Home arrow Interventi degli iscritti arrow La ballata del rigassificatore
La ballata del rigassificatore Stampa E-mail

La Ballata del Rigassificatore

Il recente articolo di Walter Mendizza sui Rigassificatori suggerisce qualche commento sull’intreccio fra questione energetica e conflitto generazionale. E’ indubbio che le generazioni di coloro che oggi, nei paesi sviluppati, hanno età superiori ai 50 anni abbiano usufruito di tutti i vantaggi dell’era dei combustibili fossili e che, a seconda dell’età, abbiano qualche probabilità di uscire di scena senza subirne le conseguenze. Essi hanno goduto di decenni di un’abbondanza energetica che ha determinato crescita economica, benessere, e libertà di movimento quasi illimitata. Di fronte al raggiungimento dei limiti fisici delle risorse, e quindi della fine dell’era della crescita materiale, che si profila nei prossimi anni, è naturale che nascano forme sempre più acri di conflitto, che tendono ad addossare a queste generazioni da una parte l’eccesso di sprechi e di consumi del passato, e dall’altra la responsabilità di decisioni dirette a limitare le conseguenze dei propri eccessi e quindi di manifestare una mentalità conservatrice, che limita una ulteriore crescita materiale, proprio quando sarebbe il turno dei giovani di poterne fruire. E’ difficile immaginare un intreccio più drammatico e foriero di possibili tragedie nel prossimo futuro, quando il raggiungimento dei limiti fisici del pianeta, imporrà scelte draconiane sull’uso di tutte le risorse naturali non rinnovabili. Qualcuno ha immaginato uno scenario di tipo ruandese nel quale, invece di Tutsi e Hutu, si fronteggerebbero giovani e vecchi, questi ultimi ritenuti in blocco responsabili dell’età dello spreco. Senza cadere nel fascino dell’orrore sollevato da un tal genere di rappresentazione, è indubbiamente necessario mettere sul piatto della bilancia  l’aspetto generazionale del dibattito sul problema energetico ,proprio per iniziare a preparare gli anticorpi  ad ogni tipo di ruandizzazione della società.

La crescita economica basata sull’uso delle risorse fossili è evidentemente un fatto episodico nella storia della nostra specie. E anche la crescita demografica non può che trovare un limite nella capacità di carico degli ecosistemi terrestri. Solo in alcuni circoli di fedeli del credo economico, supponenti al punto di credere  che la natura segua le loro teorie,  si può pensare che si possa verificare una crescita materiale infinita di una singola specie animale, anche quando si trattasse del popolo eletto, in un sistema finito. Purtroppo, se si attribuisce alla crescita economica ogni possibile Bene, è altrettanto evidente che di questo Bene solo alcune generazioni hanno potuto godere e la prossime dovranno cercare altre vie. Ed è ancora più evidente, per un insieme di fattori concomitanti, che solo l'ideologia impedisce di vedere che le generazioni degli ultra cinquantenni dei paesi sviluppati di oggi hanno avuto il meglio di questo Bene: mezzo secolo di pace in casa loro, ogni possibile comodità, abbondanza di merci e di consumi, libertà di movimento quasi illimitata. In pratica tutto quello che oggi alcuni possono avere, anche non desiderandolo, e che i popoli del resto del mondo invidiano. Molte sono dunque le “colpe” che questi figli fanno ricadere sui propri padri, quasi incolpandoli dei "vizi" ricevuti.

