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La compassione come strumento di organizzazione politica nonviolenta Stampa E-mail

Da "Notizie Radicali" dell'11/04/2007

LA COMPASSIONE COME STRUMENTO DI ORGANIZZAZIONE POLITICA NONVIOLENTA

di Francesco Pullia

E’ possibile basare sulla compassione una teoria e una prassi dell’organizzazione politica?

Chi, imprigionato nella propria monade senza finestre, chiuso nel proprio guscio di cinismo, interpreta la politica solo in chiave utilitaristica, e cioè senza alcuna aggiunta di contenuti e, quindi, senza alcuna tensione ad una alterità, indubbiamente risponderà di no.

Chi, invece, vede nell’azione sociale una inesauribile propensione al rinnovamento, al cambiamento radicale che passi in primo luogo attraverso il coinvolgimento fecondo di ogni essere senziente e, dunque, attraverso una corresponsabilità collettiva, corale, che sia innanzitutto chiamata alla partecipazione e all’assunzione di scelte decisive anche per gli esclusi, gli umili e umiliati, gli inermi non inerti, i cosiddetti “improduttivi”, in altre parole per gli assenti, ravviserà, invece, nella compassione un moto a partire dal quale è possibile avviare un’organizzazione politica.

Compassione non è solo “patire insieme con” ma (ri)conoscersi tramite un prendersi cura dell’altro, vedendo nell’altro non un limite al preconcetto dell’io, un ostacolo, una barriera ma la spinta alla com-prensione, all’uscita da quella deriva dell’individualismo che è il solipsismo. La storia della nonviolenza, almeno da Gandhi in avanti, è la storia dell’organizzazione politica di questa com-prensione compassionevole.

La stessa vicenda politica di Marco Pannella, grazie a cui il radicalismo è uscito dalle secche dell’arido economicismo liberista per evolversi verso un’accelerazione nonviolenta, si presta a questa chiave di lettura. Grazie a Pannella il neoradicalismo è riuscito a compiere quel salto qualitativo mancante sia in uno come Cavallotti sia, in tempi a noi più vicini, in uno come Pannunzio. Sulla traccia di quanto è riuscito a realizzare Gandhi, il neoradicalismo pannelliano rappresenta l’organizzazione politica di quanto Aldo Capitini e Danilo Dolci sono riusciti ad intravedere.

La teoria e la prassi nonviolente capitiniane ruotano, infatti, attorno al nesso profondo tra socialità e individualità, concependo un allargamento della seconda tramite il ricorso alla prima. Non a caso, il filosofo (e politico) perugino sostituisce all’Uno-Tutto, cioè all’insieme come assoluto e totalità, l’Uno-Tutti, vale a dire una coralità data dal concorso di infinite individualità e, ancora, ricorre al termine “liberalsocialismo”, anteponendo significativamente liberalismo a socialismo per sottolineare, da un lato, una reazione alla concezione statalista e autoritaria del socialismo e, dall’altro, per bilanciare i limiti e i danni di un travisamento, in chiave esclusivamente economicistica, dello stesso liberalismo.

“Il liberalismo nella sua essenza”, scrive Capitini nel 1950, “è il senso della creazione attuale, della presenza dell’anima pienamente in atto, di quella creazione attraverso il valore (estetico, filosofico, etico, politico, ecc.), che è liberazione interiore, affermazione del meglio”.

Dolci, da parte sua, si rende conto che i processi di liberazione non nascono dalle ideologie, e tanto meno dall’utilitarismo, ma dalla capacità di far convergere verso un significato unitario un insieme frammentario di storie di vita, di voci diverse le une dalle altre ma tutte anelanti ad un riscatto. In altri termini, esprime l’urgenza, avvertita da Pannella e dal neoradicalismo, di costruire il presente prefigurando il futuro, di vincere l’inerzia e il parassitismo (le zecche cui spesso si fa accenno) per assicurare, passo dopo passo, crescita e aggiunta.

La sua azione nonviolenta è tutta ispirata al passaggio “dalle fitte solitudini di un sistema più chiuso a sistemi apertamente complessi, dall’universo delle trasmissioni sovente brutalmente ipocrite e sottilmente coercitive al mondo del reciproco adattamento creativo” ed è espressione dell’approfondimento di un nuovo, cofecondante, sistema di rapporti.

La politica di Capitini e di Dolci, come quella del neoradicalismo pannelliano, rischia di essere sminuita, impoverita, se non si coglie essa la portata estremamente innovativa di una religiosità “altra”, perché ispirata da“altro” e non istituzionalmente asservita e immiserita, una religiosità che avverte il “dramma del peso di una religione di autorità senza il contrappeso di una religione di libertà”.

L’anticlericalismo neoradicale nient’altro è che affermazione di una religione della libertà e non, invece, ostentazione di intolleranza e limitatezza cognitiva.

Il laicismo neoradicale non è una patacca messa sul vestito di un bolso (e positivistico) riduzionismo ottocentesco ma conseguenza di netta contrapposizione tra cio che è “in fieri” e ciò che è ignobilmente accettato, tra ciò che è elaborazione di concreta alternativa allo status quo e ciò che invece è conveniente (e utilitaristico) asservimento al sistema.

Con il neoradicalismo la compassione diviene strumento di lotta e forma organizzativa. Di qui, ad esempio, il passaggio dal corpo della politica al cuore del malato, lo scardinamento del vincolo nazionalistico nel nome di una visione transnazionale, l’attenzione alla parola come veicolo di spartizione del pane della verità e della conoscenza e l’accentuazione dei diritti civili come diritti dell’esistente. Di qui, in altri termini, la concezione di una politica di vita in cui l’amore non è più selvaggia, meccanica, procreazione ma scambio intimo, comunicazionale. Occorre, inoltre, ricordare a qualche smemorato che dal neoradicalismo è nato in Italia per gemmazione il movimento verde, ambientalista (è storia, non fantasia), con cui dovremmo riannodare rapporti non tanto in termini elettorali quanto di possibili strategie di lotta, a cominciare da una seria riflessione sulle scelte energetiche e sulle disuguaglianze causate dall’esplosione demografica.

Un’organizzazione politica priva dello strumento della compassione non può essere all’altezza delle sfide poste da questo secolo di grandi contraddizioni ma anche di grandi speranze.

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