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"Ambiente" di Mario Marchitti Stampa E-mail

Le vacanze di Natale e di fine anno hanno visto Marchittieff impegnato alla stesura dei Grundrisse e della General Theory. In anteprima, per gli amici di RientroDolce, viene offerto un assaggio del capitolo riguardante l'Ambiente.
Il dizionario Zanichelli alla voce “ambiente” fornisce le seguenti definizioni:
- che circonda, che sta intorno
- il luogo, lo spazio fisico, le condizioni biologiche in cui un organismo si trova
- l'insieme delle condizioni sociali, culturali, morali in cui una persona vive
- stanza, locale, vano

Di recente, però, si tende a limitare il significato del termine ambiente a quello naturale, visto come un territorio intatto, o poco modificato dall'intervento e dall'opera dell'uomo. L'uso riduttivo del termine può essere  utile quando si rivolge l'attenzione al paesaggio naturale, alla salvaguardia delle risorse naturali,  della salubrità dell'aria, dell'acqua, ecc. Però, in una strategia politica, l’accezione ristretta del  termine indebolisce l'azione. Probabilmente il fallimento del “partito verde” in Europa, e soprattutto in Italia, è stato causato dall'immagine con cui il partito è stato presentato, e che il partito stesso ha contribuito a determinare; infatti esso viene tuttora considerato come un partito di interdizione e di blocco all'azione del governo sul territorio. Va detto che anche altri importanti termini/concetti, entrati nel teatro della politica italiana, sono stati utilizzati in modo riduttivo, ma in questi casi per spregiudicate tattiche politiche. Si pensi ai termini quali "vita", "pace", e "libertà", con i quali i vari leader hanno giocato le loro partite politiche servendosi di particolari accezioni di quei termini. Ad esempio la "vita"  è stata invocata per la difesa di un grumo di cellule o per il divieto di staccare la spina al "vegetale" sofferente o incosciente; la "pace" è diventato un termine da invocare contro la politica di alcune nazioni; mentre il termine "libertà" è stato utilizzato per piegare l'attività economica nelle società occidentali agli interessi personali; in questo senso la "libertà" è stata declinata in liberismo, in libero mercato, in mercato autoregolato, per coprire e giustificare dubbie pratiche finanziarie e industriali di  grandi società o multinazionali, per sfruttare e impossessarsi delle risorse del territorio e del bene comune.
 
Se si considera esclusivamente l’ambiente naturale, allora l’esame delle trasformazioni di quest’ambiente, con il passaggio dall'era paleolitica a quella neolitica, è sconcertante; perché quel passaggio è consistito proprio nella capacità dell'uomo di modificare e di trasformare l'ambiente naturale che lo circondava, e non di subirlo e di adattarvisi come le altre specie animali. Se prima, nel paleolitico, l'uomo vive di raccolta e di caccia, e dorme in caverne; ora, invece, nel neolitico, coltiva i campi, alleva gli animali e costruisce delle abitazioni. Pertanto, occorre risalire a quelle epoche per trovare le prime radicali trasformazioni dell’ambiente naturale; perché: cosa c'è di più "innaturale" della terra lavorata per favorire la crescita di una monocoltura? o della "violenza" sugli animali per tenerli in cattività? o dell'occupazione/trasformazione del territorio con la costruzione di abitazioni? L'uomo che noi conosciamo, quindi, di cui siamo in grado di raccontare la storia, ha sempre vissuto e si è sempre mosso per lo più all'interno di un mondo "ricreato", che per larga parte è stato il frutto della sua opera, della sua capacità di trasformazione. Ciononostante, solo a cavallo dell'ottocento, in piena rivoluzione industriale ed economica, la riflessione sull'ambiente e sulla natura si pone all'attenzione di intellettuali, letterati e artisti. Questa élite dà origine a correnti culturali e artistiche quali il romanticismo, il naturalismo, il verismo, quasi come reazione all'industria e alla tecnologia; nasce anche l'archeologia come riscoperta di un mondo antico, di uno spirito umano primigenio. Il coinvolgimento del grande pubblico, nella riflessione sull’ambiente, arriva molto più tardi, a partire dai decenni '60 e '70 del novecento (si pensi, in Italia, alle canzoni di Celentano, come Il Ragazzo della Via Gluck,  Un Albero di Trenta Piani). In effetti, la rivoluzione industriale, grazie all'invenzione di nuove tecnologie produttive, all'uso dell'energia termica per far funzionare le macchine, viene perlopiù percepita come una trasformazione tecnico-economica che determina un aumento esponenziale della produzione di merci. Il capitalismo è l'ideologia economica che accompagna quella trasformazione, assieme all'imposizione, nei primi decenni dell'ottocento, del libero mercato, del mercato autoregolato come noi oggi lo conosciamo. Va detto che i mercati sono istituzioni molto più antiche, e molto diffuse; ma i mercati nell’antichità non erano autoregolati, anzi erano rigidamente controllati e organizzati. Solo con la rivoluzione industriale assistiamo all’affermarsi di questo particolare tipo di mercato, che oggi, erroneamente, si pensa sia quasi connaturato all’uomo.
 