Volendo concentrarsi su follie ancora in pieno svolgimento, basterebbe considerare, a titolo di esempio, la progressiva suburbanizzazione del territorio, con la creazione di zone residenziali interamente dipendenti dalla mobilità motorizzata. Già in questo fenomeno si possono evidenziare elementi di conflitto generazionale. Basta osservare la vita delle famiglie di oggi, con la quotidiana schiavitù dei movimenti automobilistici fra casa, scuola, attività sportive e culturali organizzata in un nevrotico tourbillon di appuntamenti con orari strettissimi, tecniche di eversione del traffico cittadino ed extraurbano (perché ormai non esiste porzione di territorio indenne dalla congestione automobilistica), incastri di attività ricreative e scolastiche, ottimizzazione alienante dei tempi (esiste ormai una vera religione che vieta i tempi morti), cellularizzazione della comunicazione familiare, assottigliamento, fino alla completa sparizione, dei tempi di vita in comune (e poi parlano di famiglia). Di tale stato di cose i giovani rendono responsabili gli anziani, che ne avevano goduto i vantaggi prima che tutto degenerasse, senza aver saputo fermarsi nell'avidità di una crescente ricchezza, che ora si sta trasformando nel suo contrario. Un semplice confronto fra la vita dei giovani e dei giovanissimi di poche decine di anni fa e quella di oggi mostra una straordinaria riduzione della libertà ed autonomia individuale. Solo in alcune isole felici, costituite da paesi molto piccoli, l’infanzia somiglia, per libertà ed autonomia, a quella dei coetanei di 40- 50 anni fa nelle grandi città. Già nell’adolescenza questa condizione cambia drasticamente a causa dei crescenti bisogni indotti dal mercato dominato dall’offerta, che fa sentire infelice un giovane se non “possiede” tutto l’armamentario di capi d’abbigliamento firmati, oggetti vari, e status symbol che lo rendono “inserito” in qualche gruppo.

La suburbanizzazione e la metropolitanizzazione, pare possibile concludere, hanno gravemente peggiorato la qualità della vita delle generazioni più giovani. Già questo può suscitare un certo risentimento anche se, spesso, i giovani non conoscono il benessere passato e assumono che sia stato minore o non molto diverso da quello attuale. Si presume, infatti, che ad ogni aumento dei consumi materiali corrisponda un maggiore benessere e se questo benessere non si manifesta, allora  il rimedio sarebbe un'ulteriore accelerazione della crescita e, se qualcuno si oppone, non può che essere un vecchio nostalgico.

Il disprezzo per i “vecchi” che trasuda dall’articolo di Mendiza è rafforzato dalla nota, invero vagamente agghiacciante, sulle folle di bambini e giovani “veri” di Lubiana. Altri giovani, trent’anni fa, vivevano il crepuscolo di una loro grande rivolta, quale fu il decennio 1968 – 1978, che aveva trovato ampie giustificazioni nella natura imbalsamata delle società occidentali del secondo dopoguerra. Allora erano i sessantenni di oggi a disprezzare il "perbenismo" dei vecchi di allora, il loro desiderio di una crescita materiale disgiunta dalla felicita'. Chi ha dimenticato Dylan?

Come mothers and fathers                       

Throughout the land                                          

And don't criticize                                                

What you can't understand                               

Your sons and your daughters                         

Are beyond your command                              

Your old road is                                                  

Rapidly agin'.                                                      

Please get out of the new one                          

If you can't lend your hand                               

For the times they are a-changin'. [1]

Giova ricordare che quel decennio, nato da quell’afflato libertario dei figli, morì sotto le repressioni dei padri, con le mitragliette di via Fani, nella cosiddetta "lotta alla droga" e nella catena di morti che ne seguì.

Adesso i giovani (quelli "progressisti",  mentre altri sono attratti da ideali che assumono aspetti quasi religiosi, ma di radici non cristiane, altri, meno pensosi, si adeguano acriticamente al clima sociale prevalente) credono nel progresso e nella modernità e l’aspetto più ridicolo della questione è che questa nuova levata giovanilista pseudoprogressista parta con la ballata del rigassificatore, che può essere assunto a stereotipo di una forma mentale che si riallaccia a quella dei bisnonni contestati, all'epoca del boom economico e ancor più indietro agli anni dell'industrializzazione, a quelli del culto della velocità, alla fine dell'ottocento. E questa sarebbe giovinezza!

Ma parliamo pure di questo caso emblematico e consideriamo gli aspetti di merito della scelta dei rigassificatori. Ci sono due aspetti, del giovanilismo, che rischiano di essere sterili e pericolosi in questo contesto: 1) non basta desiderare in modo dannunzian-marinettiano nuove fonti energetiche, perché esse dimostrino tutti i vantaggi che hanno garantito quelle mature, sperimentate e godute in passato 2) le società giovani sono società in crescita demografica e la crescita demografica non è un buon passaporto per un futuro di benessere in un mondo a risorse limitate.

La questione dei rigassificatori nasce perché si sente il bisogno di diversificare le fonti energetiche. Questo a sua volta è determinato da due fattori, il primo è strutturale ed è dovuto all’assottigliarsi delle riserve petrolifere che hanno rappresentato la maggiore fonte energetica negli ultimi decenni, il secondo è di tipo geopolitico.

