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Ecosofia radicale Stampa E-mail

Articolo di Guido Biancardi tratto da "Notizie Radicali" del 25/05/2007, seguito da un commento interpretativo di Guido Ferretti.

"Ecosofia radicale"

di Guido Biancardi

Premessa: sono stato coinvolto occasionalmente in momenti di riflessione politica su temi ambientali assieme ad altri compagni. Mi hanno invitato a Livorno per i primi di Giugno*. Così ho pensato di elaborare in modo più articolato le mie posizioni, per confrontarle. Pensavo, nel momento in cui mi accingevo a scrivere, di mettere assieme la serie di spunti di riflessione che ho maturato in materia ambientalista ed ho solo accennato ad alcuni. Dovevo evidentemente a chi in talune occasioni aveva suscitato echi in me o di adesione concettuale ed emotiva o di contrasto dialettico, la riconoscenza che è loro da riconoscere, senza la quale non sarebbe stato possibile ibridare così competenze specialistiche con approcci più ”dilettanteschi e liberi”.

Ho deciso, poi, facendolo, di scrivere “così come penso”, cioè partendo dalla fine di un processo elaborativo che giunto a sintesi anche innovative per apparente intuito, le “srotola “per poterle spiegare, agli altri come a sé stesso , obbligato in tal modo a ripercorrere e riconoscere dei passaggi elaborativi che in effetti non ho mai sperimentato cogliendo, invece, direttamente la sintesi, ed interrogandola, sicuro che il processo di conquista di essa è razionale, solo un poco troppo veloce per lasciar tracce precise nel suo prodursi. Nella speranza che sia stata una scelta in grado di dar maggiore comprensibilità di ciò che volevo dire.

Il titolo che ho scelto è impegnativo ed un poco pretenzioso, come tutti i neologismi. Ma solo il rischio di un neologismo sa costringerci ad essere intellettualmente umili ma non modesti come è necessario essere quando si devono percorrere strade mai esplorate senza “essere dotati eccezionalmente” ma non ci si arrende all’impossibilità che viene immancabilmente posta  davanti agli avventurosi.

L’avventura a cui i radicali non possono (più?) sottrarsi è quella di riprendere in mano come nuova priorità un tema politico da essi “lasciato agli addetti” parecchi lustri fa e con il dono di un simbolo.

Il tema ambientale viene “prepotentemente”, nelle forme e nell’intensità, posto alla ribalta come la nuova, ennesima emergenza catastrofica. Gore ne ha fatto la sua jihad democratica, aggiungendosi, ma alla sua testa, allo schieramento già abbastanza nutrito dei fondamentalisti, un poco inclini al fanatismo, della proclamazione penitenziale della necessità di un pentimento universale dell’umanità/occidente/paesi sviluppati per i mali commessi nei confronti del mondo  colonizzato/sfruttato/devastato/sottosviluppato (?) e  per  “crimini ambientali “perpetrati contro il pianeta (è, penso, più che probabile che le prossime “guerre non terroristiche” saranno dichiarate “per cause ecologiche”, così come è ragionevole ipotesi che dai terroristi le loro iniziative delittuose siano sentite alla stregua di necessarie azioni di ristabilimento di un “equilibrio ambientale  socialmente e culturalmente meno compromesso”).

Non è più possibile, isolarsi sottraendosi ad una doverosa presa di posizione in merito che sia riconoscibile come nostra se non dando l’impressione di testimoniare di “non avere una posizione”.

Si potrebbe considerarci tradizionali nell’ambito degli ecologisti, ovvero di coloro che si occupano intensamente di  studiare e governare i rapporti fra gli organismi viventi e l’ambiente circostante e, se come  gruppi politici, fra l’uomo e tutte le sue manifestazioni ed il pianeta, scegliendo però la militanza nostra fra lo schieramento oltranzista già citato ed una più prudente posizione, in secondo piano e con un taglio “relativista” in materia, ovvero di chi non assolutezza il tema ma lo considera all’interno di una più ampio ventaglio di problemi ed attribuendogli rilevanza ma non tale da costituirlo come lente unica con cui guardare ogni altro fenomeno.

Ritengo invece che la posizione radicale non solo esista ma sia così peculiare ed ambiziosa da non poter essere riconosciuta come di mero “ambientalismo ecologico” (nel senso più ampio di “compatibile”).

