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Gli asili nido e il natalismo imperante Stampa E-mail

Da Notizie Radicali del 29/01/2007

GLI ASILI NIDO E IL NATALISMO IMPERANTE

di Guido Ferretti e Luca Pardi*

Si vanno moltiplicando, in questi giorni, le critiche alla finanziaria per gli scarsi stanziamenti per gli asili nido, la cui carenza è evidenziata anche dai dati ISTAT. Il tono è quello di una condivisione degli allarmi e degli appelli che da ogni parte dell’establishment e da tutti i partiti si levano per quello che viene ritenuto un tasso di natalità “troppo basso”, in Italia, e non si esita a proporre, come uno dei provvedimenti necessari per porre rimedio a tale supposta emergenza, anche l’aumento della spesa per gli asili nido. Se ne farebbe, di tutta evidenza, una nuova “eccezione” alla politica della riduzione della spesa pubblica, oltre alle due già proposte da Pannella per l’incremento dei fondi alla ricerca e per la medicina penitenziaria.

Non poteva mancare, tra gli argomenti a favore, quello femminista, della libertà delle donne, che soffrono il disagio di non trovare asili nido e, quindi, pur desiderando generare, non lo potrebbero fare per mancanza di supporto da parte dello Stato. Ora, è naturale che l’argomento “libertà” trovi piena condivisione da parte dei liberali e, a maggior ragione, da parte dei radicali e, in questo senso, anche il nostro convinto appoggio. Infatti, nonostante chi scrive appartenga a una associazione che si propone di ridurre il carico antropico sul pianeta, siamo fermamente convinti che ciò vada fatto aumentando la libertà di scelta delle donne, certamente non restringendola.

Quel che appare meno condivisibile è l'idea degli "asili nido di Stato" e il sottinteso che l'onere economico dei figli vada pagato dalla società in termini sempre crescenti. Gli oneri che i single pagano per i figli altrui sono certamente, in sé, doverosi, ma quando si viene alla loro misura, al “quantum”, possono nascere perplessità sul corretto bilanciamento tra libertà e responsabilità. La libertà di generare deve infatti trovare un limite nella responsabilità, anche materiale, sia pure alleggerita dallo Stato, di allevarli.

Il governo attuale ha già in programma un nuovo contributo per i figli, che si aggiunge alle facilitazioni esistenti e a quell’assurdo “premio” inventato dal governo precedente, in ossequio alle richieste della Chiesa e a quelle dell’apparato industriale, affiancati dal codazzo degli economisti neoliberisti, che non trovano di meglio, per  aumentare il PIL, che aumentare il numero delle persone. Purtroppo, in entrambi i casi, NON si tratta  certo di aumentare la libertà e il benessere delle donne, ma di aumentare il "benessere" della Chiesa e quello dell'apparato economico.

Si propaganda l’idea consunta che la parte attiva della nazione deve spendere troppo per i genitori anziani, ma non si valuta mai quanto la stessa classe deve spendere per i figli. Se veramente la preoccupazione fosse per gli eccessivi oneri sopportati dalla parte attiva della popolazione, si valuterebbero gli oneri rispettivamente sostenuti per le due classi di popolazione e non si considererebbe un tabù l’eventualità di contenere la crescita demografica, in presenza di un eccesso che pure, non solo dai radicali, viene riconosciuto.

Ora è a tutti noto che allevare un nuovo consumatore costa assi più che mantenere un consumatore anziano, ma, di fronte agli interessi alla crescita dell’apparato economico, le spese per le nuove generazioni vengono rubricate alla voce “investimenti” e, se si cercano risparmi, li si cerca nelle pensioni, cioè nella “resa” di tali investimenti. Appare anche a noi troppo cinico questo modo di ragionare, tuttavia esso ci viene imposto dalla visione economicista con cui i fautori della crescita affrontano i problemi demografici, naturalmente evitando di mettere nei loro costi le esternalità che vengono addossate all’ambiente e alla comunità, che non interessano quanto hanno una visione antropocentrica del sistema naturale. Questo non interessa a nessuno perché mettendo a carico della società i costi di allevare i figli,  paga “pantalone” e paga l’ambiente, ma si guadagnano i consensi della Chiesa, dell’apparato economico, dei sindacati, delle donne, della sinistra tradizionale e persino dei liberali, che non si accorgono di venire trascinati nella direzione del buonismo demagogico e dell’aumento delle tasse.

Secondo chi scrive, e secondo l’Associazione Radicale Rientrodolce, non esiste alcun interesse sociale alla crescita della popolazione, anzi, l'interesse sociale è interamente nella direzione opposta: per una  decrescita controllata sia dell'economia che della popolazione. E’ sempre più urgente che si capisca che un basso tasso di natalità in un mondo sovrappopolato deve essere considerato una virtù e non un vizio.

Perciò ben vengano le misure in favore delle madri, ma ricordando che, se tutti sono liberi di avere figli, è anche necessario essere consapevoli che questo non può avvenire sempre più a spese della società, dell'ambiente e del pianeta, ormai devastato da popolazione e consumi insostenibili.

La teoria, da noi non condivisa, che i figli sono “PIL e pensioni” e che, perciò, si deve incentivare l’aumento della popolazione può trovare una spiegazione solo nell'ansia per una impossibile crescita infinita dell'economia e nell'affanno di un debito pubblico che non si intende ridurre attraverso la riduzione della spesa. Quest’affanno è purtroppo condiviso dal “main stream” radicale, che non è, naturalmente, sospettabile di compiacenze per argomenti connessi alla purezza della razza, alla salvaguardia della “famiglia naturale", o alla salvezza della civiltà occidentale, che appartengono a culture diverse, pur cospirando nella stessa direzione.

Per non restare su un piano puramente critico, vorremmo concludere che, se proprio non basta ancora quanto lo Stato spende per le nuove generazioni, se ancora si vogliono aumentare le spese e i compiti dello Stato (e pure gli oneri impropri scaricati sulle aziende), e se questo si vuol fare anche con l’apporto di chi, incoerentemente, ne sostiene la doverosa riduzione, almeno si tenti di trasformare, tendenzialmente, tutti i sussidi, in "bonus", e, nel nostro caso, si destinino le spese "per la famiglia", già sfortunatamente previste in ulteriore indiscriminato aumento nel programma dell’Unione, a bonus per l'asilo nido, cosicché, eventualmente, anche i privati possano contribuire ad una funzione che si vuole rendere pubblica.

NOTE

* Rispettivamente tesoriere e segretario di Rientrodolce

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