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Famiglia, Costituzione e Ambiente Stampa E-mail

Da Notizie Radicali del 10/05/2007

FAMIGLIA, COSTITUZIONE E AMBIENTE

di Guido Ferretti e Paolo Musumeci

La prossima manifestazione del Family Day offre più di uno spunto a chi voglia commentarne gli obiettivi da un punto di vista ambientale, con particolare riferimento all’influenza che l’affermata funzione procreativa del matrimonio proietta sulla sostenibilità della vita sul pianeta. Lo slogan che viene proposto, quello di "più famiglia", sottende, infatti,  l’intenzione dei manifestanti, chiamati a raccolta dalla Chiesa, di proclamare come universale ed eterna la famiglia ordinata secondo i suoi tradizionali dettami. Un obiettivo che, volendo seguire il consiglio di Ernesto Rossi,  lascierebbe intravedere, come “roba” che in questo caso viene difesa, il potere morale della Chiesa in materia di sessualità, potere che viene nuovamente affermato e che, purtroppo, ha costituito uno strumento fondamentale di oppressione dell’umanità per secoli.

Nel proporre le proprie richieste, i manifestanti trovano,  e con qualche ragione a parere di chi scrive, un appoggio negli articoli della Costituzione (riportati in calce) sulla famiglia, che, a suo tempo, furono approvati anche dal partito comunista. Nel 1948, infatti, i comunisti, affermando la moralità del proletariato, contro le  degenerazioni borghesi,  si limitarono alzare una difesa della laicità dello stato, introducendo la dizione "società naturale fondata sul matrimonio". Un analogo errore era stato fatto dai liberali ai tempi del Risorgimento, quando credettero, istituendo il matrimonio civile, di avere sottratto i cittadini e lo Stato al potere della Chiesa, ma istituirono un matrimonio, che ricalcava quello ecclesiastico.

Dopo 60 anni, appare difficile negare che l’interpretazione della Costituzione proposta dal Vaticano abbia qualche fondamento, nel senso che l'entità protetta dallo Stato sia quella formata da uomo e donna che abbiano, o almeno non neghino, l'intento di avere figli (anche se novantenni?). Conforta in questa opinione la lettura contemporanea dei tre articoli sulla famiglia, che si chiarificano l'uno con l'altro nel senso di derivare, dalla naturalità dell'atto sessuale e della riproduzione, la naturalità della famiglia con funzioni riproduttive. Del resto lo spirito dei costituenti era unitario al momento della redazione degli articoli.

Abbiamo così una Costituzione che tende a favorire la “produttività” del matrimonio, chiedendo al legislatore ordinario di favorire la famiglia, in quanto ordinata a questo scopo e, per questo, "socialmente utile" (in ciò consisterebbe il "valore laico", per tutti, della famiglia).

A parere di chi scrive, una famiglia ordinata alla crescita della popolazione non ha più ragione di essere, in presenza di una popolazione mondiale che sta esaurendo tutte le risorse, rinnovabili e non rinnovabili, della Terra, senza peraltro debellare la fame e la miseria. Sono ormai maturi i tempi per negare la funzione sociale della famiglia come finora intesa e per indicarne un'altra, che veda la famiglia, nelle varie forme in cui essa si è modificata, come una comunità avente la funzione di offrire una migliore soddisfazione alle necessità dell'individuo in campo affettivo, economico, sanitario, sociale. In tale famiglia i figli non sarebbero più generati per l’interesse della specie o della società, e neppure per “destino”, ma “concepiti” (in senso pannelliano) per il loro valore in sé, in quanto desiderabile dalla coppia.

In questo senso, perciò, appare opportuno proporre una modifica sia della definizione di famiglia sia delle "provvidenze" previste e appaiono utili due possibilità di intervento, una interna alla lettera dell’attuale Costituzione, tendente ad ottenerne una applicazione più conseguente, ed una tendente a modificarla.