Con la rivoluzione industriale avviene anche una trasformazione della psicologia umana, un'alterazione della percezione dell’uomo nei confronti di ciò che lo circonda: perché prima l’uomo si sentiva parte integrante di ciò che produceva, anche perché quel prodotto era per lo più destinato all'autoconsumo, all'uso personale; comunque la sua attività era inserita all'interno di una comunità di cui l'economia era parte integrante e quindi invisibile. Ora invece la sua attività produttiva viene indirizzata alla vendita, allo scambio; pertanto, subentra un sentimento di alienazione, uno stato di reificazione, cioè qualsiasi cosa che ora l'uomo produce viene gradualmente a perdere la relazione con se stesso, per diventare una merce con un prezzo. Probabilmente, in seguito a questa trasformazione della psicologia umana, anche l’ambiente ne risulterà influenzato, modificato e compromesso, soprattutto se diamo al termine la sua originaria accezione. In generale, la rivoluzione industriale viene giudicata positivamente, per via dell'indiscusso miglioramento delle condizioni materiali di vita. (Va detto che il confronto fra le condizioni di vita odierne con quello delle epoche passate è controverso, perché, in uno stesso periodo, le condizioni possono mutare considerevolmente da luogo a luogo; inoltre possono verificarsi, in un breve arco di tempo, periodi di relativa prosperità materiale, e subito dopo carestie e pestilenze: si pensi alla peste nera che a metà del XIV secolo si abbatte all'improvviso in Italia e in Europa, nel momento del loro massimo splendore artistico e civile, e che nel volgere di pochi anni ne dimezza la popolazione. Il confronto è controverso anche perchè i segni del passato non sono di facile interpretazione: si pensi all'entusiasmo dell'urbanista e sociologo Lewis Mumford nell'ammirare i resti di Pompei, e al contempo nel biasimare i suoi contemporanei americani che costruivano città dove la gente viveva, a suo giudizio, in condizioni di degrado rispetto agli antichi romani). Un dato che viene offerto come inoppugnabile è la speranza di vita, sempre in crescita, specialmente a partire dalla rivoluzione industriale. Occorrerebbe però analizzare meglio i parametri e i criteri utilizzati per calcolare questi dati, e per produrre le relative statistiche. Perché, ad esempio, stupisce la longevità di quasi tutti i filosofi dell'antica Grecia, e di molti artisti, che, nonostante appartenessero a classi non particolarmente privilegiate, sembra vivessero per il doppio o il triplo della vita media che viene stimata per quelle epoche.
 
