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II Congresso di Rientrodolce - Relazione del presidente Stampa E-mail

Relazione di Mario Marchitti

L'unico articolo che mi è capito di leggere di recente sulla minaccia della pressione demografica è apparso sulla Repubblica circa un mese fa: era una sorta di francobollo dal titolo “Volete Salvare la Terra? Fate Meno Figli” dove veniva riportato l’allarme di un sociologo inglese. Nulla più per quanto riguarda la mia personale lettura dei giornali. So che in Italia ci sono parecchi giornalisti e studiosi che denunciano la questione, quali Luigi De Marchi, Giovanni Sartori, Alberto Ronchey e anche, tangenzialmente, Guido Ceronetti; mentre sembra che il nostro maggior studioso di demografia, il prof. Massimo Livi Bacci, non sia molto preoccupato dell’attuale situazione di crescita demografica, confidando, come si può capire tra le righe dei suoi articoli, in una sorta di fiducia nello sviluppo tecnologico e nell’adattamento dell’uomo.

Non voglio entrare nel merito dei pericoli della sovrappopolazione, dove a riguardo penso vi saranno interventi dettagliati e incisivi degli amici e dei compagni dell'associazione. Neanche voglio esaminare le proposte e le iniziative volte a contrastare il fenomeno, alcune delle quali mi trovano poco entusiasta, se non dubbioso.

La mia riflessione riguarda invece la mancanza di consapevolezza del pericolo della pressione demografica da parte del pubblico generale; mentre RientroDolce ritiene che questa è una delle minacce più gravi che la nostra società deve affrontare. Perché, per contrasto, gli altri due temi di RientroDolce, cioè l'energia e l'ambiente, di recente hanno trovato larga eco sui media, diventando quasi una moda, con tutti i rischi che questa comporta: l'assuefazione e la confidenza in forze superiori: quelle culturali e intellettuali, quelle governative e amministrative, quelle delle università e dell’industria.

La mancata percezione della minaccia della eccessiva pressione demografica è da ricondurre a mio avviso a diverse cause: c'è sicuramente l'influenza della campagna natalista dettata da motivi religiosi e motivi nazionalisti, cioè c'è il messaggio della chiesa del "crescete e moltiplicatevi" e il desiderio di potenza di una nazione derivante dal mero dato numerico. A me invece preoccupano di più  altri motivi che giocano a favore dell'aumento della pressione demografica, e che non sono molto sottolineati nelle discussioni. Uno riguarda il traino diretto o indiretto che l'indirizzo economico, volto alla crescita indifferente, effettua nei confronti dell'incremento della popolazione. L'altro motivo riguarda i dati contraddittori e le dinamiche poco chiare legate allo sviluppo demografico. Provo ad elencare questi dati, che mi servono come una sorta di promemoria per uno sviluppo successivo e per il confronto con gli altri amici e compagni. Io stesso non li ho elaborati a sufficienza perché mi manca una cultura specifica di questi fenomeni e di queste dinamiche.

1. - Ad esempio c’è stata fino a poco decenni fa una correlazione storica dell’aumento del benessere - o meglio, della produzione materiale - con l’aumento della popolazione (non è detto poi che l'aumento della produzione materiale si sia sempre tradotto in un effettivo miglioramento della qualità della vita, perché studi di antropologia e archeologia indicano che l'uomo paleolitico era di costituzione più robusta rispetto a quello del neolitico; e i nostri romanzieri dell'800 hanno indugiato molto nel descrivere le condizioni di miseria dei lavoratori dell'industria. Tra l’altro la speranza di vita, che viene sempre ritenuta in aumento e collegata all'accresciuta produzione materiale, è un dato che dovrebbe essere disaggregato territorialmente e che non dovrebbe tener conto della mortalità infantile. Leggendo ad esempio le vite dei più importanti filosofi della Grecia classica si viene a sapere che Aristotele muore a 63 anni, mentre gli altri vivono molto più a lungo, alcuni fino a superare 80 anni.)

2. - Oggi sembrerebbe invece che il benessere economico porti alla denatalità. Anche se qui in occidente la denatalità non sembra sia tanto legato a un aumento del benessere economico, quanto piuttosto a una sua stabilizzazione. Infatti il cosiddetto baby boom degli anni ’50 e ’60 è coerente con la crescita economica, individuale, straordinaria di quegli anni; mentre negli anni successivi, con la stagnazione e l’inflazione, la popolazione pure si assesta.

