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Valter Vecellio: e se Al Gore qualcosa c'entrasse? Stampa E-mail

Da Notizie Radicali del 20/10/2006

AL GORE: COSA C'ENTRA CON BLAIR, FORTUNA E ZAPATERO? (E SE INVECE UN PO' C'ENTRA?)

di Gualtiero Vecellio

Posso dirlo? A me, Al Gore non piace granché. Come può piacerti uno così, che le donne dicono bello, che il conto in banca dice ricco, che tutti dicono essere impeccabilmente “politically correct”? Non l’avrei votato. Neppure ora, che si sa, che so. Probabilmente anche oggi voterei un candidato del Grand Old Party, sperando di poter dare il mio consenso a un John McCain o a un Rudolph Giuliani. Barack Obama o Hillary Clinton li lascio alle funamboliche trovate giornal-pubblicitarie di “Time” o di “Newsweek”. E non parliamo di meteore come Howard Dean, che pure hanno strappato consensi qui in Europa e tra noi. So bene che il partito di Abramo Lincoln è zeppo di sgradevoli personaggi fanatici e bacchettoni. So bene che è pieno di persone che non sembrano desiderose d’altro che ficcare il loro naso nella mia camera da letto, per indagare sui miei gusti e le mie preferenze, sugli affari miei, stabilire quello che è giusto e quel che è sbagliato; e non c’è bisogno che mi si dica che questo non né bello né giusto. Ho anche molti ragionevoli dubbi sulla politica estera. Non riesco a dolermi del fatto che sulla faccia della terra ci sia un dittatore di meno (Saddam), anche se naturalmente avrei preferito che la sua defenestrazione avvenisse nel modo suggerito e indicato da Marco Pannella. La tragicità di quello che accade ed è accaduto in Irak mi è stata chiara fin dal primo momento: non per un caso a un comitato che tenemmo uno o due giorni dopo la notizia dell’intervento militare, dissi che eravamo stati sconfitti. Tutto premesso, continuo a pensare che sia un grave errore andarsene dall’Irak e dall’Afghanistan come tanti chiedono; e certamente rimprovero all’amministrazione guidata da Bush di non sostenere – dopo aver assicurato che lo si sarebbe fatto – i mille democratici che lottano contro le brutali satrapie che opprimono i paesi arabi e asiatici. Voleva esportare la democrazia, non la sostiene neppure: e anzi spesso la tradisce. Questo è il suo errore, la sua colpa.

Tutto questo, e molto altro, è. Non lo discuto, non lo contesto. Lo so, e ammetto che può essere parte della mia “confusione” il fatto che, pur sapendolo, così come ieri non mi convinceva il candidato Ralph Nader (votare il suo terzo gruppo mi è sempre sembrato un buttar via il voto, come nel precedente caso di Ross Perrot, peraltro assai più consistente come fenomeno e, per questo, illusorio), oggi non c’è alcun candidato del Partito Democratico che sa guadagnarsi la mia fiducia.

Assodato dunque la mia scarsa simpatia per il Partito Democratico di cui si sa benissimo quello che non sa fare, ma nulla di quello che propone; chiarito che non spasimo per Al Gore, certamente più “bello”, “simpatico”, “corretto”, con eloquio accattivante; preso atto che a lui si può perdonare quello che è imperdonabile se si tratta di Bush (entrambi sono rampolli di dinastie; ma per il primo si tratta di “ambiente che fa esperienza”; per l’altro è “nepotismo”), ora accrescerò la confusione in cui mi dibatto dicendo che non mi scaglio contro di lui, il suo An inconvenient truth, e il suo impegno in favore dell’ambiente. 

Ho ben chiare le critiche che gli vengono mosse. Le hanno, qui su “Notizie Radicali”, ottimamente riassunte Antonio Bacchi e Matteo Mecacci. Anch’io ho aggrottato la fronte nel leggere il nome di Gore accostato a quelli di Blair, Fortuna e Zapatero. Mi sono marzullianamente fatto domande cercando risposte.

Ho sotto gli occhi il risultato di una ricerca di James Hansen, uno dei più quotati climatologi della Nasa. Immagino che l’agenzia spaziale americana non sia sospettabile di simpatie fondamentaliste ambientaliste. Quel rapporto dice che a forza di bruciare petrolio e tagliare foreste, in pochi decenni siamo riusciti a far crescere “la febbre del pianeta a un livello paragonabile ai picchi di caldo degli ultimi periodi interglaciali”. Sempre sulla base di questo rapporto, viaggiamo a una temperatura che, con un margine d’incertezza di un grado “corrisponde alla massima registrata nell’ultimo milione di anni”.

Non si perda tempo a chiedermi come si sia fatto questo calcolo, e come si sia potuto accertare quel che accade e accadrà ed è accaduto da un milione di anni a oggi. Non lo so, non lo capirei. E’, per quanto mi riguarda, una sorta di atto di fede. Però o Hansen è un “terrorista” prezzolato (da chi?), e se me lo si spiega, sono disposto a crederci. Oppure quantomeno penso che quello che dice val la pena di prenderlo in considerazione.

