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"La decrescita. L'impatto dell'uomo sulla natura" di Luca Pardi Stampa E-mail

Dal mensile "Aprile" n. 134 - Gennaio 2006

La Decrescita. L’impatto dell’uomo sulla natura  

Luca Pardi

La Terra è sovrappopolata. Ma in che misura il metabolismo socio-economico umano ha superato i limiti fisici del pianeta? L’Impronta Ecologica (IE) e l’Appropriazione della Produzione Primaria Netta da parte dell’uomo (APPN) ci consentono di misurare l’impatto umano sulla natura.

L’impronta ecologica.
L’IE è la misura della superficie di suolo coltivabile che una data popolazione o un individuo richiedono per produrre le risorse che consumano e assorbire i rifiuti che producono e misura l’area bioproduttiva totale necessaria per sostenere una definita attività sociale, ovunque essa si svolga sulla Terra. L’IE tiene in conto tre funzioni degli ecosistemi: la fornitura di risorse, l’assorbimento dei rifiuti e lo spazio utilizzato per le infrastrutture della società. Si può quindi calcolare l’IE di ciascuno di noi, delle nazioni e dell’intera umanità e questa grandezza è in genere espressa in unità di area, cioè in ettari.
Attualmente vi sono 11,4 miliardi di ettari biologicamente produttivi disponibili sul pianeta distribuiti fra terre emerse e mari. Dividendo questo numero per il numero di persone viventi – 6,3 miliardi nel 2003 – si ha una media di area bioproduttiva di 1,8 ettari per persona. In base ai dati disponibili il deficit globale ammontava, nel 2001, a 0,4 ettari/procapite. Questo valore è la differenza fra l’IE totale (2,2 ha) e la biocapacità del pianeta (1,8 ha) e non tiene conto delle necessità delle altre specie perché non esiste, al momento, una precisa misura di questa grandezza.
Abbiamo quindi un’IE che eccede di più del 20% le capacità produttive del pianeta: possiamo dire che stiamo consumando come se avessimo a disposizione una Terra più un venti per cento di Terra o che ogni anno consumiamo risorse la cui rigenerazione richiede un anno e due mesi. In altre parole stiamo consumando le risorse in modo irreversibile.
Ma il dato globale non deve nascondere il fatto che Europa e Stati Uniti hanno un IE tale che i loro cittadini consumano le risorse terrestri come se avessero a disposizione due, tre, quattro pianeti Terra.

L’Appropriazione umana della Produzione Primaria.
La Produzione Primaria (PP) è la quantità di materia organica, base della vita sul nostro pianeta, prodotta dagli organismi fotosintetici, le piante verdi, le alghe e alcune specie di batteri. La fotosintesi trasforma l’energia luminosa (la luce del sole) in energia chimica immagazzinata in molecole organiche (gli zuccheri): produce una molecola di zucchero e sei molecole di ossigeno a partire da sei molecole di anidride carbonica (CO2) e sei molecole di acqua. Per questo motivo si dice anche che nella fotosintesi il Carbonio presente nella CO2 atmosferica viene “fissato” nei tessuti vegetali. La produzione primaria viene così misurata in grammi di Carbonio (g C) nell’unità di superficie (mq o m2) per unità di tempo (anno). I produttori primari utilizzano una parte degli zuccheri prodotti per il proprio metabolismo, in un processo analogo a quello della respirazione animale. La quantità di Carbonio fissato nella fotosintesi, diminuita della quantità di Carbonio riemessa nella respirazione, costituisce la PPN. L’appropriazione di questa quantità da parte dell’uomo (APPN) costituisce una misura della pressione dell’uomo sul resto della natura. La PPN viene misurata per via satellitare e confrontata con i consumi locali di cibi, fibre, e materiali di origine e vegetale. I risultati di questa ricerca forniscono una misura del livello di sovrappopolazione del pianeta, e dell’intensità di sfruttamento delle risorse naturali da parte dell’uomo, che è a mio parere abbastanza impressionante. L’uomo, che rappresenta circa l’1% della biomassa animale totale, si appropria di una quantità compresa fra il 20 e il 26% della PPN. Ma questo è un valore medio. In alcune aree del pianeta infatti, il livello di appropriazione supera il 100% e raggiunge valori parossistici fino al 40.000 %. La costa orientale degli Stati Uniti, gran parte dell’Europa, il Medio Oriente, il subcontinente indiano e parti consistenti del sud est asiatico e di Cina e Giappone, dipendono interamente dal continuo apporto esterno di materiali e cibo di origine vegetale.