3. - Un dato invece effettivamente nuovo su cui a mio avviso non è stato fatto chiarezza, e che secondo me è fondamentale nella nostra discussione, riguarda il motivo della crescita della popolazione nei paesi poveri o in via di sviluppo; ci si chiede perché una volta la povertà era un fattore limitante della popolazione, mentre oggi è un fattore scatenante? Provo a dare qualche risposta:

3.1 -- Alcuni sostengono che l’introduzione delle medicine ha ridotto il tasso di mortalità infantile, pertanto a uno stesso comportamento sessuale e procreativo oggi assiste a un'esplosione della popolazione. E’ una spiegazione a mio avviso poco convincente, (tutt'al più può essere valida per l'Occidente del baby boom in rapporto a epoche precedenti). Anche perché vediamo che nel corso degli anni sono sempre stati lanciati degli allarmi circa la grave situazione sanitaria dei paesi in via di sviluppo, della mancanza di medicine, di aiuti, ieri per combattere la malaria e la tubercolosi e oggi per combattere le stesse malattie chiamate però con un nome omnicomprensivo come AIDS.

3.2 -- E' più probabile invece che oggi la crescita demografica nei paesi poveri debba essere associata a una perdita di auto controllo da parte della popolazione delle proprie risorse, una perdita di autonomia, una perdita di orientamento cultuale. Purtroppo i paesi poveri, nello scontro di civiltà, con la colonizzazione e la sottomissione alle nazioni occidentali, hanno perso la loro storia, le loro culture millenarie e il loro modo di rapportarsi all’ambiente. Succede forse come nel corpo umano quando le cellule perdono la loro capacità di interagire e rapportarsi con il resto del corpo e quindi quasi per disperazione iniziano a replicarsi in modo selvaggio e senza controllo. E' una spiegazione che non deriva da rapporti diretti di causa ed effetto ma è piuttosto quasi una suggestione, un'immagine.

3.3 -- Forse si può anche dire che la povertà materiale, ma soprattutto culturale, induce a trovare compensazione nella proprietà genitoriale, da qui anche il nome di proletari che veniva dato alle classi povere, cioè proprietari di prole.

4 - In ogni caso la popolazione mondiale ha rallentato la crescita, e con le proiezioni attuali si dovrebbe attestare intorno ai 10 miliardi di individui prima della fine del secolo. Quindi il rallentamento della crescita porta alcuni a sdrammatizzare il problema.

5 - Inoltre le conseguenze della pressione demografica sull'ambiente e le risorse non può essere disgiunta dal tenore di vita, dai consumi di queste popolazioni (oggi si parla di impronta ecologica, una sorta di unità di misura dei consumi in termini di ettari) ; pertanto la valutazione di un carico più o meno grave del dato demografico varia a seconda dei livelli di consumo delle popolazioni. Estremizzando si può dire che, in funzione dello stile di vita, se francescano oppure da sfrenato consumista, uno stesso livello demografico può essere più o meno preoccupante. Difatti una delle obiezioni a chi si preoccupa dell'alta natalità  dei paesi in via di sviluppo riguarda il bassissimo livello dei consumi che hanno oggi queste popolazioni. Livelli che però tendono a crescere anche in modo esplosivo se guardiamo la Cina e l’India.

6 - Quindi, da un lato si dice che la ricchezza materiale procapite può essere vista come fattore autolimitante della crescita demografica, dall’altro invece c’è il pericolo dell’aumento di ricchezza come fattore aggravante della pressione sulle risorse. Ecco perchè non si può parlare in assoluto di fattore demografico sull'ambiente senza tenere conto anche degli stili di vita.

7 - Nei paesi occidentali la natalità, circa 1.5 figli per coppia, è comunque molto inferiore al livello di sostituzione, che dovrebbe essere di circa 2,1 figli per coppia. Ciononostante la popolazione italiana, già elevata di per sé, continua ad aumentare a causa delle immigrazioni. Quindi diventa difficile fare passare il messaggio denatalista, per via dei sentimenti xenofobi. Occorrerebbe quindi parlare congiuntamente anche di flussi migratori, di problemi economici, del mondo del lavoro. Temi e argomenti quindi molto delicati.

