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Ritorniamo alle radici ecologiste, nonviolente e libertarie del radicalismo Stampa E-mail

Da un articolo di Francesco Pullia uscito su "Notizie Radicali" del 24/04/2007

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Già trent’anni fa il radicalismo di Pannella aveva colto nel segno prefigurando una formazione aperta, non ideologica, flessibile, in cui, sul collante imprescindibile della nonviolenza, venivano a confluire tematiche libertarie, ecologiste, abolizioniste, ieri come adesso urgenti. Da lì scaturirono quesiti referendari importantissimi, non scelti a caso ma rispondenti ad un chiaro progetto politico, dall’energia alternativa alla libera emittenza radiofonica e televisiva, dall’abolizione della caccia alla lotta contro l’imbarbarimento del paese stabilito dalla cosiddetta legge Reale, dall’attacco al porto d’armi e all’industria criminogena e assassina ad esso legata alla legalizzazione delle droghe, dalla smilitarizzazione della guardia di finanza alla fine del regime concordatario.

Questo sostrato fu decisivo per battaglie ancora, purtroppo, di estrema attualità come quella, straordinaria, contro lo sterminio per fame nel mondo, battaglie su cui è possibile fare incontrare e raccordare credenti laici e credenti cattolici. E sempre da questo ambito di grande vitalità si decise di provare a fare decollare il soggetto verde, del sole che ride prima ancora che arcobaleno.

Poi, a poco a poco, con un’inversione di tendenza strisciante ma anche repentina, c’è stato all’interno del partito il tentativo di impoverire e snaturare i contenuti immessi da Pannella accantonando quasi il libertarismo e sostituendolo con un economicismo talvolta pedante e indigesto specialmente se spinto all’iperliberismo acritico e a un pericoloso dirigismo di cui si celano tracce nell’indirizzo sanzionatorio e giustizialista che, nonostante le buone intenzioni, si ravvisa, senza opportune correzioni, nella concezione di Ichino.

E, ancora, alla spiccata connotazione ambientalista se ne è affiancata una saccentemente iperindustrialista, peroratrice di centrali nucleari quando non di rigassificatori, negatrice addirittura dell’evidenza degli scombussolamenti climatici provocati dall’uomo e che, secondo una logica naturale, si stanno ritorcendo contro l’uomo.

E, allora, per tornare al punto iniziale, bisogna avere la consapevolezza che lo scenario non è affatto chiuso e, anzi, è possibile e doveroso puntare a un partito nuovo, prefigurato dalla storia radicale (pensiamo alla felice intuizione del transnazionalismo), che non si chiuda in riserve indiane ma sia in grado di intercettare positivamente i bisogni primari per costruire una società aperta, l’unica capace di fronteggiare sperequazioni sociali e calamità naturali. 

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