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Un'etica ambientale libera dall'ossessione dell'uomo Stampa E-mail
Da Notizie Radicali del 23/10/2006
       
Ma l’uomo se lo merita poi tanto? Riflessioni per un’etica ambientale libera dall’ossessione
      
di Cinzia Colosimo
   
E’ un errore frequente. L’attuale classe politica italiana, e non solo, non riesce proprio a considerare i problemi ambientali al di fuori di una prospettiva economica.

Gli aspetti etici legati al dualismo uomo-mondo, si svolgono e si risolvono con la subordinazione e la strumentalizzazione morale del secondo in ragione del primo. Nei partiti politici di orientamento ambientalista, è raro veder portare avanti una politica, anche economica, che non sia così ancorata all’antropocentrismo, e alle urgenze che esso comporta.
        
Anche nella moribonda Rosa nel Pugno la questione ambientale non è stata ancora politicamente “risolta”. Ed è più che comprensibile, dato che la necessità imminente è sopravvivere. Ma tra le associazioni radicali la discussione si è concentrata in particolare su due nomi, quello di Al Gore e Bjorn Lomborg. Il primo, noto per il suo essere un caso sociale e politico praticamente da manuale (e il suo occuparsi di ambiente ora ne è la prova); mentre il secondo è reo di aver messo in discussione i dati allarmanti degli scienziati in merito al surriscaldamento del pianeta Terra e altri scempi di origine antropica.
      
In queste mie riflessioni non prenderò in considerazione gli aspetti politici delle loro proposte, ma cercherò di analizzare brevemente, da un punto di vista di etica ambientale, gli atteggiamenti più frequenti messi in campo.
      
Entrambe le posizioni si presentano come teorie debolmente antropocentriche, ossia determinate a valorizzare la ‘natura’ e gli ecosistemi nella misura in cui giovano alla comunità umana, e garantiscano ad essa il maggior benessere possibile.
       
La debolezza di queste teorie, a mio parere, risiede proprio in questa concezione ultima. Il fatto che all’uomo venga attribuito un valore morale unico rispetto alle altre forme di vita, è sicuramente, almeno per il mondo occidentale, la conseguenza di una lunga tradizione ebraico-cristiana, che relega all’uomo stesso il maggior diritto e dovere di azione sulla natura stessa. L’intervento umano è la prova della sua superiorità, e quindi la prova della legittimità stessa del suo intervento.
       
La scienza degli ultimi 100 anni però, ci mostra e ci ha mostrato una concezione nuova del pianeta Terra e del ruolo effettivo dell’essere umano. Il quadro che ci propone non è incoraggiante: l’uomo è pressoché l’unico essere che produce rifiuti, l’unico in grado di controllare i processi chimici e fisici con una certa consapevolezza, l’unico in grado di modificare con tempi artificiali i bioritmi dell’ambiente. Tecnologie e nuove conoscenze ci hanno portato quindi a dover rivalutare i termini di “naturale” e “artificiale”, attribuendo ad essi non un valore assoluto derivato, appunto, dalla loro origine, ma un valore basato sulle conseguenze che incidono sia sull’uomo, sia sul mondo vivente non umano. Viene quindi da chiedersi: cosa ha effettivamente valore per l’uomo? Gli ecosistemi, gli animali non umani, le relazioni ambientali, l’acqua, l’aria, hanno un valore in sé o lo assumono soltanto strumentalmente alla comunità umana?
         
Credo che il ruolo della natura nel processo di consolidamento dell’identità civile umana sia innegabile, e un fattore considerato moralmente rilevante dai più. Le società adottano simboli naturali con i quali identificano criteri di valore. Non c’è infatti un criterio universalmente riconosciuto per il quale occorre rispettare la natura: ogni criterio è relativo al suo popolo, alle sue tradizioni, alle sue abitudini. Si può però universalmente riconoscere che la natura è una sorta di “stoffa” grazie alla quale vengono tessuti gli ideali e gli atteggiamenti: da questo punto di vista è degna di tutela.
         
Secondo queste considerazioni, che sembrano coincidere con quelle di Gore e Lomborg (anche se l’atteggiamento pratico dei due si distanzia molto da questo presupposto teorico che li accomuna), la natura assume un valore estremamente importante, non intrinseco ma funzionale. Da un lato si assicura così un certo riguardo nei confronti di processi naturali “a rischio”: si tratta soltanto di ampliare la cerchia dei fattori da considerare moralmente rilevanti, e si utilizzano gli strumenti etici tradizionali per farlo. Dall’altro lato infatti, non occorre fondare una nuova etica ambientale, ma pescare a piene mani nella filosofia occidentale e rivisitare teorie come il personalismo kantiano, il contrattualismo, l’utilitarismo di Mill e Singer. Perché allora tali proposte continuano a sembrare inadeguate? C’è davvero bisogno di fondare una nuova etica?
     