Comunque, il primo impatto, e anche il più visibile, della rivoluzione industriale sull’ambiente esterno riguarda le trasformazioni sull’architettura  e sull’urbanistica; infatti, l’ambiente fisico-spaziale in cui vive una comunità, una società, è caratterizzato principalmente dal ruolo che svolgono l’architettura e l’urbanistica, che determinano quelle relazioni e funzioni  fra gli edifici per le abitazioni, le strade, le piazze, i giardini, gli edifici pubblici; relazioni che possono determinare una particolare armonia, atmosfera, personalità, e, appunto, un certo tipo di ambiente. Si può constatare allora che, a partire dalla rivoluzione industriale, si assiste alla graduale perdita del paesaggio urbano e rurale, dell'ambiente di vita comunitario. La perdita non riguarda una questione estetica circa le singole costruzioni, gli edifici più o meno attraenti, uno stile esteriore; in effetti, dalla rivoluzione industriale, si sono succeduti innumerevoli stili e correnti architettoniche. La perdita riguarda piuttosto un complesso di relazioni, armonie, atmosfere, personalità; appunto, un certo tipo di ambiente. La perdita del paesaggio urbano e rurale è passata sotto silenzio nella società, anche perché l’attenzione è stata rivolta alle straordinarie innovazioni tecniche che venivano messe al servizio dei cittadini: come l'impiantistica in casa, con l'acqua corrente, il riscaldamento, l'elettricità, che hanno migliorato sensibilmente la qualità della vita. Però se si fa un confronto, anche superficiale, fra i quartieri periferici odierni e i centri storici antichi, il risultato lascia sgomenti. Nonostante l’immensa disponibilità di energia, di materiali e di tecniche costruttive, lascia sgomenti la crudeltà e l'idiozia con cui hanno operato gli urbanisti e gli architetti al soldo delle amministrazioni e delle imprese; perché il disordine, il caos e la bruttezza sono le caratteristiche delle periferie urbane e dei nuovi insediamenti rurali: sembra quasi che l’attività di costruzione si sia limitata a spalmare una crosta di cemento e asfalto sul territorio, trattenuta e ancorata al suolo da tondini di ferro.
 
Probabilmente, in occidente, la recente e smisurata disponibilità di cibo, di merci, di prodotti, e la possibilità di spostamenti rapidi per tutti hanno fatto credere che vi fosse un prezzo da pagare; pertanto il sacrificio del territorio e dell'ambiente è stato accettato in cambio delle accresciute disponibilità materiali, delle comodità, del lusso. Cioè ci si è rassegnati a vivere in quartieri degradati, in dormitori, dove, fuori dal proprio alloggio e dal proprio posto di lavoro, non esiste un ambiente accogliente, una vita comunitaria, sociale. Poi, si pensa di recuperare quei territori e quegli ambienti negati con dei viaggi verso le città d’arte storiche, verso le località marine, montane, apparentemente rustiche o antiche. Ma gli stessi luoghi del passato subiscono trasformazioni che ne snaturano l’atmosfera, lo spirito, la personalità; quei luoghi vengono considerati come scrigni, quadri; soprattutto vengono privati della popolazione e dell’attività originaria, per sostituirle con attività commerciali di ciarpame, paccottiglia; oppure con i prodotti della ricchezza anonima e internazionale, come l’alta moda, le banche, le assicurazioni. Si pensi ad esempio a Venezia, Assisi, al Campo dei Miracoli a Pisa, ecc; ridotte a icone, a ricordini, a sfondi per una bella fotografia; prese d’assalto da masse di turisti.  In alternativa al viaggio turistico come fuga, spesso in posti possibilmente lontani migliaia e migliaia di chilometri, chi rimane in casa guarda la televisione che offre come programmi di maggior successo i quiz e i reality.
 