8 - Infine, come si era accennato, c'è un elemento per me fondamentale che oggi rende difficile accogliere la minaccia demografica e riguarda il paradigma economico imperante, quello che ho chiamato la crescita indifferente, o, in modo più banale e comprensibile, la crescita economica materiale. (Non dimentichiamoci che il famoso manifesto del Club di Roma era intitolato The Limits to Growth, erroneamente tradotto con I Limiti allo Sviluppo invece che con I Limiti alla Crescita). In un certo senso la crescita indifferente può trascinare per collegamenti diretti ed emotivi anche la crescita demografica. Il collegamenteo fra crescita economica o il PIL (Prodotto Interno Lordo) e la crescita demografica è diretto  in quanto oggi per aumentare i livelli di attività alla fin fine occorrono sempre più persone (si pensi alla litania di Carmelo Palma che sosteneva che per aumentare di 2-3% la produzione in Piemonte occorreva 2-300 mila nuovi immigrati; ma anche economisti di prim'ordine quali Tommaso Padoa Schioppa e Marcello De Cecco hanno espresso dei timori circa il calo demografico). C'è poi,  più o meno inconsciamente, l’associazione fra crescita della produzione delle merci, del consumo, e infine dei consumatori. Cioè qualsiasi industriale ha come obiettivo l'allargamento della sua produzione e quindi della sua base di clienti. Tutte le forze politiche oggi quando parlano di economia auspicano e hanno come obiettivo la crescita (si pensi all’auspicio di Daniele Capezzone per cui la crescita doveva diventare un mantra); la crescita diventa quasi una divinità, un Moloch, una entità che bada solo a se stessa, da qui quindi arriva l’aggettivazione di indifferente, cioè la crescita oggi non si interessa della qualità della vita, del territorio dell'ambiente, è pertanto una crescita rivolta a qualsiasi genere di attività, purché faccia aumentare il flusso monetario e le transazioni di tipo economico. Il grande pubblico poi è portato ad associare la crescita economica all'aumento generale degli stipendi, dei redditi, delle disponibilità materiali; pertanto sollevare delle obiezioni circa il valore di questo parametro suona stonato, impopolare, perché è come dire che si vuole ritornare a una società pauperistica, frugale, quasi contadina. Io invece ritengo che oggi il mito della crescita, oltre a essere una minaccia all’ambiente, oltre a favorire la pressione demografica, ci sta rendendo anche materialmente poveri.

8.1 -- La crescita economica oggi è intesa a livello nazionale, pertanto con l’aumento della popolazione la crescita a livello individuale può anche non esserci o essere negativa.

8.2 -- Il PIL è un indicatore di attività attività economica e non di risultato.  Ho quasi l'impressione che oggi l’immagine dell’economia può essere rappresentata da una corsa sul tapis roulant. Ad esempio un settore che contribuisce molto al PIL è il trasporto privato, cioè l'industria automobilistica; in questo caso la mancanza di una programmazione del trasporto collettivo e della mancata diffusione del car sharing, ha determinato l'esplosione del traffico privato che ha letteralmente invaso tutto il territorio urbano di auto, con i costi ambientali che ne conseguono. Pure una mancata normativa sulle velocità e le potenze (entrambi i parametri possono essere associati alla crescita del PIL) ha letteralmente trasformato le nostre strade in campi di battaglia e cimiteri (ci sono circa 6000 morti all’anno in incidenti automobilistici, a cui occorre aggiungere gli invalidi e le terapie di cura). In questo modo il PIL non fa distinzione tra le attività che contribuiscono al benessere e quelle che lo diminuiscono (si pensi alle strutture ospedaliere che devono curare i traumi da incidenti stradali, ma che fanno molto PIL). Un altro settore che contribuisce molto all'aumento del PIL è la rete di vendita, il packaging e l'allungamento della filiera produttiva. Si pensi agli innumerevoli passaggi effettuati dai prodotti agricoli per arrivare alla tavola del consumatore e a tutti i sistemi di confezionamento. Mentre se l'ambiente e il territorio fossero stati strutturati in modo da favorire un rapporto più diretto fra produttore e consumatore si sarebbe potuto migliorare la qualità dei prodotti e diminuirne i costi. Un esempio banale, anche se limitato, di attività economica deleteria è dato dal commercio delle acque minerali in bottiglie di plastica, al posto invece di più semplici e igienici distributori. Le bottiglie di plastica hanno un doppio costo, quello proprio e quello dello smaltimento (c'è poi anche il rischio di contaminazioni fra il liquido e il materiale plastico). Mentre tutti questi costi e problemi sarebbero evitati dai semplici distributori. Il fatto è che, a parte gli onnipresenti interessi dei produttori, i distributori di prodotti liquidi fanno meno PIL rispetto alla vendita del prodotto imbottigliato. Oppure, per rimanere in campo energetico, la mancata normativa verso l'efficienza energetica nel condizionamento degli edifici ci porta a spendere tantissimo per acquistare carburanti, e quindi a produrre manufatti da esportare per compensare la spesa.

