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Biocarburanti e cibo: quando la competizione è pericolosa Stampa E-mail
Da Notizie Radicali del 27/11/2006 

BIOCARBURANTI E CIBO: QUANDO LA COMPETIZIONE E' PERICOLOSA

di Luca Pardi

Recentemente si sono moltiplicate le notizie di una decrescita della produzione cerealicola globale [1]. La notizia non è nuova, gia nel maggio scorso la National Farmers Union (NFU) canadese aveva inviato una lettera aperta al segretario generale dell’ONU e al presidente della FAO chiedendo se il calo della produzione di cereali che risultava dai loro dati poteva essere confermato da queste due organizzazioni.[2] Non abbiamo notizia di una risposta diretta ne da parte dell’ONU ne da parte della FAO, ma indirettamente la FAO ha recentemente confermato il dato. Alcuni hanno usato per questo ‘fenomeno’ il termine ‘Picco del grano’. Il termine è abbastanza improprio perchè non si tratta, nel caso dei cereali, di risorse minerarie la cui dinamica di esaurimento è prevalentemente guidata da fattori geologici. Tuttavia va ricordato che in alcuni casi di sfruttamento non sostenibile di risorse rinnovabili si osserva un andamento simile a quello che si osserva nel caso di risorse non rinnovabili come il petrolio e altre risorse minerarie. Il primo caso storico di una risorsa, in principio rinnovabile, sfruttata in modo non sostenibile fu quello dell’olio di balena che ebbe il suo picco di produzione intorno alla meta’ dell’800 [3].
 
La NFU indicava fra i molteplici fattori che mettono in crisi il sistema di produzione del cibo: i cambiamenti climatici, la carenza di risorse idriche e la crescente aleatorieta’ della disponibilita’ di combustibili fossili. A questo proposito si osservava che la quasi totalita’ dei fertilizzanti azotati necessari per l’agricoltura vengono oggi prodotti dal metano. Ma oltre a questi fattori, sta emergendo una nuova e preoccupante causa che pero’ ha il pregio di poter essere affrontata immediatamente perchè ha cause prevalentemente economiche e politiche. Questa causa é la domanda crescente di terreni agricoli per usi energetici, cioè per la produzione di biocarburanti. Negli Stati Uniti ad esempio, dove la domanda per la produzione di etanolo é in continua crescita, la superficie dei terreni coltivati a granoturco si e’ ridotta di 324.000 ettari. Le coltivazioni energetiche sono probabilmente un boccone molto appetitoso per molti agricoltori, ma mettono in pericolo la produzione di cibo e perciò rinnovano gli allarmi relativi ad una possibile estensione del problema della fame.
 
La produzione di biocarburanti è una tecnologia semplice e ben conosciuta.[4,5] Ciò che è meno conosciuto è il fatto che tale produzione energetica è, in assoluto, il modo meno efficiente di utilizzare la superficie del pianeta per produrre energia.[5] Si pensi che per produrre l’equivalente energetico di 1 milione di tonnellate di petrolio ci vogliono, in media, 13.000 chilometri quadrati (Kmq) per i biocarburanti, circa 70 Kmq con il fotovoltaico, e 100 Kmq con l’eolico convenzionale. Con l’eolico di alta quota del progetto Kitegen si arriverebbe addirittura a 13 Kmq. Il fatto è che la produzione di energia dalle piante si basa su un processo estremamente inefficiente. In natura il flusso solare non costa nulla in termini termodinamici e quindi può essere sprecato. Così la fotosintesi, che è appunto il processo di trasformazione dell’energia solare in energia chimica contenuta nei biocarburanti, ha un’efficienza dell’ordine dell’1%. E’ chiaro che l’interesse principale per i biocarburanti nasce dal fatto che essi, al contrario delle altre fonti rinnovabili citate, sono adatti ad inserirsi nel mercato dei combustibili liquidi che è attualmente sotto pressione per la volatilità verso l’alto del prezzo del petrolio e le incertezze sulla consistenza delle riserve che fanno presagire una rapido raggiungimento del picco di produzione globale del petrolio. In questo caso si assisterebbe al verificarsi di uno degli effetti potenzialmente più devastanti del picco petrolifero, la competizione fra produzione di cibo e la produzione di combustibili liquidi. Si tratta di scegliere fra la sopravvivenza di gran parte dell’umanità e l’estensione del modello di mobilità di uomini e merci basata sull’uso del motore a combustione interna. Fra queste due scelte noi di Rientrodolce non abbiamo dubbi e speriamo che tale sia la scelta di tutti i radicali: scegliamo di nutrire e di nutrirci e scendiamo dalla macchina. Almeno da quella basata sul motore a scoppio. Più volte abbiamo provato a convincere i compagni che la scelta dei biocarburanti era folle e pericolosa. E’ giunto il momento di riconfermare questa convinzione apertamente. I biocarburanti possono essere di qualche utilità, ad esempio per mantenere un buon livello di meccanizzazione dell’agricoltura in una mercato di prezzi crescenti dei prodotti petroliferi, o per usi limitati come quelli dei veicoli di emergenza, ma non sono e non possono essere una risposta per mantenere in vita un sistema di mobilità motorizzata come quello esistente oggi nel cosiddetto mondo sviluppato.

NOTE

[1] Kevin Morrison, Grain stockpiles at lowest for 25 years, FT.com Financial Times, 12 ottobre 2006; http://www.ft.com/cms/s/0c021878-5a16-11db-8f16-0000779e2340.html

[2] Stewart Wells, An open letter to the UN, 9 maggio 2006; http://www.nfu.ca/

[3] Ugo Bardi, La questione delle risorse, 21 ottobre 2005; http://www.aspoitalia.it/index.php?option=com_content&task=view&id=61&Itemid=38

[4] Domenico Coiante, Le nuove fonti di energia rinnovabile. Tecnologie, costi e prospettive, Angeli Ed., Amici della Terra, 2004.

[5] Domenico Coiante, A proposito di biocombustibili, 2005, http://www.aspoitalia.it/index.php?option=com_content&task=view&id=26&Itemid=38

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