Comunque, fino a pochi decenni fa, l’ambiente è stato “sacrificato” prevalentemente sotto l’aspetto relazionale, funzionale, estetico; oggi invece, con l'esplosione della potenza delle macchine, e della capacità dell’uomo di modificare, in modo esteso e massiccio, il territorio e la biosfera, occorre registrare anche alterazioni fisico-chimiche della terra, degli oceani e dell’atmosfera. Difatti ci sono fondati studi e proiezioni statistiche che indicano che vi è in atto un’alterazione pericolosa della composizione chimica dell’atmosfera terrestre, che sta causando l’effetto serra; che sono in via di esaurimento accelerato le risorse più utilizzate, a cominciare dagli idrocarburi che sono la risorsa energetica basilare; pure sono preoccupanti l’avanzata desertificazione dei territori, il depauperamento della fauna ittica, l’impoverimento della biodiversità.
 
Finora le critiche portate dai cosiddetti ambientalisti al sistema economico e produttivo sono state di tipo formale/quantitativo: cioè si denuncia l’inquinamento che si produce, la sottrazione di risorse al pianeta. Pertanto è stata proposta la contabilizzazione delle cosiddette esternalità, come l’inquinamento da CO2 con la carbon tax; il monitoraggio delle risorse al fine di prevenire un loro esaurimento improvviso, ecc.  Si tratta comunque di critiche e correzioni che si innestano nello stesso orizzonte culturale o ideologico del sistema che determina il clima e l'ambiente in cui viviamo. Cioè si accetta il sistema economico così com'è: il suo tendere all'ottimo, alla massimizzazione/minimizzazione dei prodotti/costi; e si cerca di intervenire sul sistema cercando di porre dei limiti, dei vincoli, per contenere il potere distruttivo di certe forme produttive. E’ una strategia che rischia di promuovere rimedi che sono peggiori dei mali che si intendono combattere: si pensi alle linee per l'alta velocità ferroviaria, costruite con l'obiettivo di porre il treno in concorrenza con l'aereo, visto come “il” male: un’idiozia a livello tecnico, economico e ambientale; si pensi alle tradizionali torri eoliche come giganteschi chiodi conficcati sui crinali più belli delle montagne, spesso installate anche in luoghi di scarsa ventosità; si pensi ai pannelli fotovoltaici quando vengono installati sui territori agricoli; si pensi a certe bufale energetiche, quali l'idrogeno o i biocarburanti, che hanno occupato e monopolizzato lo spazio sui giornali, e che per anni hanno distratto il pubblico, facendo  credere alla presenza di alternative credibili al petrolio.
 
Con più perspicacia, la critica al sistema economico, come minaccia all’ambiente, è stata indirizzata al parametro economico per eccellenza: la crescita, il PIL (Prodotto Interno Lordo). Il Club di Roma e il suo animatore Aurelio Peccei, hanno riscosso per primi un discreto successo mediatico, nei primi anni ’70, nel denunciare il mito della crescita e le problematiche connesse. Nel loro libro manifesto, The Limit to Growth (tradotto con I Limiti dello Sviluppo, invece che della crescita), si elaboravano studi e proiezioni circa l'andamento delle riserve naturali più importanti rispetto al ritmo di crescita economico richiesto; nel libro veniva lanciato con largo anticipo l'allarme circa il pericolo di un rapido esaurimento di molte risorse. Di recente gli scienziati associati in AspoItalia hanno confermato quelle proiezioni: oggi il mondo si trova su una pericolosa china filoidrocarburica e antiecologica che ci ha già portato a due guerre per il petrolio, che ha già determinato cambiamenti climatici avvertibili. Comunque, va detto che il manifesto del Club di Roma è circoscritto al solo ambito scientifico, tecnologico, statistico. Su questa scia, i più audaci e radicali fra gli economisti e ambientalisti propongono tout court la “decrescita economica”, e anche la sostituzione del PIL con altri parametri, come il FIL (Felicità Interna Lorda), o l’indice di sviluppo umano, o l’indicatore del progresso genuino. Ma si ritiene che la critica alla “crescita” debba prima di tutto riguardare l’assurdità concettuale dell’obiettivo in sé.  In effetti, una critica al sistema produttivistico era stata portata, molto prima del Club di Roma, da storici, sociologi ed economisti quali Karl Polanyi, Lewis Mumford, Cornelius Castoriadis, Ivan Illich. Quest'ultimo guardava con simpatia il Club di Roma e gli scienziati che vi operavano; ne prendeva però le distanze, preferendo indagare altri aspetti del sistema industriale ed economico, quali la controproduttività verso cui tende la moderna società nel suo affannoso dibattersi per raggiungere i massimi livelli produttivi. Illich partiva da un'ovvia considerazione, e cioè che prodotti e servizi offerti oltre un certo limite, oltre un certo livello critico, producono controfunzioni. Banalmente, si può dire che troppa scuola rende ignoranti, troppa medicina fa ammalare, troppa energia paralizza. L'oggetto che fino a poco tempo fa identificava la società industriale era l'automobile, mentre oggi si può dire che l'identificazione è stata trasferita al personal computer. Su questi due oggetti, quasi mitologici, tanto cari all'uomo moderno, si può osservare come la controproduttività si manifesti in modo clamoroso e lampante; perché la diffusione dell'automobile sta portando ovunque alla paralisi della mobilità e alla congestione nelle grandi città; e l'introduzione capillare dell'informatizzazione nell'amministrazione e nell'industria aumenta il tasso di burocrazia e la relativa spesa. Ovviamente non si tratta di rifiutare una tecnologia o un’innovazione, ma si tratta di capire prima l'obiettivo che si vuole ottenere, a cui tendere, e poi di subordinare l’attività e i mezzi a questi obiettivi. Al contrario di ciò che si fa oggi, dove è preminente l'aumento della produzione, e l'uomo e la società si devono adeguare a quest’obiettivo.
 