8.3 -- Wikipedia alla voce PIL riporta un'osservazione interessante: “Il PIL tratta il deprezzamento del capitale naturale ed ambientale come componente positiva e ciò rappresenta una violazione dei sani principi contabili. (Esempio: se una proprietà agricola di pregio viene trasformata in un parcheggio, il PIL contabilizza l’ammontare del denaro coinvolto ma non considera il deprezzamento del capitale naturale per una siffatta trasformazione, da suolo fertile e produttivo a superficie asfaltata).”

8.4 -- Il PIL tra l’altro contabilizza anche la spesa pubblica che oggi va in buona parte per la scuola e la sanità. L'analisi di critica di queste due istituzioni fu effettuata da Ivan Illich con Nemesi Medica e Descolarizzare la società. Egli era giunto alla conclusione che queste due istituzioni hanno già da tempo raggiunto la loro soglia di controproduttività, cioè i servizi che sanitari e scolastici sono così invadenti che, quasi per una sorte di nemesi, l’effetto che producono è quello di allontanare i giovani da uno studio appassionato e di determinare una perdita di consapevolezza del proprio corpo e della propria salute.

8.5 -- Si vanno comunque formando gruppi di economisti che tentano di elaborare indici alternativi al PIL. Ad esempio vengono proposti il  Genuine Progress Indicator (GPI), la Felicità Interna Lorda (FIL), lo Human Development Index (HDI). Indicatori che purtroppo sono di difficile definizione, programmazione e di difficile uso, e spesso, nella loro formulazione, ricadono nel mero dato quantitativo, quando gli indici generali vengono determinati sommando vari indici particolari quali il numero degli anni di scolarizzazione, l'aspettativa di vita, e sottraendo i costi ambientali e le esternalità. Ci sono pure alcuni gruppi e associazioni che si sono dati il nome di Decrescita, appunto per denunciare questa sorta di follia economicistica.

8.6 -- Io ritengo invece che piuttosto di proporre altri indici o obiettivi, è più interessante ritornare o riscoprire le origini del nostro sistema e pensiero economico; perché nella storia ci sono stati pensatori e teorici che avevano già denunciato i rischi per l'ambiente e il territorio di questo tipo di crescita, molto prima di Aurelio Peccei e del Club di Roma. Si tratta in primo luogo di Karl Polanyi, e poi di Lewis Mumford, Ivan Illich, Cornelius Castoriadis. Il primo, sicuramente, analizzando il sistema economico e industriale aveva formulato la critica al mercato autoregolato, e poi successivamente aveva analizzato il concetto di economia, giungendo  alla conclusione che nella storia, prima della rivoluzione industriale e del capitalismo, l'economia era sempre situata all'interno delle istituzioni ed era pertanto invisibile; si trattava di un'economia di tipo sostanziale, e non formale come quella odierna dove si bada a massimizzare il rapporto prodotti/costi. L'esempio che si può portare è di nuovo quello del trasporto. In un'economia formale si guarda alla produzione dei auto, senza neanche preoccuparsi del fatto che queste inquinano, creano ingorghi, creano morti e invalidità, e che stanno determinando l'esaurimento dei combustibili fossili; mentre in un'economia sostanziale si dovrebbe mirare a permettere lo spostamento prima di tutto in sicurezza, poi in comfort e puntualità. La motivazione alla crescita è forse insita in una concezione ingenua della salute, quella che vede il corpo aumentare di peso; e così si trasferisce questa motivazione ingenua a tutto il resto, alla produzione di beni materiali, all’allargamento di tutte le istituzioni, da quelle governative e amministrative, a quelle scolastiche, sanitarie. Una economia e una società orientata in questo senso è poi soggetta a quel fenomeno che Illich indica come controproduttività, cioè oltre un certo livello di intensità di merci e di crescita delle istituzioni si generano degli effetti che vanno contro le finalità di quei prodotti.

8.7 -- In ogni caso oggi non ci si può sottrarre a questo paradigma perché è quello accettato a livello generale da tutte le nazioni e da tutti gli economisti. Ritengo pertanto che prima di tutto occorra interpellare e coinvolgere gli economisti e i politici su questa riflessione, per cercare di elaborare dei nuovi modi di valutazione del fatto economico.

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