Evidentemente occorre andare oltre. Occorre superare il dualismo uomo-mondo, che è il fondamento epistemologico che ha contribuito al degrado attuale, e concepire l’ambiente non più come un insieme indistinto di parti più o meno portatrici di valore, ma una totalità sistemica moralmente rilevante. Un allargamento di questo tipo permetterebbe di garantire valore a quei fattori come l‘armonia, l’integrità e la bellezza ( e talvolta anche la stabilità), della comunità biotica, e concepire questi ultimi come “pazienti morali”, passibili di tutela. E’ un salto morale intenso, che porta con sé una serie di implicazioni fortissime e destabilizzanti.
   
Un’estremizzazione di questo punto di vista conduce sicuramente a problemi teorici non ancora risolti. Ad esempio, i teorici della “Deep Ecology” (Leopold fra tutti), che attribuiscono grande valore agli ecosistemi e agli esseri non senzienti, sostengono che sia possibile presumere diritti e doveri morali da una valutazione ecologica del mondo. Ritengono inoltre che le scienze della terra, tramite le loro descrizioni, possano ridefinire il ruolo stesso dell’uomo sulla terra.
     
Come si può facilmente intuire, un’ipotesi di questo tipo non aiuta molto. La natura infatti non è morale, non offre indicazioni morali, anzi, spesso si “comporta” in un modo che l’uomo considera ingiusto e crudele. Ecco perché occorre preservarla anche da se stessa, oltre che dall’uomo. Ma cercare in essa dei parametri etici non conduce molto lontano. Cio’ nonostante, a mio parere, il ridimensionamento del valore morale dell’uomo di fronte all’ambiente è un passo necessario e doveroso. Se riflettiamo sull’esistenza della via umana ad un livello astrattissimo, si arriva anche a considerare che, se per ipotesi l’uomo non dovesse più vivere questo pianeta, l’esistenza stessa della terra sarebbe da considerarsi preferibile alla sua non esistenza. Ma dal momento che ancora l’uomo c’è, e in “grande quantità“, occorre che riconsideri la sua posizione non più come esclusivamente privilegiata, ma come massimamente responsabile. Quando parlo di “totalità sistemica moralmente rilevante” non intendo una concezione esclusivamente olistica, in cui il tutto assume maggiore valore delle parti. Mi riferisco piuttosto ad un’ottica in cui le parti assumono valore grazie alle relazioni che intercorrono fra loro, e che sono costitutive del tutto. Ripensare all’agente e al paziente morale come frutti di relazioni, ambientali, sociali, affettive, è un atteggiamento pratico estremamente utile. Per fare un esempio, un essere umano concepisce l’autonomia come obbiettivo, non come stato di fatto, a indicare che il suo percorso è costituito da relazioni, grazie alle quali egli conosce la sua individualità. Questo rappresenta un modo per superare il dualismo sopra citato: aggiungere il tassello delle relazioni e armonizzare il possibile collegamento fra soggetto e soggetto. Ad oggi purtroppo le soluzioni proposte sono troppo ancorate a questi dualismi oppositivi: uomo-natura, soggetto-oggetto, ragione-emozione
          
La traduzione in termini politici di queste considerazioni però, non può prescindere da quella economica. E’ tragicamente evidente. Ed è in virtù di quella massima responsabilità che Lomborg delude, quando riduce le priorità “ambientali” ad una serie di urgenze troppo umane. Con un tono scettico, quando c’è da essere ben poco scettici di fronte alle evidenze, in termini di costi e benefici, come se ci fosse tanto tempo per mettersi a tavolino. Priorità umana è sicuramente quella di diminuire numericamente, ma è anche priorità della Terra, pesantemente schiacciata sotto il nostro peso. Sentirsi i protagonisti del mondo è il modello che conosciamo meglio, ma è anche il modello che richiede più responsabilità, e questo il genere umano lo ricorda malvolentieri. Iniziare a concepirsi come sé-in-relazione è di grande aiuto per chi sostiene che sia nostro compito essere partecipi, oltre che protagonisti.
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