Si ritiene necessaria soprattutto una riflessione sul sistema produttivo e dei consumi, in relazione all’individuo in quanto persona. Ad esempio il termine “consumatore” è molto presente nei discorsi economici odierni: un termine che, derivando da “consumare”, non è molto felice nell’indicare gli individui o le persone. Si parla anche di consumo di cultura, di libri, di scuola. E per favorire il consumo, oggi noi siamo sommersi dai prodotti, ci ammaliamo per troppo cibo, siamo bombardati continuamente da nuovi oggetti tecnologici: ad esempio, oggi, anche i meno abbienti possono acquistare lettori musicali che consentono di ascoltare praticamente tutta la musica del mondo: è come se si avesse a disposizione un’orchestra in casa, una possibilità che era riservata a pochissimi privilegiati anche all’inizio del ‘900; con internet si può accedere a milioni di testi e di biblioteche on line; anche i meno abbienti possono permettersi viaggi in giro per il mondo. Paradossalmente però, economisti e politici sono impegnati nel proporre programmi e politiche volte all’incremento produttivo, dei consumi, alla riduzione dei costi monetari, in una folle competizione di tutti contro tutti, a ogni livello.  La spinta all'aumento della produzione non riguarda solo il lato materiale, ma anche quello immateriale dei servizi; si pensi a come si sono gonfiate le istituzioni scolastiche, sanitarie, politiche, amministrative; di pari passo il loro funzionamento è sempre più difettoso, tanto che Ivan Illich ha dedicato al malfunzionamento della scuola e della sanità alcuni fra i suoi libri più famosi: Descolarizzare la Società e Nemesi Medica. Non dovrebbe essere difficile cogliere questa situazione aberrante, se solo non fossimo così frastornati dal mito produttivistico, dal Prodotto Interno Lordo. Il mito della crescita è comunque consolidato, radicato a un livello profondo, soprattutto fra i politici e gli economisti al governo; e non è semplice riuscire a riorientare l’attenzione su altri aspetti della società. C’è anche da tenere presente che il sistema econometrico ci obbliga alla crescita continua per potere pagare il debito pubblico e per potere dare occupazione alle persone, anche se la maggior parte delle persone svolge lavori inutili o dannosi. Quindi, c’è da ripensare al sistema economico, riformarlo dal profondo, anche perché la moderna teoria economica è ridotta a uno stato pietoso, deplorevole, e cercare di correggerla è come  cercare di frustare e risvegliare cavalli morti. Occorre soprattutto ripensare ai termini che utilizziamo, a cominciare dalla moneta, che è il sangue dell’economia; ripensare alla definizione di lavoro e di occupazione, alle modalità di gestione della spesa pubblica. Oggi la moneta, inspiegabilmente, viene emessa a debito, quindi gravata da interessi, che obbligano il sistema produttivo ad accrescere l’output per potere ripagare il debito e gli interessi, in una spirale pericolosa, esplosiva. Ma la moneta, oltre a essere merce, è anche segno, contratto, quindi elemento giuridico, pertanto sarebbe necessario che si ponesse in atto anche riforme profonde a livello di tecnica bancaria e monetaria.
 