Il picco globale del petrolio convenzionale è quasi certamente una realtà in atto [2]. Questo evento si configura principalmente come crisi di combustibili liquidi e non come mera crisi energetica. In questo contesto si deve capire che la strategia della diversificazione funziona molto male, se non come posposizione di eventi inevitabili. Gas e carbone, gli altri due combustibili fossili, non sono sostituti del petrolio come fonte di combustibili liquidi,  ma come fonte di energia elettrica. L’uso dell’energia elettrica per sostenere un certo livello di mobilità di uomini e merci è un fatto desiderabile, ma richiede una vasta riconversione dell’intero parco automobilistico, riconversione che richiede anni se non decenni [3]. Naturalmente, anche il gas può essere usato come combustibile per il motore a scoppio, ma la sua diffusione necessita comunque di un certo grado di riassetto tecnico del parco automobilistico. Per quanto riguarda la cosiddetta liquefazione del carbone vi sono obiezioni di tipo tecnico ed ambientale sulle quali preferiamo non dilungarci in questa sede. I rigassificatori si affiancano all’altra modalità di distribuzione del gas via gasdotto, ma non possono certo originare una crescita delle risorse nei giacimenti.

A parte i problemi di sicurezza, che a volte sono affrontati in modo superficiale e demagogico sia dai favorevoli che dai contrari,[4] una delle principali obiezioni alla generalizzazione di questa tecnologia (che non ha nulla di particolarmente miracoloso ed è considerevolmente energivora) capovolge l'argomento pseudoliberista che una pluralità di fornitori assicurerebbe prezzi inferiori. Tale argomento risulta falsificato dal fatto che, se, nella fase dell’abbondanza, il sistema di distribuzione via tubo legava in modo simmetrico produttore e consumatore in un interesse reciproco, in fase di scarsità la distribuzione via nave introduce un elevato grado di alea nel prezzo e nella consistenza stessa delle forniture. In pratica anche se sulla carta si firmano contratti ventennali, in previsione di gravi crisi energetiche, tali contratti rischiano di rivelarsi carta straccia. In tal caso i paesi consumatori si troverebbero a competere su un mercato ‘spot’ in cui potenza economica e militare la farebbero da padrone. Il problema da affrontare è la scarsità assoluta di combustibili fossili e non le modalità di distribuzione degli stessi.

Un secondo argomento, assai  più cogente, sta nei mutamenti climatici in corso che l'insistenza a voler utilizzare e incrementare tutte le fonti energetiche fossili trascura, arrivando a finanziare centri di ricerca che  contestano l'origine antropica degli stessi, illudendo l'opinione pubblica, con la complicità, forse inconsapevole, di pubblicisti retribuiti, sul fatto che la scienza sarebbe divisa.

Un terzo argomento sta nell'assurdità di bruciare risorse minerali che sono, e devono poter continuare ad essere, proprio per i giovani e per le future generazioni, una fonte di materie prime per utilizzi assai più nobili che l'essere semplicemente bruciati. Forse non tutti sanno che il gas metano, che felicemente bruciamo per produrre energia elettrica usata per vari scopi (dei quali il più idiota è quello di riscaldare una resistenza per scaldare l’acqua in un boiler elettrico), è la principale fonte di  prodotti farmacologici e di fertilizzanti, che sono, a loro volta, i principali responsabili dell’aumento di produttività dell’agricoltura industriale rispetto al passato. In pratica, con il gas stiamo bruciando la possibilità di continuare a produrre cibo e medicine, proprio con quelle industrie che i fautori della crescita vorrebbero sempre più globalizzare: una tendenza suicida che non si può tacere. La cosa comica, se non fosse tragica, è che spesso le stesse persone che negano la possibilità che forme meno aggressive di produzione di cibo e sfruttamento del suolo possano sostituire la forma industriale di produzione agricola, sono i fautori dell’uso del principale fattore di produttività di quella stessa agricoltura, come combustibile. Un preclaro esempio di chi vuole la botte piena e la moglie ubriaca.

