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Editoriale di Luigi De Marchi a R.R. del 19/08/05 Stampa E-mail

Crisi energetica e bomba demografica


“La Stampa” di Torino pubblica un paginone interamente dedicato al Peak Oil, cioè alla crisi petrolifera prossima ventura che, prevista finora per il 2020 o, al più presto, tra dieci anni, sembra essere già esplosa oggi, col prezzo del petrolio in impennata inarrestabile. Mentre all’estero il problema è da anni al centro di un dibattito angoscioso, qui i nostri media di destra e di sinistra lo hanno ignorato largamente e possiamo solo augurarci che il paginone de “La stampa” non sia un altro sparo nel buio. Vediamo comunque i brani salienti del paginone.

“Fino a poco tempo fa poche cassandre, considerate con sufficienza dagli specialisti, parlavano sul web del Peak Oil, cioè del momento in cui la produzione mondiale raggiungerà il massimo dell’estrazione possibile, per poi iniziare un più o meno veloce declino. Mentre per anni si indicava nel 2020 0 2050 quel punto di svolta, oggi un numero sempre maggiore di addetti ai lavori sta convincendosi che il Peak Oil sia già alle porte e stia alla base della crescita ingovernabile del prezzo del greggio. In particolare il noto geologo di Princeton, Kenneth S. Deffreyes, aveva previsto pochi anni fa, nel suo libro “Dopo il petrolio” (Beyond Oil), che il Peak Oil sarebbe stato toccato appunto alla fine di quest’anno o all’inizio del 2006.

“Il crepuscolo del petrolio – conclude “La Stampa” – non potrà che essere un’era di carenza cronica di energia, di stagnazione economica, di crisi e di conflitti…I primi segni dell’inizio sono già tra di noi. Anzitutto, l’aumento inarrestabile dei prezzi del greggio e le previsioni al ribasso sulla consistenza delle riserve. Un barile di petrolio costa oggi il doppio di un anno fa e la tendenza al rincaro non dà segni di volersi fermare. Del resto, uno dei più celebri esperti petroliferi, Daniel Yergin, aveva visto giusto già nell’aprile scorso quando aveva dichiarato al settimanale “Time”: “Stiamo entrando in un periodo di forte turbolenza dei prezzi che potrà presto portare il barile a 65 o anche 80 dollari”. Ebbene, amici, ieri il greggio ha superato i 66 dollari.

Nell’apertura di una vasta documentazione sull’imminente crisi possiamo leggere: “Che cosa riserva il futuro all’umanità quando il petrolio, vera linfa vitale della nostra civiltà, diverrà sempre più costoso per il calo della produzione e la crescita vertiginosa della domanda ? Saremo semplicemente condannati a ripetere la storia ed a scannarci vicendevolmente per l’accaparramento delle risorse residue ? A distruggere la nostra civiltà non saranno gli Alieni, o l’impatto con una Meteora, o una rivolta delle Macchine, come spponevano gli scrittori di fantascienza. A distruggerci, saranno le nostre scelte di ieri e di oggi, o la nostra incapacità di scegliere. Ora, subito, è arrivato per l’umanità il momento di svegliarsi o di morire”.

E in un’altra documentazione si spiega come e perché la crisi petrolifera potrà distruggere l’intera nostra civiltà: “ Le ripercussioni del Peak Oil per la nostra civiltà saranno simili a quelle della disidratazione nel corpo umano, che può morire se appena un 5% del suo contenuto d’acqua viene a mancare, perché l’acqua è essenziale a tutte le funzioni del corpo umano. Altrettanto lo è l’energia assicurata dal petrolio per la sopravvivenza della nostra civiltà. Così, per esempio, negli anni ’70 bastarono poche cadute produttive del 5% per scatenare una quadruplicazione dei prezzi petroliferi. Ma la crisi incombente non sarà temporanea, come la crisi degli anni ’70, perchè quella dipese da alcune contingenze politiche mentre oggi la crisi sta nascendo da fattori strutturali. A dirlo non è un qualsiasi pessimista di passaggio, ma un uomo condannato all’ottimismo dal suo stesso ruolo, e cioè il Vice-Presidente degli Stati Uniti Dick Cheney, che aggiunge: “Negli anni successivi al Peak Oil si prevede un incremento annuo del 3% del fabbisogno ed un simultaneo calo annuo del 2% nella produzione.”

