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Lettera di Sara Gelli e risposta di Umberto Galimberti Stampa E-mail
Dal gruppo di discussione di Rientrodolce, intervento di Sara Gelli.
            
Cari amici,
               
nel numero di "D - La Repubblica delle donne" di sabato 2 giugno, è stata pubblicata una mia lettera indirizzata al Prof. Umberto Galimberti, dove ho espresso alcune considerazioni sull'eccesso di buonismo e cieco ottimismo che circonda l'evento "nascita" nell'opinione pubblica e nei messaggi trasmessi dai mezzi d'informazione.
                
Interessante, benché io non la condivida del tutto, la risposta di Galimberti, che inizia proprio con il riconoscimento del problema della sovrappopolazione come il più grave tra quelli che affliggono il pianeta, più ancora delle iniquità nella distribuzione della ricchezza.
              
Riporto di seguito il testo integrale della lettera e della risposta.
             
LETTERA DI SARA GELLI 
                
Da tempo siamo abituati a sentir parlare di “diritto alla vita” in relazione ai problemi etici, di natura prevalentemente religiosa, sollevati da aborto ed eutanasia. L’impedimento di una nascita o l’anticipazione della morte naturale appaiono, a chi si proclama difensore della “vita”, come ingiustificabili atti di arroganza umana, espressione di un egoismo dilagante (i giovani non fanno figli perché non vogliono rinunciare al tempo libero, alle vacanze, ecc.) o del prevalere dell’interesse economico (stacchiamo la macchina che costa troppo) sul valore dell’esistenza. Questa mentalità è così radicata nella nostra cultura che perfino i sostenitori della “dolce morte” e del diritto all’aborto affrontano questi temi con estrema prudenza, quasi dovessero giustificarsi, sempre timorosi di dire troppo, di andare oltre il consentito.

Al contrario, nessun problema sembra porre la nascita di un nuovo individuo, accolta sempre e comunque come un “lieto evento”. Non molto tempo fa il Tg2 ha dedicato un servizio ad un’allegra famigliola di poveracci che, pur vivendo al limite della sopravvivenza, sfornano figli a ripetizione (sono arrivati all’undicesimo, se non ricordo male). Ora – ohibò! – si sono accorti che non ci stanno dentro con le spese e chiedono alle agenzie pubblicitarie di reclutarli per uno spot “come la mamma dei sei gemelli che tutti ricordano”. Questi due incoscienti, padre e madre intendo, non sembravano minimamente porsi il problema della contraccezione e così pure l’autore del servizio, troppo impegnato a far apparire “divertente” una situazione che non lo era affatto. Mi è tornato in mente quell’episodio del geniale Il senso della vita dei Monty Python, dove un padre cattolico torna a casa e comunica allegramente ai suoi innumerevoli figli di aver perso il lavoro e di doverli vendere tutti per esperimenti scientifici, concludendo il discorso con una soave canzoncina sulla sacralità dello sperma. Ecco, io forse esagero perché, se dovessi mai decidere di mettere al mondo un figlio, già l’idea di esporlo alla inevitabile triade vecchiaia-malattia-morte mi farebbe sorgere qualche scrupolo. Ma, al di là di complicate questioni esistenziali sulla desiderabilità della vita in sè, resta il fatto che attorno all’evento-nascita è stata costruita una tale impalcatura di ipocrisia, buonismo e irrazionalità da portare al moltiplicarsi di situazioni di sofferenza altrimenti evitabili. Si pensi soltanto alle pressioni che questa cultura della “culla” esercita su una donna che non desideri realmente avere figli. Le conseguenze di una maternità conflittuale, scelta soltanto per compiacere mammà e fare invidia all’amica, posso portare dritto in cronaca nera. O a quei genitori che, pur sapendo che il loro bambino nascerà gravemente menomato, decidono di non interrompere la gravidanza, condannandolo ad una vita di dolore ed emarginazione. O alla sessantenne annoiata che vuole "vivere l'esperienza della maternità" e se ne infischia di mettere al mondo un orfano.

A questo aggiungerei la considerazione che, in un mondo sovrappopolato come il nostro, le energie impiegate nell’allevamento di nuovi nati potrebbero essere indirizzate verso chi già vive e soffre, e necessita di tutto. Questo sarebbe davvero un "donare la vita".

Ciò che voglio dire è che sarebbe ora che la gente capisse che mettere al mondo un figlio non è solo un diritto, ma è un atto gravido di conseguenze per il nascituro e per chi gli sta attorno. E sarebbe anche ora di “riabilitare” tutti coloro che di figli non ne vogliono, perché dietro alla scelta di non procreare vi è spesso una consapevolezza e un amore per il genere umano che i paladini del “diritto alla vita” nemmeno si immaginano.

Gradirei molto conoscere la sua opinione sull’argomento.

Un cordiale saluto,

Sara Gelli, Ferrara

 

RISPOSTA DI UMBERTO GALIMBERTI

Sono persuaso che il sovrappopolamento della terra è il male peggiore che affligge il nostro pianeta, peggiore anche della pessima distribuzione della ricchezza che esiste sulla Terra. A generare sono in maggioranza i poveri, che, non avendo nei loro paesi diseredati alcuna previdenza o assistenza sociale, suppliscono a queste mancanze sperando nei figli: qualcuno morirà, qualcuno emigrerà, qualcuno provvederà.

Se invece restringiamo il campo a noi occidentali, dobbiamo dire che i figli non sono figli della ragione ma del desiderio, quando non addirittura di una pulsione che, negata, getterebbe alcune donne e forse anche qualche uomo nella depressione e nell'irreperibilità di un senso nella propria vita. E siccome la nascita di un figlio, anche quando è programmata, è sempre irrazionale, perché, guardata dal punto di vista dell'economia di chi genera, la nascita di un figlio comporta sempre un sacrificio del corpo, del tempo, dello spazio, del sonno, delle relazioni, del lavoro, della carriera, degli affetti e anche degli amori "altri" dall'amore per il figlio, se si genera è perché la ragione, grazie a Dio, non governa per intero la nostra vita.

Per quanto infine riguarda i "movimenti per la vita" e in generale i loro più strenui e fanatici difensori, è chiaro che essi pensano la vita solo in termini "biologici", come pura animazione della materia e come necessità di protrarla finché l'ultima fibra del corpo resiste. Questo "bieco materialismo", come diceva Marx a proposito dei "materialismi scientifici", confligge col concetto di "persona", tanto sbandierato dalla loro cultura. In realtà della persona non gliene importa niente, mentre molto gli importa della loro cultura, che conferisce loro identità, appartenenza. E, non di rado, anche potere.

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