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Urbanizzazione: dal sogno all'incubo Stampa E-mail
Urbanizzazione: dal sogno all'incubo
     
Feltrinelli ha pubblicato di recente un corposo saggio di Mike Davis intitolato “Il pianeta degli slums” che merita un commento approfondito perché denuncia con angoscia e coraggio la tragedia dell’urbanesimo nel mondo contemporaneo e, al tempo stesso, costituisce una testimonianza impressionante dell’incapacità (o del rifiuto codardo) di quasi tutta la cultura contemporanea di capire e segnalare la dinamica cruciale di questa tragedia e di avviarne il superamento.

Davis è americano, insegna all’Università della California ed è uno dei massimi esperti mondiali di urbanistica. Ma - e questo me lo rende particolarmente simpatico – non si chiude nella sua gabbia accademica come amano fare tanti nostri baroni ed intreccia alle sue analisi urbanistiche dati sociali, storici, politici, nell’intento di cogliere le cause e le dimensioni profonde del fenomeno studiato.

Nel suo libro egli spiega con molta franchezza la realtà drammatica delle megalopoli come, del resto, d’ogni agglomerato urbano del Terzo Mondo. Si tratta dovunque di distese più o meno immense di baracche fatte di lamiera, plastica o cartone ove, secondo le stime più recenti delle Nazioni Unite, vivono (anzi a stento sopravvivono) un miliardo di persone, accatastate lungo viottoli o stradette che servono anche da fogne a cielo aperto. Ma si tratta di stime probabilmente già superate perché si tratta di formicai umani in continua crescita: in mezzo secolo Città del Messico è passata da 3 a 25 milioni di abitanti; il Cairo da 2 milioni e mezzo a 18; Bombay da 3 a 19. Davis ricorda che in passato Marx stesso vedeva nel processo di urbanizzazione un movimento dovuto alle maggiori possibilità di lavoro offerte in città dall’industria nascente. Nell’urbanizzazione in atto da decenni nel Terzo Mondo, viceversa, la città non offre nessuna possibilità di lavoro e si gonfia di moltitudini che fuggono dalle campagne solo per sfuggire alla fame e per trovare, come spesso avviene, qualcosa da mangiare tra i cumuli delle immondizie e dei rifiuti urbani. Lungi dall’esser fatte di vetro e acciaio, come vaneggiavano e vaneggiano gli architetti d’avanguardia (che in un recente intervento ho definito i megalomani delle megalopoli) le periferie del Terzo Mondo sono semplici bidonvilles dove la maggior parte degli abitanti vivono d’assistenza o di furtarelli o di espedienti. Lo stesso slum è un espediente. Al Cairo, per esempio, un milione di persone vivono in un vecchie cimitero, utilizzando le tombe come abitazioni.

Questa è la realtà atroce dell’urbanizzazione odierna che rende tragicomiche le analisi e le teorizzazioni del passato. A cominciare da quelle di Marx ed Engels, che non nascosero il loro disprezzo per la gente delle campagne, così caparbiamente diffidenti verso le radiose promesse della Rivoluzione, e cantarono le lodi della città come crogiuolo di modernizzazione e vivaio di fermenti rivoluzionari. Ma i padri del marxismo non erano soli. Arnaldo Bagnasco, docente di urbanistica all’Università di Torino, nella monografia intitolata “Urbanizzazione” ed inserita nell’Enciclopedia delle Scienze Sociali (Treccani), definiva la città “il luogo della modernità” e citava le opere di R. Redfield, M. Singer, G. Simmel ed U. Hannerz per sostenere che, ancora alla fine del ‘900, la città è vista come una fucina d’innovazioni, anche se P. Bairoch, nella sua opera del ’95, “Da Gerico a Città del Messico”, già avverte che, nel Terzo Mondo, “l’urbanizzazione sarà un problema tragico”.

Ora Davis ci ricorda, nella sua recente opera, quanto tragico esso sia già e sia ancor più destinato a diventare, dato che la moltiplicazione delle bidonvilles e delle loro popolazioni continua a tutto gas nel Terzo Mondo. Insomma, Davis ci dice che il sogno dell’urbanizzazione come strumento di benessere ed evoluzione culturale si è trasformato in un incubo di degrado e disperazione. Ma anche lui, come tutti gli studiosi che ho citato, preferisce glissare sulla causa centrale di questo pauroso fenomeno: appunto l’esplosione demografica, che ha portato le popolazioni del Terzo Mondo, negli ultimi cent’anni, a raddoppiare ogni 20-30 anni e ad affondare nella fame, nella povertà, nelle conflittualità sanguinose, nell’urbanizzazione selvaggia e nel caos.
Questa crescita esplosiva delle popolazioni del Terzo Mondo, che io definisco “la madre di tutte le tragedie contemporanee”, è stata oggetto di una demenziale negazione e rimozione che ha le sue radici nel fondamentalismo vaticano e islamico, che dura tuttoggi e che da decenni blocca ogni tentativo di prevenire quelle tragedie con la regolazione delle nascite. Che senso ha, infatti, invocare una mobilitazione contro i drammi della fame o delle migrazioni disperate (come ha fatto in questi giorni il Papa) e al tempo stesso bloccare ogni contromisura alla causa prima di quei drammi ?

Infine, vorrei ricordare che, se cerchiamo le motivazioni di questa generale inerzia dinanzi alla madre di tutte le tragedie, scopriamo che esse derivano dai tabù che impediscono alle gerarchie religiose di affrontare con serenità e umanità i problemi della sessualità e della procreazione e dal servilismo che impedisce a molte dirigenze politiche di comportarsi in modo indipendente dai dettami di quelle gerarchie. Scopriamo insomma che molti dei disastri del nostro tempo sono il prodotto di fattori psicologici e che quindi, come sostengo da trent’anni almeno, è oggi impossibile capire e alleviare le tragedie umane senza gli strumenti della psicologia politica.
       
Luigi De Marchi
     
18.11.2006
      
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