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Chi ha contato i serpenti? Stampa E-mail

Chi ha contato i serpenti?

In una recente riunione politica, cercando di attirare l'attenzione sul livello debordante della presenza dell'Uomo su questo pianeta, ho usato un dato, appreso recentemente, che mi ha particolarmente colpito per la sua cruda semplicità e per la forza dell'evidenza che mostra. Il dato è il seguente: della biomassa totale dei vertebrati terrestri (mammiferi, uccelli e rettili) solo il 3% è costituito dalla massa degli animali selvatici, il restante 97% è per un terzo costituito dalla massa degli umani e per due terzi da quella dei loro animali domestici (principalmente bovini, ovini e suini).

Questo dato, da solo, vale più di qualsiasi misura dell'Impronta Ecologica o dell'appropriazione umana dei prodotti vegetali, o altre misure del carico della nostra specie e del suo metabolismo socio- economico sul resto della natura. Una misura semplice, ed impressionante, del clamoroso superamento dei limiti biofisici del pianeta raggiunto in meno di due secoli, grazie all'uso dei combustibili fossili.

Di fronte a questo dato l'unica domanda che è nata nell'audience di politici presenti è la seguente: "chi ha contato i serpenti?". La risposta alla domanda è semplice. Nessuno conta i serpenti di tutto il mondo e li pesa. I serpenti, i rettili, come tutti gli altri animali sono studiati in un numero di discipline che attengono alle scienze naturali: principalmente zoologia ed ecologia. Queste discipline che applicano il metodo sperimentale ed osservativo galileiano, hanno accumulato una notevole mole di conoscenze su ognuna delle specie animali che vivono negli ecosistemi terrestri. In particolare la conoscenza dei vertebrati è ottima e capillare. Se ne conosce la fisiologia, il comportamento, la distribuzione geografica, e la consistenza delle popolazioni. Per un dato tipo di ambiente, per esempio la foresta pluviale, la steppa ecc sono state condotte ricerche che hanno appurato le regolarità nella consistenza delle popolazione animali, la loro variazione nel tempo, la loro dipendenza da fattori fisici, chimici e biologici. Non è perciò necessario contare tutti i serpenti dell'Amazzonia per avere una buona stima della loro biomassa. Ovvio che essa sarà affetta da un errore che comunque non ne inficia il risultato. In un tipico lavoro di ecologia si legge per esempio: si calcola che in un ettaro di bosco di querce la biomassa dei vertebrati erbivori e carnivori sia in media 7(1) Kg. per ettaro, mentre la biomassa dei bioriduttori (lombrichi, larve di insetti, batteri, funghi, ecc.) è di circa 600(80) Kg per ettaro. Fra parentesi viene riportato l' errore nella valutazione. Tale valutazione viene fatta pesando effettivamente (quindi c'è chi pesa veramente i serpenti) gli organismi in una data area di riferimento ed applicando ai dati "misurati" un trattamento statistico convenzionale che fornisce la media e l'errore. Nulla di più, nulla di meno. Stabilito che in un dato ambiente i dati sono quelli e che tali dati sono riproducibili, non è necessario contare e pesare tutti gli organismi del mondo, nella misura in cui non è necessario misurare la radioattività di tutti gli atomi di Uranio per sapere che sono radioattivi. Fin qui la risposta alla giusta e legittima domanda.

La domanda veniva da un anziano militante per il quale nutro grande stima e altrettanto affetto e non saprei dire quale delle due venga prima. La sua domanda era, è bene ripeterlo, giusta e legittima e la risposta dovuta, ma questo episodio rivela un aspetto del modo in cui la nostra società e le sue classi dirigenti affrontano il rapporto uomo- natura. Generalmente, quando in ambito politico si presentano statistiche che provengono dalle cosiddette scienze sociali o economiche, i dati vengono accolti senza commenti metodologici. Appena dei dati vengono dalle scienze naturali scatta invece il riflesso del sano scetticismo e l'esercizio liberale del dubbio. Quello scetticismo che raramente è concesso alle scienze sociali ed economiche è praticato con rigore per le scienze naturali. Nessun problema, le scienze naturali sono sempre state e sempre saranno, il luogo del rigore e dell' assoluta onestà. Chi non è rigoroso e onesto viene presto scoperto e sanzionato in modo incruento e, a volte, definitivo dal discredito.

Quindi non disturba il fatto che il naturalista sia costretto a rispondere alle domande, anzi, è il suo mestiere e farlo è fonte di vero piacere intellettuale. Ciò che disturba è quell'asimmetria dello scetticismo, quel segno di diffidenza, un po' crociana, che si riscontra nei confronti delle scienze naturali che forse si allontanano troppo dalla totale assenza di errori di chi si occupa di puro spirito. Una diffidenza che, a ben vedere, ha più a che fare con l'ignoranza naturalistica che con l'esercizio liberale del dubbio. Insomma il fatto che le classi dirigenti politiche, economiche o religiose, ignorino i fondamenti delle scienze naturali e del loro metodo, anche se è un problema di quelle classi dirigenti, e non certo delle scienze naturali, diventa, a volte, anche un problema per tutti noi. In particolare in relazione al problema politico della tracimazione della popolazione umana oltre il limite di carico degli ecosistemi terrestri.

Luca Pardi

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