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Una coalizione di volenterosi per il clima Stampa E-mail

Da "Repubblica" del 17-02-2007

Una coalizione di volenterosi per il clima

di Joseph Stiglitz

Finalmente sembra che il messaggio sia passato: il riscaldamento globale rappresenta una seria minaccia per il nostro pianeta. Al recente Forum economico mondiale a Davos, i leader mondiali si sono resi conto, per la prima volta, che il cambiamento climatico è in testa all´elenco dei problemi del pianeta. L´Europa e il Giappone hanno dimostrato il loro impegno a ridurre il riscaldamento del pianeta caricando i costi su se stessi e sulle loro industrie anche se ciò li mette in una posizione competitivamente svantaggiata.

Fino a questo momento gli Stati Uniti si sono dimostrati il maggiore ostacolo. L´amministrazione Clinton aveva richiesto un´azione audace fin dal 1993, proponendo ciò che in effetti era una tassa sulle emissioni di fumi da combustibili fossili; ma un cartello dei produttori di inquinamento, con in testa le industrie del carbone, del petrolio e dell´automobile aveva respinto questa iniziativa.

Per la comunità scientifica, la prova del cambiamento climatico è naturalmente schiacciante da più di quindici anni. Ho preso parte alla formulazione della seconda stima delle prove scientifiche condotta dalla Tavola Rotonda intergovernativa sul cambiamento climatico, che forse a suo tempo fece un errore fondamentale: sottovalutò il ritmo con cui stava avvenendo il riscaldamento del pianeta. La quarta stima, che è appena stata pubblicata, conferma l´evidenza crescente e la sempre maggiore convinzione che il riscaldamento globale sia il risultato di un aumento dei gas serra nell´atmosfera. Il ritmo crescente del riscaldamento riflette l´impatto di complessi fattori non lineari e di una varietà di ‘punti di ribaltamento´ che possono trasformarsi in una accelerazione del processo.

Per esempio, mano a mano che i ghiacci della calotta artica si sciolgono, la luce solare viene riflessa sempre di meno. Cambiamenti all´apparenza clamorosi nei modelli climatici, che includono lo scioglimento dei ghiacciai in Groenlandia e il disgelo del permafrost siberiano, hanno finalmente convinto la maggior parte dei leader economici che è arrivato il momento di agire.

Persino il presidente Bush sembra essersi svegliato di recente. Ma uno sguardo più attento a quello che sta facendo, e non facendo, mostra chiaramente che ha soprattutto sentito il richiamo dei sostenitori della sua campagna presidenziale delle industrie del petrolio e del carbone, e che ancora una volta ha messo i loro interessi davanti all´interesse globale a ridurre le emissioni nocive. Se fosse veramente preoccupato del riscaldamento del pianeta, come potrebbe aver appoggiato la costruzione di centrali elettriche alimentate a carbone, anche se quelle centrali usano tecnologie più efficienti di quelle del passato?

Quello di cui c´è bisogno, prima di ogni altra cosa, sono incentivi fondati sul mercato che possano indurre gli americani a usare meno energia e a produrre più energia con sistemi che emettono minori quantità di fumi da combustioni fossili. Ma Bush non ha né eliminato le massicce sovvenzioni all´industria del petrolio (anche se fortunatamente il Congresso a maggioranza Democratica può ancora prendere provvedimenti) né ha dato incentivi adeguati alla salvaguardia del pianeta. Persino il suo invito all´indipendenza energetica andrebbe visto per ciò che è: una nuova giustificazione logica per vecchie sovvenzioni corporative. Una politica che implica il prosciugamento delle limitate riserve di petrolio dell´America, quello che io chiamo ‘Innanzitutto prosciugate l´America´, finirà col rendere gli Stati Uniti ancora più dipendenti dal petrolio straniero. Gli Stati Uniti impongono una tariffa di oltre 50 centesimi a gallone sull´etanolo prodotto in Brasile dalla canna da zucchero, ma sovvenzionano pesantemente l´inefficace etanolo americano prodotto dal mais. In realtà, serve più di un gallone di benzina per fertilizzare, mietere, trasportare, trasformare e distillare il mais per produrre un gallone di etanolo.

In qualità di maggiore inquinatore del mondo, responsabile di circa un quarto delle emissioni di fumi da combustibili fossili nel mondo, la riluttanza dell´America a fare di più è forse comprensibile, anche se non perdonabile. Ma la pretesa di Bush che l´America non si può permettere di fare qualcosa contro il riscaldamento del pianeta suona fasulla. Altri paesi industrializzati con standard di vita paragonabili a quelli dell´America emettono solo una piccola parte di quello che gli Stati Uniti emettono per dollaro di Pil. Il risultato è che le aziende americane che hanno accesso a una energia poco costosa ricevono un grande vantaggio dal punto di vista competitivo rispetto a quelle in Europa e altrove.

Alcuni in Europa temono che un´azione rigorosa nei confronti del riscaldamento globale possa essere controproducente: le industrie con consumo intensivo di energia potrebbero semplicemente trasferirsi negli Stati Uniti o in altri paesi che non prestano troppa attenzione alle emissioni di gas. E c´è più di un pizzico di verità in queste preoccupazioni. Un fatto impressionante relativo al cambiamento climatico è che c´è poca coincidenza tra i paesi che sono più vulnerabili ai suoi effetti – soprattutto i paesi poveri del sud del mondo che non possono permettersi di affrontarne le conseguenze – e i paesi come gli Stati Uniti che sono grandi inquinatori. Ciò che è in gioco è in parte un problema morale, un problema di giustizia sociale a livello mondiale. Il Protocollo di Kyoto ha rappresentato il tentativo della comunità internazionale di cominciare ad affrontare in modo efficiente ed equo il problema del riscaldamento del pianeta. Ma ha anche trascurato gran parte delle fonti di emissioni nocive e finirà con l´essere poco più di un gesto simbolico a meno che non venga fatto qualcosa per includere in modo significativo gli Stati Uniti e i paesi in via di sviluppo.

È necessario che ci sia una nuova ‘coalizione dei volenterosi´, forse guidati dall´Europa questa volta, e che, questa volta, sia diretta contro il vero pericolo. Questa ‘coalizione di volenterosi´ potrebbe concordare certi standard di base: rinunciare alla costruzione di centrali alimentate a carbone, aumentare l´efficienza dei carburanti per automobili, e fornire assistenza mirata ai paesi in via di sviluppo per incrementare l´efficienza della loro energia e ridurre le emissioni nocive. I membri della coalizione potrebbero inoltre concordare sull´opportunità di dare maggiori incentivi ai propri produttori, o con limiti più rigorosi sulle emissioni o con tasse più alte sull´inquinamento. Potrebbero poi concordare di imporre tasse sui manufatti che provengono da altri paesi, compresi gli Stati Uniti, che vengono prodotti con sistemi che, inutilmente ma in modo sostanziale, contribuiscono al riscaldamento del pianeta. La posta in gioco non è di proteggere i produttori nazionali ma di proteggere il nostro pianeta. Il mutato clima sul cambiamento del clima dà ai leader politici in Europa e ad altri membri potenziali di questa ‘coalizione di volenterosi´ una opportunità senza precedenti per andare al di là della pura e semplice retorica. Ora è il momento di agire.

Joseph Stiglitz è Premio Nobel per l´Economia. Il suo ultimo libro è Making Globalization Work.

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