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Le lampadine cinesi di Capezzone Stampa E-mail

Le lampadine cinesi di Capezzone

L'On. Daniele Capezzone, già segretario dei Radicali italiani e presidente della Commissione Attività Produttive della Camera, domenica scorsa, nel corso della sua usuale conversazione su Radio Radicale (un caso unico tra i deputati della Rosa nel Pugno) è  nuovamente intervenuto in materia di energia e ambiente, due temi oggi in primo piano sui mass media. Nei confronti di questi temi abbiamo da tempo e con insistenza sollecitato gli organi dirigenti del partito, rimanendo frustrati da risposte distratte o, peggio, negazioniste, che rallentano la crescita della consapevolezza nell’area radicale.

Domenica scorsa, invece, l’On. Capezzone ha sostenuto chiaramente che il problema ambientale c'è e va affrontato, smentendo in questo modo una parte dei radicali legati a una visione economicista che, tesa a difendere la crescita economica, si trova obbligata a sottovalutare i  possibili danni che l'azione dell'uomo può arrecare alla nostra biosfera e al nostro territorio. A partire da questa base, forti del nostro approccio sistemico, offriamo nuovamente ai diversi soggetti dell’area radicale, ma soprattutto a coloro che hanno una responsabilità politica ed istituzionale, la nostra esperienza, le soluzioni tecniche, gli orientamenti sociali e i nuovi indirizzi economici da adottare. Dopo l'allarme sul clima, sul quale si registrano finalmente ampie convergenze, abbiamo ora una lunga strada da percorrere, che parte  dalla consapevolezza dei limiti delle riserve dei combustibili fossili e delle risorse in generale, per arrivare alla consapevolezza più importante, che consiste nel riconoscere l'insostenibilità della pressione demografica.

Purtroppo L’On. Capezzone, che era partito bene con l’ammissione della realtà dei problemi ambientali, ha continuato male liquidando, con la sapiente battuta ad effetto sulle “lampadine dei cinesi”, il ruolo di un uso razionale dell'energia e dello sviluppo delle fonti rinnovabili, come primo presidio nei confronti dei cambiamenti climatici. Sappiamo che l'occidente avanzato è, in termini assoluti, il maggiore consumatore di combustibili fossili e quindi il maggior produttore di CO2 e che pertanto può fare tantissimo per il risparmio energetico, dalla riqualificazione energetica degli edifici, alla razionalizzazione dei trasporti, alla conversione verso un'economia di prossimità, e all’ inizio ad una politica volta a contenere l'insostenibile pressione demografica.

Questi indirizzi che l'occidente dovrebbe adottare potrebbero costituire un esempio per Cina, India e tutti i paesi che si vogliono affrancare dalla miseria, e che oggi vedono come unica via verso questo obbiettivo la corsa verso il modello di industrializzazione occidentale. Nella prima metà degli anni ’70, Ivan Illich scriveva:

[... ] i due terzi dell'umanità possono ancora evitare di passare per l'età industriale se sceglieranno sin d'ora un modo di produzione fondato su un equilibrio postindustriale, quello stesso al quale i paesi sovraindustrializzati dovranno ricorrere di fronte alla minaccia del caos.

Se gli spazi per una tale transizione si sono ristretti rispetto ad allora, ciò non toglie che tale transizione sia oggi ancor più desiderabile. Certamente questo punto di vista si concilia difficilmente con il mantra della “crescita, crescita, crescita” abbracciato dall’on. Capezzone nel corso della sua segreteria ed espresso dogmaticamente nel suo primo intervento al Parlamento. Esso, del resto, non è mai stato, in quanto mantra come valore in sé, patrimonio dei radicali, che vedono nel liberismo uno strumento di libertà per i consumatori, di libertà di accesso alla concorrenza da parte dei nuovi imprenditori e di controllo del mercato rispetto a sue possibili deviazioni illiberali. Da questo imperativo “sviluppista” che contrappone i “concerned economists” ai “concerned scientists” deriva, purtroppo, la posizione dell’On. Capezzone sui problemi ambientali, energetici e demografici.

La posizione sul protocollo di Kyoto, ad esempio, coincide con quella americana, che considera tale trattato una minaccia alla crescita economica e si avvale di argomenti costruiti in laboratori militar-industriali (a volte definiti think thank), che, dopo averne impedito una maggiore radicalità ed averlo a lungo dilazionato, ora ne evidenziano l’insufficienza, per concludere che è meglio abbandonarlo. E’ recente, al proposito, la denuncia del senato americano sulle campagne della Exxon Mobil dirette a manipolare l’opinione pubblica sui cambimenti climatici.

Se Capezzone ha avuto il successo mediatico che ha avuto, è proprio grazie a questo abbraccio con l’establishment economico, che egli ha mascherato, per la platea radicale, come naturale derivato del liberismo. Non è dato sapere se questo entusiasmo gli è nato da contatti e frequentazioni al di là o al di qua dell’Atlantico, ma certamente questo è stato il passepartout che gli ha consentito l’ingresso sul palcoscenico e la benevolenza di gran parte dei poteri forti, da quelli economici a quelli sindacali da quelli mediatici a quelli partitocratrici.

Dalle stesse fonti e dagli stessi interessi deriva la posizione dell’On. Capezzone circa le fonti rinnovabili di energia. Coloro che hanno impedito negli anni ‘80 la realizzazione di un piano energetico nazionale, coloro che, durante l’ultimo governo Andreotti, nella primavera del 1992, hanno stravolto il senso del provvedimento n. 6 del Comitato Interministeriale Prezzi, (il famoso CIP6) destinando i proventi della componente tariffaria A3  alle fonti energetiche “assimilate alle rinnovabili”, e cioè le morchie delle raffinerie e altri rifiuti non biodegradabili, ora suggeriscono l’argomento che le fonti rinnovabili non potranno mai dare un contributo sensibile al fabbisogno energetico totale. Queste forze sono al lavoro adesso, in parlamento, sotto gli occhi di tutti e causano l’avverarsi della previsione di insufficIenza delle fonti rinnovabili, ostacolando la ricerca e gli investimenti necessari a rendere queste fonti sufficienti.

Da tempo sosteniamo con vigore l'ineludibilità del passaggio alle fonti rinnovabili, che si configura come un necessario ritorno al flusso di energia solare, l’unico che può essere considerato sostenibile. Desideriamo qui solo ribadire che è possibile uscire dalle energie di origine fossili, che è possibile una vita migliore, anche senza devastare l’ambiente che ci consente di esistere come specie, che è possibile farlo anche in quindici anni, se si investono energie e volontà in un “crash program” paragonabile a quello che è stato alla base di un piano Marshall, di un progetto Mahattan, o della corsa alla Luna, se ci si convince che non esiste alternativa per il pianeta e che, quindi, nessun sacrificio, se fosse necessario, sarebbe da considerare eccessivo, essendo in gioco la vita sulla Terra nell’arco di qualche decennio. Se non ora, quando?

Luca Pardi (segretario di Rientrodolce)

Mario Marchitti (presidente di Rientrodolce)

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