervento, non può perché nel mondo dell’irreversibilità termodinamica il ritorno è impossibile. Il termine Rientro, perciò, non evoca alcun intento reazionario, mistico o ideale di ritorno ad un passato sostenibile pre- moderno, pre- tecnologico, pre- scientifico. La speranza del Rientro (dolce) prende sostanza proprio nel contenuto tecnologico delle scelte possibili. La rinuncia alla trasformazione dell’energia termica in energia meccanica, ad esempio, passaggio essenziale dell’uscita dall’era fossile, implica l’uso di quelle tecnologie che proprio l’era fossile ha permesso di sviluppare. La potenzialità del risparmio energetico si nutre delle tecniche moderne di costruzione delle abitazioni. L’idea di un trasporto meno entropico di quello basato sul modello attuale, è, anche’esso, un salto in avanti tecnologico. Non c’è quindi alcuna condanna moralistica dell’energia fossile in quanto tale. Kenneth Deffeyes, uno dei principali peak-oilers, ha proposto di denominare il Giorno del Ringraziamento 2005 come Giorno del Picco, proprio a significare il fatto che i combustibili fossili sono un “dono” che ci siamo trovati in mano e che, lasciando perdere l’identità del donatore, ha permesso una straordinaria crescita ecologica, economica e culturale della nostra specie.

Ultimo aspetto, la possibilità di concepire con amore e non nella schiavitù del mandato biblico dell’andate e moltiplicatevi (come bestie) risiede nella diffusione delle semplici tecnologie contraccettive fra tutti gli uomini e le donne del mondo e della cura e cultura della salute sessuale e riproduttiva. Una cultura che ha anch’essa solide basi naturali. Nell’uomo infatti, animale sociale per eccellenza, il sesso non ha solo una funzione riproduttiva, ma una eminente funzione di coesione fra individui che si manifesta nel godimento della natura ricreativa, rituale, e disinteressata dell’atto sessuale. In questo punto preciso io credo si inserisca una specificità radicale nel dibattito sulla e sulle famiglie. Il sesso visto in questa prospettiva, liberato dalla funzione riproduttiva, non esclude più infatti le persone anziane e gli omosessuali e non relega nella vergogna neppure la sessualità prepuberale.

Il futuro possibile può essere solo un Rientro (dolce) ecologico, in senso stretto, con le tecnologie esistenti e quelle possibili. Non certamente un Ritorno (amaro) ad un medioevo ecologico termodinamicamente inaccessibile. Il rientro dolce consiste nel problema di armonizzare tre strumenti principali: il contenimento demografico, il contenimento dei consumi, l’aumento dell’efficienza nello sfruttamento delle risorse. Ognuno di questi strumenti ha un contenuto politico, tecnologico e culturale. Nessuno di essi implica, secondo noi, la via per un ritorno a qualcosa di pre-esistente.

Certo sarà difficile, in un confronto proficuo, convincerci che l’impossibilità del ritorno si realizzi con la perpetuazione dello status- quo, o del business as usual, che caratterizza la visione economicista della società. Il mantra della crescita è quanto di più lontano da una visione relativista, è, al contrario, militanza fanatica, fede religiosa, e negazione tutto ciò che non sia l’elefantiasi del metabolismo socio- economico.

Un progetto per il rientro dolce un programma per Rientrodolce.

E’ necessario a questo punto chiederci che cosa vogliamo fare da grandi. Diversi fatti testimoniano la fine dell’infanzia e dell’adolescenza di questa associazione. La continua attenzione che abbiamo ricevuto da Marco Pannella, che pur essendo nella fase più grave dell’iniziativa sulla moratoria internazionale sulle pena di morte, con la sua presenza e le sue parole, ha mostrato di nuovo il suo interesse e le sue aspettative nei confronti di RD, il fatto di aver determinato i due importanti emendamenti alla mozione generale del Congresso di Padova, l’attenzione che ci ha rivolto Rita Bernardini nei mesi successivi al congresso con i ripetuti inviti in comitato e in direzione, e chiamando tre membri della nostra associazione, fra cui il presidente e il segretario, nel gruppo di lavoro su Energia e Ambiente, che dovrebbe preparare un convegno sul Piano Energetico Nazionale per il mese di settembre. Tutti questi fatti testimoniano del buon lavoro fatto nell’area radicale, ma chiedono anche una presa di responsabilità da parte nostra. Nella crescita della nostra visibilità, almeno all’interno dell’area radicale, ha sicuramente contribuito anche Radio Radicale che continua a non smentire la sua unicità nel diffondere cultura politica e cultura tout-court.
Dunque ripetiamo di nuovo i tre presidi che dovrebbero permettere un rientro dolce:

1)       la moderazione riproduttiva che porti il tasso di natalità biologico a convergere il più rapidamente possibile verso il tasso di rimpiazzo di 2 due figli per donna.

2)       La moderazione dei consumi.

3)       L’efficienza nello sfruttamento delle risorse.

Ognuno di questi strumenti è in relazione con gli altri ed ognuno di essi ha una componente tecnologica ed una culturale. La possibilità di dare il nostro piccolo contributo affinché questi strumenti abbiano uno sviluppo operativo deve essere il nostro mandato per il prossimo periodo. Cerchiamo di facilitare il lavoro di chi si impegnerà a dirigere l’associazione producendo una mozione che serva da guida e da strumento nella direzione indicata.

Luca Pardi

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