Il problema petrolio.
La fotografia del mondo che abbiamo fatto finora, ed in particolare quella che esce dalla mappa dell’APPN, è anche come una misura del livello di globalizzazione dell’economia. In effetti, le zone di maggior appropriazione corrispondono alle aree di maggiore industrializzazione. Tutte aree di trasformazione che dipendono dall’afflusso di cibi, fibre, e altre materie prodotte altrove, trasporti sostenuti prevalentemente dai derivati del petrolio.
Questa dipendenza dai combustibili fossili tocca anche attività di primaria importanza come l’agricoltura industriale moderna, che è un modo più o meno efficiente di trasformare petrolio in cibo: tutti i macchinari sono basati sul motore a scoppio e il petrolio è indispensabile per la sintesi di pesticidi, fertilizzanti e per i materiali plastici utilizzati. Ma anche la potabilizzazione e la distribuzione dell’acqua dipendono dal petrolio, come la medicina moderna con i farmaci e i vari materiali medici, la produzione di plastiche e l’estrazione di risorse minerarie strategiche come rame e ferro.
Sfortunatamente il petrolio si è formato centinaia di milioni di anni fa, in un processo durato molti milioni di anni e non è perciò una risorsa rinnovabile. Le previsioni fatte dai più diversi organismi internazionali prevedono un picco di produzione (il picco di Hubbert) entro questo secolo, osservatori indipendenti e certamente più disinteressati lo prevedono molto prima.

Le alternative al petrolio e i limiti della crescita.
Nell’esaminare le alternative al petrolio ci si deve porre una serie di domande che riguardano l’estrema convenienza del petrolio come sorgente energetica e la dipendenza delle nuove fonti, almeno in una fase iniziale, dal petrolio stesso. Se si pensasse di scegliere un’alternativa basata sulle rinnovabili (ad esempio solare ed eolico per produrre elettricità) andremmo incontro a grandi problemi e, probabilmente, a grandi delusioni. Quanto tempo e quanta energia tratta dai combustibili fossili ci vogliono, per esempio, per sostituire gradualmente un intero parco di molti milioni di veicoli basati sul motore a scoppio con uno basato su motori elettrici? E per concepire e mettere in atto una transizione al nucleare o ad un’altra tecnica di produzione energetica?
Pensando alla bassa intensità energetica delle fonti rinnovabili, rispetto al petrolio, ci si rende conto subito che esse sono inadeguate a sostenere una società in continua crescita. I fautori della crescita, infatti, hanno pochissima simpatia per le fonti rinnovabili, preferiscono il carbone, il nucleare e l’idrogeno. L’idrogeno è, in effetti, un vettore e non una fonte energetica primaria, quindi non vale la pena neanche di parlarne se non per dire che, per ora, resta un sogno per un futuro lontano. Carbone e nucleare hanno il problema di essere comunque risorse non rinnovabili e continuano ad avere, in modo diverso, pesanti implicazioni in termini di impatto ambientale e sociale.
L’umanità si confronta oggi con alcuni dilemmi di grande portata. La crescita esponenziale della popolazione negli ultimi due secoli e mezzo ha reso gigantesca l’impronta dell’uomo sul pianeta. Un aspetto fondamentale della consapevolezza ecologica è che essa non si basa su principi morali, ma su considerazioni razionali e solidi principi scientifici. L’uomo non è indipendente dal resto della natura, ma ne è parte integrante, e le conseguenze di un collasso ecologico sarebbero disastrose per la stessa società umana.
Purtroppo le classi dominanti sembrano incapaci di cogliere la maggior parte delle urgenze che si stanno accumulando e nel mondo prevalgono ideologie che conteggiano i danni inflitti all’ambiente con un solo parametro, la ricchezza, misurata da un’unica unità di misura, il denaro. È in questo modo che la religione dell’economia di mercato pensa di governare un sistema complesso come l’ecosistema globale. fautori della crescita dicono spesso che la storia ha dimostrato che le paure dei catastrofisti sono sempre state smentite. Io mi chiedo quanti catastrofisti sono stati smentiti nei crolli storicamente accertati delle grandi civiltà del passato: se c’è qualcosa che la storia ha dimostrato questo è che le civiltà prosperano, crollano o sopravvivono per un numero limitato di fattori, i primi dei quali sono i fattori ambientali.

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