E’, appunto per questa ragione che va coniato (per esprimerla compiutamente e sottoporla al giudizio ed ai contributi dei compagni interessati), a mio avviso il neologismo di “ecosofia”, ovvero di sapienza in materia ambientale elevata a dignità scientifico/ filosofica , “ossimoricamente”. E’ alla luce di questa assoluta specificità  di posizione rivendicata che l’invito pressante ad elaborare in merito una riflessione ed una strategia politica, che da Pannella viene continuamente riproposto a tutte le persone o a tutti i nuclei di elaborazione nel merito delle questioni ambientali, deve essere assunto, pena la produzione, con la pallida rappresentazione del potente nucleo di energia creativa che il pensiero radicale ha sviluppato e  può rivendicare come suo inconfondibile corredo, di contributi solo marginali.

La differenza più sostanziale fra le ortodossie attualmente ammesse ed una posizione che esprima compiutamente la peculiarità dell’elaborazione concettuale del pensiero e delle posizioni radicali è che, a differenza di tutti gli altri, per essi l’ambiente non è “dato”, nel senso non solo per il rifiuto del creazionismo fondamentalista come riferimento ideologico, con una scelta netta e rivendicata di stampo evoluzionista che rende inscindibile l’“agente” dall’ “ambiente”, ma per l’affermazione (cui dà corpo con lo sforzo di “rendere possibile“ quote progressive di impossibile) che ciò che esiste non è tutto ciò di cui possiamo disporre e servirci, ma solo ciò che relativamente è stato sinora creato (sospendendo l’approfondimento sul tema della creazione concepita come “uscita dal nulla“, o meno ).

Per i radicali, a differenza di coloro che sono dipendenti da uno “status quo necessario o sacro”, l’equilibrio ecologico si può determinare giocando su due variabili, non solo su quella della maggiore o minore pressione  esercitabile dal vivente su un ambiente  finito e concluso, ed inevitabilmente saturabile e degradabile, ma anche su un ambiente passibile di creazione allargata ed estesa ad opera anche dei suoi fruitori (e non solo “rinnovabile” ma “ricreabile”).  “Concreazione” è un termine (anch’esso un neologismo) creato da un pensatore e prete di cultura indo/cattolica (Raimon Panikkar) a definire il senso finale (l’eskaton) dell’esistenza umana chiamata da un Essere, (Supremo per differenza evidente con i nostri “limiti”), a condividere tale responsabilità (e diletto) con Lui. “Nuova verità”, con l’iniziale rigorosamente minuscola per noi, è ciò che produce nuova creazione ed anch’essa è un prodotto  della scienza umana e della libertà costitutiva della natura umana, che deve garantirne l’espressione più completa. Condivisibile?

Quindi, aggiungere alla realtà (o scoprire) “più verità” è un fatto “fondamentale ed ordinario “del destino dell’uomo, per l’antropologia radicale che lo colloca ad essere espressione evoluta di un processo su cui egli indaga per guidarlo e di cui egli non accetta di essere solo spettatore affascinato. ( Se Castaldi, tra l’altro, che vorrei  leggesse queste righe, riflettesse anche su quel che Severino afferma nel suo articolo “Le fedi e la lotta per il potere” sul “Corriere della Sera” del 24 Maggio e, cioè che ogni conoscenza, anche quella scientifica, “per aver potenza sul mondo” deve farsi fede, e che “ogni fede è la volontà che il mondo abbia un certo senso piuttosto che altri…”, forse vi troverebbe almeno parte almeno delle possibili ragioni del disagio che lo ha portato a “dimissioni scandalose” per non trovarsi ad essere complice di una realtà organizzata su basi, anche, irrazionali .

Per questo, la rivendicazione “primaria” della libertà (soprattutto di ricerca) è la condizione stessa della irriducibile necessità esistenziale dell’umanità di creare il proprio ambiente e contemporaneamente la condizione della sua realizzazione ( quasi cristianamente  come sua” via”). A Marco Cappato, come segretario della Luca Coscioni ho cercato di dire che il motto “dal corpo del malato al cuore della politica” poteva (e doveva) esser letto come una relazione fra corpo/vita (anche e proprio perché compromessa, “attentata”) ed impegno/responsabilità da dedicare ad essa, e, quindi, politica come vita migliore (la politica non è certo quella politicante ma tutto ciò che attiene alle problematiche dell’esistenza e del completamento delle attitudini e propensioni umane); e che fra questi due poli (di vita e politica) c’è l’esigenza di generare “più verità“, che si produca per invenzione e scoperta, da parte della scienza (“ad veritatem per scentiam”  è il motto scelto dal primo congresso internazionale  sulla libertà della ricerca scientifica organizzato dall’associazione Luca Coscioni nella sala della protomoteca al Campidoglio, a Roma ).