Coscienti del fatto che i sistemi complessi, come le nostre società, di fronte ad una crisi tendono ad aumentare la complessità, non ci sorprende che si tentino soluzioni che riportano ad un passato recente di grandi opere. Da questo punto di vista  Rientrodolce tende a considerare quella dei rigassificatori una sciagura inevitabile in relazione alla potenza dei poteri forti che sostengono la continuazione del paradigma economico e demografico in atto, piuttosto che come una soluzione praticabile. In effetti non esiste oggi azione più “vecchia” che quella di insistere sulla strada dei combustibili fossili, del petrolio, del carbone e del gas. Sarebbe molto più lungimirante, e rispettoso dei diritti delle generazioni giovani e future, preservare quanto più possibile quella ricchissima fonte di prodotti chimici che rappresentano i combustibili fossili. 

Per la produzione di energia, la modalità “giovane” deve consistere nel gettare il cuore oltre l’ostacolo nella corsa verso le fonti rinnovabili. Questa sarebbe infatti un’opera non grande, ma immensa, che richiederebbe tecnologia, ricerca e sviluppo e dunque nuova intelligenza e nuove passioni, che potrebbero affiancarsi e mescolarsi con la saggezza e l’esperienza dei ricercatori più anziani, in uno sforzo di collaborazione intergenerazionale che favorirebbe la coesione sociale invece di scatenare l’odio generazionale.

Purtroppo quando si cerca di avvertire qualcuno della malattia che lo attanaglia si rischia sempre un rifiuto di consapevolezza. Se poi la malattia è una minaccia di decadenza della società alla quale siamo abituati fin dalla nascita, il rifiuto di vedere rischia di essere viscerale e violento, e la "pena" viene riversata sull' "ambasciatore", squalificato come catastrofista, mentre si mettono in moto i meccanismi della rassicurazione.

Alcuni giovani, incoraggiati da un intero sistema che rifiuta di credere alla propria morte annunciata,  non accettano il fatto che non sia loro concesso di sprecare come le generazioni passate, altri si rifugiano nel crepuscolo del consumismo, assumendo una ideologia sostanzialmente nichilista, altri ancora cadono nelle trappole della demagogia di destra e di sinistra, ma una parte non piccola, e noi speriamo che sia la parte trascinante, ha già riconosciuto ed interiorizzato i limiti biofisici di questo pianeta ed è pronta a vivere le conseguenze e godere dei potenziali vantaggi di questa nuova coscienza. Dall’ intreccio di consumismo e indifferenza non può uscire che qualche nuovo mostro,  solo un dibattito serio e tecnicamente centrato sulla questione energetica e sulle sue relazioni con quella demografica ed ambientale può aiutare a scongiurare questo rischio.

 

Luca Pardi (segretario di Rientrodolce)

Paolo Musumeci (segretario dell’associazione radicale Liberalivorno)

5 febbraio 2007

Note.

[1] The Times They’re Changing, Bob Dylan, 1964.

Venite madri e padri

del mondo

e non criticate

ciò che non potete capire

i vostri figli e le vostre figlie

sono sfuggiti al vostro controllo

la vostra vecchia strada

invecchia velocemente

toglietevi di mezzo dalla nuova

se non potete dare una mano

 perché i tempi sono cambiati.

[2] Le cifre che girano sulla consistenza delle riserve petrolifere sono molto diverse. Su questo tema torneremo in seguito, con un intervento dedicato. Per il momento ci basta citare Chris Skrebowski (http://www.peakoil.ie/experts/skrebowski/skrebowskiresponds.html) secondo cui le cifre generalmente riportate sono di tre tipi:  1) ciò di cui si è praticamente sicuri 2) la migliore stima di ciò che non si sa e 3) i numeri per i politici.

[3] Robert L. Hirsh, Roger Bezdek, Robert Wendling. Peaking of World Oil Production: Impacts, Mitigation, & Risk Management. February 2005, disponibile on-line all’URL: http://www.projectcensored.org/newsflash/the_hirsch_report.pdf.

[4] Fa eccezione il caso dell’opposizione all’OLT di Livorno la cui realizzazione è un vero e proprio esperimento sulla pelle dei cittadini e dell’ambiente, che va al di là del semplice rischio legato a qualsiasi impianto industriale.

Copyright 2000 - 2004 Miro International Pty Ltd. All rights reserved.
Mambo is Free Software released under the GNU/GPL License.

sovrappopolazione, demografia, fame nel mondo, carestie, epidemie, inquinamento, riscaldamento globale, erosione del suolo, immigrazione, globalizzazione, esaurimento delle risorse, popolazione, crisi idrica, guerra, guerre, consumo, consumismo