E nell’analisi di un altro esperto troviamo la sintesi degli implicazioni devastanti della crisi petrolifera permanente ormai alle porte: 1) tutta la produzione, la distribuzione e la conservazioone degli alimenti ne risulterà compromessa (col risultato di moltiplicare i prezzi al consumo e il numero degli affamati) , per il semplice motivo che ogni singola caloria che arriva sui nostri piatti esige 10 calorie di combustibile; 2) non solo il costo dei viaggi in automobile si moltiplicherà per il costo del carburante, ma anche i prezzi delle automobili schizzeranno molto, molto in alto perché il peso del combustibile necessario per produrre un’auto è pari al doppio del peso dell’auto stessa; 3) la crisi esploderà anche in campo informatico, dato che per produrre un grammo di microchips occorrono 600 grammi di petrolio; 4) perfino per produrre le cosiddette energie alternative (dai pannelli solari alle turbine eoliche, alle cellule dei veicoli a idrogeno, agli impianti nucleari) è necessario molto, molto petrolio. Insomma anche le cosiddette energie alternative sono in realtà “derivati” del petrolio; 5) infine l’intero sistema finanziario odierno si fonda sull’assunto che l’economia sia in costante espansione o, almeno, stabilità, ma in caso di crisi economica profonda e permanente, anche il sistema finanziario crollerà.

La crisi petrolifera sarà particolarmente catastrofica in Europa. Tutta l’economia europea, infatti, è detta economia di trasformazione appunto perchè si fonda sulla trasformazione, col petrolio importato da paesi extraeuropei, di materie prime importate da paesi extraeuropei. Solo con questo gigantesco apparato di trasformazione l’Europa ha potuto mantenere, in crescente prosperità, una popolazione molto maggiore di quella che sarebbe stata sostentabile con le risorse disponibili sui territori europei. Ed eccoci, dunque, al problema cruciale sotteso alla crisi non solo europea, ma planetaria: il rapporto tra popolazione e risorse.

Per molti secoli l’Europa ha potuto sanare la paurosa sproporzione tra la sua popolazione e le sue risorse saccheggiando a prezzi di rapina le energie e le risorse dei paesi extraeuropei. Già nel ’77, con un Convegno sul tema “Sovrappopolazione e crisi europea” che organizzai a Roma con Aurelio Peccei, promotore del famoso rapporto del MIT su “I limiti dello sviluppo”, tentai di far capire che, per scampare al disastro, l’Europa doveva ridurre la sua popolazione a dimensioni compatibili con le risorse del suo territorio, ma fummo soltanto dileggiati dai soliti sapientoni della Chiesa, della politica, dell’economia.
Oggi però il gigantesco nodo sta venendo al pettine, sia perché la politica estera delle cannoniere non è più praticabile, sia perché nuove immense moltitudini (un miliardo e mezzo di cinesi, un miliardo e 200 milioni di indiani e altri miliardi di persone del Terzo Mondo) tentano di ripetere l’operazione insensata a suo tempo condotta dall’Europa: mantenere popolazioni sproporzionate alle loro risorse con energie importate. Così, inevitabilmente, il prezzo del petrolio e delle altre energie naturali sta schizzando alle stelle…

Tutto chiaro amici ? Per quanto riguarda il rapporto popolazione-risorse mi sembra di sì, in via di massima. Ma il quadro fin qui tracciato non ha precisato il fattore cruciale di questa politica insensata, prima europea ed oggi universale: e cioè la stupida caparbietà con cui le autorità religiose e politiche del mondo intero, per la loro tragicomica ipocrisia sessuofobica, hanno sistematicamente rifiutato (e tuttoggi rifiutano) di prevenire con adeguate misure denataliste l’assurdo squilibrio tra popolazione e risorse che ci sta portando alla catastrofe.
L’unico importante governo che ha adottato queste misure è stato quello cinese: e gli effetti positivi sono stati e sono evidenti in termini di sviluppo economico effimero. Ma lo ha fatto con un secolo di ritardo, quando la popolazione, per la simmetrioca idiozia conservatrice e comunista, era già quadruplicata, e ora il fatale squilibrio tra popolazione e risorse sta emergendo anche in Cina come in tutto il mondo, sia avanzato che sottosviluppato.

Che fare ? Fare il contrario di quello che fanno ancor oggi i cervelloni di tutti i governi e di tutte le religioni, incentivando assurdamernte la natalità in Europa, cioè in un continente che ha già una popolazione insostenibilmente densa e dissipatrice d’energie e risorse, e rifiutando nel Terzo Mondo politiche denataliste capaci di bloccare un incremento demografico che fa raddoppiare quelle popolazioni ogni 15-20 anni.
Ma si può bloccare la rovinosa natalità del Terzo Mondo ? Si potrebbe farlo agevolmente con gli strumenti della psicologia motivazionale che proposi nel ’75 e che il Population Media Center ha validamente applicato già negli anni ‘80 in alcuni paesi asiatici e sud-americani. Ma finchè il mondo resta nelle mani di gerarchie religiose e politiche stupide e presuntuose come le attuali, le speranze d’una simile svolta sono esigue.

Luigi De Marchi

 

 

 

 

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