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Perché una popolazione che invecchia non costituisce un problema sociale Stampa E-mail
          
E' uscito un interessante studio dell'economista Phil Mullan, specialista del fenomeno della crescita economica contemporanea:

"THE IMAGINARY TIME BOMB. Why an ageing population is not a social problem" (J.B.Taurus Publishers)
Posso fare una breve introduzione al pensiero dell'autore, ma non posso certamente entrare negli intricati grovigli delle pagine dedicate a complicati studi, ricerche, statistiche e diagrammi, referenze di autori (l'indice è lunghissimo), World Bank eccetera.
L'interesse di Phil Mullan consiste specialmente nello sgonfiare il mito della terza età come fonte di tutti i mali economici della nostra civiltà e la conseguente manipolazione di economisti e di governi per diminuire le spese del welfare.

Phil Mullan prende le mosse dal fatto che demografi e commentatori politici ed economici hanno ribaltato il problema della sovrappopolazione in una crecente preoccupazione per il numero degli anziani e del pericolo che questa crescita rappresenterebbe per le società avanzate. Secondo tali vedute, stiamo entrando in una "Global Aging Crisis", che sarà fatale per i programmi politici delle nostre società e il rinnovo dei loro contratti sociali; la combinazione dell'allungarsi della vita e del declino delle nascite ha dato luogo a uno spostamento generazionale, che renderà impossibile il mantenimento di una sempre crescente popolazione di vecchi e aprirà una specie di guerra generazionale.
Tale preoccupazione va di pari passo con quella per il declino della natalità, che ci tiene ostaggio della competitiva fertilità di paesi in via di sviluppo.
Cosi il  problema demografico rinforza il doppio standard, perchè da una parte l'Occidente deplora e cerca di fermare il tasso di natalità dei paesi in via di sviluppo e dall'altra lamenta la mancanza di fecondità delle proprie società che porta alla crisi generazionale.

Quindi l'autore ritiene che molta parte di tali preoccupazioni fanno parte dell'ossessione della società contemporanea per la ricorrente parola "crisi", che riflette la continua ansietà einsicurezza, legate ai cambiamenti sempre piu' veloci a cui siamo sottoposti.
Come molte volte il timore ci fa vedere le cose in una luce sbagliata e può anche contribuire a realizzare le nostre paure. 
Mullan sostiene che tali preoccupazioni hanno poco a vedere con i numeri, ma sono proiezioni ideologiche, intrise di emotività. John Maynard Keynes, per esempio, alludeva al pericolo che un declino della popolazione avrebbe causato una crisi della domanda, quindi una recessione.

Le prospettive pessimistiche si concentrano specialmente sull'invecchiamento della società, che dovrebbe invece essere un segno di positivo sviluppo che ha permesso questo allungamento della vita attiva.

E' dagli anni Ottanta che il gli anziani diventano un problema, con la loro marginalizzazione dal mercato del lavoro e conseguentemente, dalla società.
L'interesse dell'autore è piuttosto rivolto alle conseguenze economiche, oltre a quelle sociali, come risposta al panico degli economisti e dei governi.
Confronta la  spesa per mantenere un anziano e quella per mantenere un figlio. Un aumento nella proporzione degli anziani puo' abbassare i bisogni di investimento di una nazione e aumentare lo standard di vita, perchè le minori reclute nel mercato del lavoro richiedono minore investimento di capitale. Critica il concetto del rapporto di dipendenza degli anziani,  a cui oppone l'elevato costo dei figli, che consumano molte più risorse pubbliche molto prima di poter pagare le tasse.

Il problema non è tanto che non ci siano abbastanza persone a sostenere gli anziani, ma piuttosto che gli anziani che vogliano ancora essere parte attiva del mercato del lavoro trovano le porte chiuse. Questo è frutto di un trend moderno, che sostiene i giovani e crea il problema di un accorciamento della vita lavorativa che inibisce l'apporto degli anziani alla società, la nuova classe discriminata. L'età pensionabile riflette uno stigma sociale, ma è stato sempre un espediente per permettere ai giovani di entrare nel mercato del lavoro, una creazione del Welfare State.

L'autore ipotizza una ristrutturazione dell'economia che rifletta le nuove condizioni. Non si può continuare a ragionare con gli stessi principi del passato. Bisogna riconoscere che la realtà è cambiata: un sessantenne nel 2000 non é lo stesso che un sessantemme nel 1830.
-L'accesso a nuove tecnologier puo' incremetare l'output dei lavoratori e renderli piu' produttivi, inclusi quelli piu' anziani.
-Nelle societè industriali il livello tecnologico produce sufficiente ricchezza anche con un livello di crescita piu' basso.
-Inoltre, lo stesso miglioramento delle condizioni di vita influirà sulla salute e le capacità di lavorare delle future generazioni di anziani.
-Con l'aumento degli anziani, questi avranno una più grande influenza sullo stato sociale ed economico dell'intera società.
-L'esistenza stessa della terza età è il risultato del progresso, la funzione del successo umano di migliorare la salute.

Infine, secondo Mullan il mito della vecchiaia è stato manipolato per giustificare il taglio delle pensioni pubbliche, perchè l'umore generale è che gli anziani consumano una considerabile parte della ricchezza comune.
Un nuovo morbo è stato individuato: al posto della paura di morire troppo presto, si è sostituita la paura di vivere tropo a lungo.A questa paura si aggiunge la constatazione che non si puo' piu' contare sulla famiglia, che ha pure cambiato struttura.
Il pessimismo che circonda tali argomenti ha spesso come conseguenza di abbassare le aspettative della gente su quale tipo di società e di mondo possiamo attenderci nel futuro, per noi e i nostri discendenti.
Il che equivale a non cercare mezzi per progredire, ma restare passivi.
Questo è un riassuntino, ma l'autore porta molti esempi convincenti.
       
Maria Luisa Cohen
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