Quindi, a mia sensibilità, per un radicale tutto ciò che fa riferimento a situazione compiute ed immutabili, a “limiti invalicabili” è istintivamente da considerare con sospetto e da rifiutare. La stessa denominazione di “rientro dolce” semanticamente presupponendo qualcosa a cui è (solo) possibile tornare (un equilibrio, una ottimale condizione…) o che, “superati dei limiti” si ha la certezza di rovinare irreparabilmente, è inadeguato; come ho potuto dire ai suoi fondatori ed animatori. Il nostro ambiente di riferimento” radicalmente”, essendo non certo il pianeta ma l’universo; e non solo quello esistente ma con tutto l’esprimibile del suo e nostro potenziale. Ma oltre a questa impostazione (parafilosofica o religiosa, non importa) in cosa consiste e può riconoscersi questa “SOFIA“ relativa all’ambiente ed ad esso applicata, di cui saremmo portatori? Non certamente in un filone specialistico ed esclusivo di competenze.

Anzi, in un certo senso quasi all’opposto, nella disponibilità di un repertorio anche meno qualificato e ricco di altri riconoscibili specialisti in materie quali inquinamento, energie tradizionali o innovative, rinnovabili o meno, di gas serra, riscaldamento e climatologia e di altre tradizionalmente simili focali tematiche. Ma con un potenziatore ermeneutico a far da vettore, sconosciuto all’approccio tradizionale (basato su competenze per specializzazione ed impegno esclusivi), ovvero la motivazione prodotta dalla fecondazione reciproca delle pulsioni che persone diverse, ma  tutte abilitate per potenziale pari dignità loro attribuita, possono e sanno esprimere.

La ricchezza di proposte e soprattutto di esclusività che Pasolini ci riconosceva esortandoci a considerarla nel suo valore reale è proprio quella della conquista non solo culturale ma politica del valore della diversità, anche di quella degradata o perversa, come del motore di creazione di nuova verità più potente ed insostituibile (l”’irriconoscibilità radicale” consiste in questo, che non è coglibile da chi ha nel limite autoimposto ideologicamente dall’ ortodossia la difesa e la garanzia della propria identità, per  appartenenza ad una categoria, o  ceto , classe, casta,  fede…).

Di questa specificità è necessario farci forza a differenza di quanto comunemente affermato che solo l’esperto, il competente/ specialista/scienziato (ma anche giocoforza spesso “affiliato”, e sottoposto certamente a qualche occhiuto probiviro) è “abilitato” e “riconoscibile” ad essere colui che può e deve “esprimersi in merito” (che significa poi sempre su ogni cosa). E’ la “nostra pluralità “, integrabile dalla passione (e dal piacere di darle ascolto e “seguirla”), delle conoscenze ed esperienze che articolandosi in modo creativo determina nuova capacità elaborativa, nuovo pensiero, anche se “mutante”.

Quindi il ”secondo scandalo” di un approccio radicale (consequenziale a quello dell’inaccettabilità fatale del limite)  non è la fuga nel massimalismo fanatico per sfuggire alla forza del dato ed al dominio della competenza specialistica, ma l’ affermazione “radicalmente democratica” della dignità incrementale di ogni ibridazione finalizzata all’evoluzione ( il codice della “staminalità” come modo di programmare un potenziale polivalente ci è culturalmente e politicamente proprio , non solo per la  rivendicazione di libertà al riguardo). Solo all’interno di questo “frame culturale e politico” credo che il confronto fra” appassionati (e, quindi, non solo) fondamentalisti” ed “appassionati (e quindi non solo) relativisti”, purché , entrambi, ambientalisti – radicali , sarà fecondo.

*Per il congresso di Rientrodolce (N.d.R.)

COMMENTO DI GUIDO FERRETTI

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