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"Oltre le dispute sul clima" di Mario Marchitti Stampa E-mail

Da "Notizie radicali" del 5/04/2007

Oltre le dispute sul clima

di Mario Marchitti

La presentazione di due mozioni particolari su clima e energia al Comitato Straordinario di Radicali italiani, si accompagna all'attenzione sempre più marcata, sugli stessi temi, da parte dei media e della politica in generale. Le due mozioni sono sovrapponibili per molti punti, anche importanti, come ad esempio l'impegno per l'uscita dai combustibili fossili. Su altri invece si registra una marcata differenza, come ad esempio il giudizio sull'ambiente e sulle cause dei cambiamenti climatici. La mozione di Igor Boni, tra l'altro, fa da eco a un articolo di Antonio Bacchi su Notizie radicali (23 Marzo).

Purtroppo la semplificazione del linguaggio porta a identificare il clima e l'ambiente quasi esclusivamente con il global warming, tralasciando tutto il resto che i termini identificano, cioè l'ambiente e il clima umano in cui si vive: gli edifici e i quartieri dove si trovano le nostre abitazioni, il territorio urbano e rurale che attraversiamo, i rapporti sociali e le relazioni interpersonali.

Il fenomeno del global warming è sicuramente grave, e sta producendo effetti vistosi sul pianeta perché il ritiro dei ghiacciai da un anno all'altro è sotto gli occhi di tutti, come pure lo scioglimento delle calotte polari. Ma la questione che sembra dividere i radicali riguarda le cause del fenomeno: se sono di natura antropica (determinate dai gas serra prodotti dai combustibili fossili) oppure di natura cosmologica, cioè ascrivibili a non ben identificati mutamenti della radiazione solare (qualcuno si è anche lanciato in ardite ipotesi circa il global warming del sistema solare nel suo complesso). Comunque una risposta definitiva in tal senso molto difficilmete arriverà, anzi, è quasi impossibile che arrivi per come Bacchi e Boni se l'aspettano; perché il metodo scientifico include il superamento continuo di ipotesi, in un miglioramento delle teorie sempre più aderenti ai fatti; perché su fenomeni così complessi dal punto di vista della modellizzazione e dal punto di vista della misurazione ci sarà sempre spazio per la contestazione, fino a che non si verificano gli eventi. Forse sia Boni sia Bacchi peccano di ingenuità riguardo al modo di procedere dell'attività scientifica. Una ingenuità forse figlia di una certa pubblicistica divulgativa no-problem alla Piero Angela, di un certo schematismo epistemologico alla Karl Popper, o, al contrario, artificialmente alimentata da poteri economici interessati. Forse Bacchi e Boni, come pure il grande pubblico, dimenticano le accese controversie su molte teorie scientifiche oggi date per acquisite, mentre, se solo si avesse la curiosità e la voglia di alzare il tappeto di molte immacolate certezze, ci si troverebbe di fronte a un incredibile vermicaio (ci si può fare un'idea di queste controversie esaminando le ricerche storiche dell'"apocalittico" Umberto Bartocci o dell'"integrato" Federico Di Trocchio).

Ora Antonio Bacchi, ripescando una marginale polemica del climatologo Chris Landsea nei confronti dell'IPCC, scopre la mancanza di unanimità della scienza sul global warming (benvenuto! verrebbe da dirgli, se non fosse che questo argomento è strumentale alle ragioni dell'economia e della finanza globali). Mentre Igor Boni, incredibilmente, scopre che miliardi di anni fa la terra era molto diversa dalle condizioni attuali e che l'uomo ancora non aveva fatto il suo ingresso. (Sommessamente gli faccio notare che fra qualche miliardo di anni, se verrà confermata la teoria del big bang e se la massa dell'universo sarà sotto un certo valore critico, la terra sarà destinata a raffreddarsi, con la temperatura che si avvicinerà asintoticamente allo zero assoluto. Naturalemente anche queste ipotesi scientifiche, non toccando interessi immediati, non suscitano polemiche). Bacchi comunque supera se stesso citando Antonino Zichichi, il fisico (?) - non climatologo - al servizio del papa, non contento di avere prima, sull'energia, dato la sua fiducia a uno dei "padroni del vapore" quale Leonardo Maugeri. Ma tant'è.

Cosa fare allora? Da una parte si moltiplicano gli allarmi, che i media non possono più tacere con l'entrata in campo di personalità di prestigio quali Tony Blair e Al Gore; dall'altra si ricorre ad ogni argomento per far prevalere lo scetticismo e la rinuncia che si appoggiano alle considerazioni di Bacchi e Boni; cioè non ci sarebbe da preoccuparsi troppo perché l'influenza dell'uomo sull'ambiente è minima (e se fosse così, in realtà ci sarebbe da preoccuparsi ancora di più). Purtroppo basta guardarsi attorno per rendersi conto che l'ambiente è stato trasformato ovunque: a parte le montagne, quasi niente di quello che era il territorio e l'ambiente naturale è rimasto intatto; pertanto, a buon senso, verrebbe da concludere che, se l'uomo è stato capace di influenzare la superficie terrestre (ovviamente l'uomo per il fatto di vivere modifica il territorio), dovrebbe anche essere in grado di modificare il clima metereologico.

Da parte mia ritengo che un disastro ambientale c'è già stato, non legato al clima né al picco di produzione petrolifera, perché abbiamo perso il paesaggio urbano e rurale e nello stesso tempo abbiamo elaborato il relativo lutto. Difatti oggi noi diamo per scontato che il quartiere in cui viviamo non debba avere delle qualità architettoniche o naturalistiche, perché poi, nei weekend o nelle vacanze, ce li andiamo a cercare con i viaggi low cost nei centri storici sempre più sputtanati o verso i luoghi di mare o di montagna, sempre più compromessi.

Ritengo quindi che si siano già pienamente manifestati motivi importanti e urgenti che ci spingono a modificare il nostro attuale modello produttivo, distributivo ed energetico, nonché la sconsiderata pressione ad aumentare la popolazione e i consumi. Abbiamo spalmato il territorio di una crosta di cemento e asfalto, abbiamo perso il paesaggio, viviamo in un mondo e in un modo sempre più conflittuale. E' da stupidi continuare nella direzione attuale, soprattutto perché abbiamo già a disposizione le alternative tecnologiche e organizzative che ci farebbero vivere meglio. Alternative bloccate da una sciocca pigrizia politico-governativa e da un'ottusa difesa di certe posizioni economiche oggi dominanti. Alternative che dovrebbero indirizzarci, con la stessa urgenza, nella stessa direzione in cui lo stato del pianeta ci obbliga ad andare per la gravità dei disastri incombenti.

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