E allora: "Se, secondo le attese, l’’ulteriore riscaldamento raggiungerà nell’arco del secolo in corso i due o tre gradi, ci troveremo ad abitare in un pianeta diverso da quello che conosciamo: l’ultima volta che la terra è stata così calda nel Pliocene, tre milioni di anni fa, il livello degli oceani era venticinque metri sopra l’altezza attuale”.

I margini di incertezza, naturalmente non mancano: “Questo studio va preso con qualche cautela perché si riferisce solo ai sedimenti raccolti nel Pacifico occidentale”, ha osservato Antonio Navarra, climatologo dell’Istituto nazionale di geofisica e di vulcanologia. “Le incertezze sulla lettura dei dati paleoclimatici costringono Hansen a parlare di un range: siamo attorno al picco dell’ultimo milione di anni, dare una misura più precisa oggi è imposibile. Ma in ogni caso si tratta di un altro importante tassello che va ad accrescere il quadro delle preoccupazioni climatiche, già gravi”.

E arrivo ora a Gore. Da quel che so, il suo An inconvenient truth, è stato presentato con successo al Sundance festival, quello di Robert Redford. Festival per palati fini e certamente schierati politicamente.  Ma da quando una causa da buona diventa cattiva (o viceversa, naturalmente) a seconda di chi vi aderisce? Perché se è così, si finisce con l’attribuire uno straordinario potere al “buono” o al “cattivo”: basta che aderisca e la causa diventa eccellente e pessima. Dunque questo non può e non deve essere il metro di valutazione. Se aderiscono anche verdi e ambientalisti fondamentalisti, pazienza; questo però non inficia la giustezza della causa, se è giusta.

“Time” ha “strillato” a proposito del lavoro di Gore: “Abbiate paura, molta paura”. La paura non deve condizionare, ma è comunque un ottimo argomento che non bisogna ignorare. A volte aver paura è salutare. Dice Gore: “Stiamo per raggiungere il punto di non ritorno. Gli scienziati ci danno meno di dieci anni per agire. Se non lo faremo, rischiamo di perdere il pianeta, di privare i nostri figli di un futuro. Duemila scienziati in cento paesi nell’arco di vent’anni hanno prodotto una mole di informazioni sorprendentemente concordanti sull’impatto di questa crisi, sul fatto che ne siamo noi la causa e che le conseguenze saranno catastrofiche. Poi c’è un pugno di scettici, molti a libro paga delle compagnie inquinatrici, gente mai presa sul serio dalla comunità scientifica, che crea disinformazione per evitare che la gente si renda conto delle reali proporzioni del fenomeno. L’informazione scientifica degli ultimi anni è stata manipolata. E la nostra capacità di agire, paralizzata”.

Questo accenno al “pugno di scettici” molti a libro paga, meriterebbe di essere indagato. Se sia vero, e quanto di vero vi possa essere, non saprei dire, ma è plausibile. E comunque non più di qualche settimana fa il britannico The Guardian ha riportato con grande evidenza le accuse della Royal Society, la prestigiosa accademia scientifica: si sostiene che la Exxon avrebbe distribuito 2,9 milioni di dollari alle lobby anti-ambientaliste per minimizzare i rischi legati al cambiamento climatico. E’ la prima volta nella sua storia che la Royal Society formula un’accusa così grave e dettagiata. E a proposito del rapporto firmato dalla stessa Exxon, la Royal Society dice: “Contiene affermazioni incompatibili con la letteratura scientifica”.

Torno a Gore: “Oggi non c’è scienziato che non concordi sul fatto che fumare causa il cancro ai polmoni. Ma per decenni le compagnie del tabacco hanno fatto ciò che la Exxon Mobil e molte delle compagnie petrolifere e minerarie stanno facendo ora. Arruolare scienziati, finanziare le loro pseudo-ricerche e pubblicazioni dall’apparenza irreprensibile e far passare l’idea che ci fossero dubbi sul rapporto tra fumo e cancro ai polmoni. Oggi qualche compagnia del tabacco si vergogna, qualcuna no. Giorno verrà che i capi della Exxon Mobil guarderanno indietro e si vergogneranno”. Proprio prima di scrivere queste note, ho navigato un po’ nel sito di Gore (
www.climatecrisis.net). Onestamente non mi sento di dire che sia ambientalismo fondamentalista che si inserisce in quella scia di “verdismo” che da sempre noi si aborre. Ne so poco, e di più ne vorrei sapere. Ne sappiamo poco e non mi dispiacerebbe che An inconvenient truth venisse proiettato a Padova, durante i lavori del nostro congresso. Per meglio dibattere e ragionare se sia un innesto “innaturale” quel Gore assieme a Blair, Fortuna e Zapatero; o se, al contrario, ancora una volta l’intuizione di Marco non sia quella giusta, al momento giusto.

Ps.: non ho parlato di Rosa nel Pugno, di radicali, di cose da fare, come avrei voluto. Sarà per una prossima volta.

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