Sotto il primo aspetto si potrebbe osservare che, pur riconoscendo uno status privilegiato a una coppia "secondo natura", la Costituzione non prescrive "provvidenze"  indiscriminate a suo sostegno, ma solo quelle dirette ad aiutare la famiglia a svolgere "i compiti relativi" e cioè, in base al contesto, la “produzione” di figli: specie se questi sono tanti, aggiunge il Costituente.

Si potrebbe dunque proporre che fossero i figli, soltanto se e quando effettivamente “prodotti”, ad ottenere le “provvidenze” statali, con l’esclusione delle famiglie senza figli e di quelle allargate ad  ascendenti, discendenti e collaterali, più o meno a carico. Un tale provvedimento, che potrebbe parere innocuo, non sarebbe alieno da implicazioni morali, che metterebbero in evidenza le contraddizioni di coloro che usano la Costituzione per affermare proprie presunte moralità. Se infatti la “ratio” della sessualità è la procreazione, non si dovrebbero giustificare matrimoni che, per evidenti ragioni di età o di salute, non la consentono o non la consentono più. Tali matrimoni verrebbero dunque esclusi dallo Stato, almeno come oggetto di provvidenze, lasciando sola la Chiesa a trovare le ragioni per cui essi debbano essere ugualmente considerati “sacri”. 

Una tale "riforma" a Costituzione vigente, avrebbe probabilità di essere accolta come una semplice razionalizzazione  del paradigma esistente, e forse anche di essere considerata conforme al  programma dell’attuale maggioranza, ove questo prevede che le provvidenze per i figli siano estese fino alla maggiore età degli stessi (cumulando, però, una serie di facilitazioni esistenti). Probabilmente anche coloro che invocano la crescita della natalità per ragioni economiche potrebbero trovare semplificante e funzionale un tale provvedimento. Non è questa la sede per entrare in ulteriori dettagli sulle forme di erogazione, ma Milton Friedman dovrebbe essere tenuto in considerazione al riguardo.

Se questo primo intervento potrebbe apparire provocatorio, il secondo sarebbe certamente più sostanziale, perché sarebbe diretto a  riformare la visione costituzionale della funzione sociale della famiglia, riconoscendo che essa non è più corrispondente alla realtà fattuale. Radio Radicale ha recentemente  trasmesso una inchiesta sulla famiglia che arriva alla conclusione che è in atto nella società, come dice il titolo, "la più profonda rivoluzione antropologica dei nostri tempi".

Questa rivoluzione in atto esprime un aspetto della natura umana ignorato dai moralisti dei secoli passati e cioè la tendenza dell’uomo a ridurre la propria fertilità, quando un ambiente favorevole non mette più a repentaglio la specie, ma, al contrario, sarebbe un eccesso di natalità a metterla in pericolo. Né gli antichi moralisti potevano prevedere l’uso distorto delle loro ben intenzionate analisi da parte di un potere civile che vedesse nel “numero” una occasione di potenza, sia militare che economica. 

Non si tratterebbe di negare un riconoscimento dello stato ad un istituto che va oltre l’individuo, ma di riformulare la definizione costituzionale di famiglia in senso più inclusivo e più aderente all’evoluzione già avvenuta, e di prendere atto che la funzione procreativa, se esercitata come un bene in sé, senza consapevole responsabilità, non è più utile, anzi è contraria, alla sopravvivenza della specie.

Di fronte all’impossibilità di ottenere riforme anche minime come i DICO, tanto vale allora alzare la posta e “mirare al cuore” e alla “roba”, parlando apertamente di riforma della Costituzione.

Una tale riforma supererebbe anche il regime risorgimentale della famiglia,  evitando di assegnare allo Stato la stessa funzione autoritaria rivendicata dalla Chiesa e non sarebbe che un completamento di quella più generale per la laicità dello stato,  già intrapresa con le proposte di denuncia del Concordato e di abolizione dell’ 8 per mille. 

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