Però l’economista pragmatico, nella sua saggezza convenzionale, è convinto che le persone, i consumatori vogliano sempre più merci, prodotti; che aspirino a una maggiore ricchezza: “Hai visto mai che i consumatori non vogliano aumentare il proprio reddito?” Sì e no, verrebbe da rispondere. In effetti, in questi ultimi anni il degrado sociale, economico ed ambientale, e il timore per il futuro, fanno maturare altri valori nelle persone, determinano uno spirito critico nei confronti della cultura dell’omologazione; si comincia anche a porre in secondo piano il livello dei redditi. Purtroppo l’azione dei persuasori occulti è ancora molto presente, coi programmi di intrattenimento e la pubblicità idiota che l’accompagna.  La rivoluzione industriale, la nascita del libero mercato, lo scorporamento dell'economia dalla società hanno indotto una polarizzazione dell'attenzione verso i prodotti, l'utilità, il prezzo, la contrattazione; e la società è passata in secondo ordine, è diventata quasi di ostacolo alle leggi di questa economia.  Anche i rapporti e i valori sociali sono stati condizionati o influenzati dal sistema economico. Il termine proletario, che si è diffuso con la rivoluzione industriale, indicava la classe che “possedeva” solo i figli. Pertanto, non potendo partecipare, se non passivamente, al nuovo ordine delle cose, il proletario reagiva producendo ciò che per lui era l'unico valore rimasto a sua disposizione: la figliolanza. Quindi, l'incremento demografico può essere visto sia come il frutto delle accresciute disponibilità materiali, sia del disgregamento della società. Robert Malthus invece cercherà di giustificare l’incremento demografico come un fenomeno connesso a ineluttabili leggi naturali, come espressione di una legge biologica a cui si oppone l'altra legge della produzione fisica dei prodotti della sussistenza (la crescita esponenziale contro quella lineare). Oggi, l'esplosione demografica è un altro dei segni della perdita di controllo da parte della società sull'ambiente. L’associazione radicale RientroDolce si è data come mission l'azione volta a sensibilizzazione la comunità verso questo disastro sociale. Molti però ritengono che una politica denatalista possa essere ostacolata dalle autorità religiose, o da certe politiche nazional-nataliste che vedono favorevolmente l’incremento demografico, per fornire “figli per la patria”. E’ un aspetto interessante e controverso. Pure è interessante capire come invertire al più presto la tendenza all’incremento demografico, perché non è sufficiente la diminuzione della velocità di crescita della popolazione, come oggi si sta manifestando.
 
Più volte si è sentito ripetere da molti economisti e politici che l'individuo viene prima della società (addirittura,  quella bifolca che ha guidato il governo inglese negli anni ’80 sosteneva che la società non esisteva, perché lei vedeva solo gli individui - confondendo così la categoria di individuo con tizio e caio), come un chiaro invito a coltivare i propri interessi, senza preoccuparsi della società, perché poi ci pensa "la mano invisibile" a integrare l'azione individuale in un vantaggio collettivo. Riguardo a questa ideologia e aspettativa salvifica, che veniva riposta sul mercato e sugli interessi personali, Karl Polanyi rimprovererà ad Adam Smith l'avere introdotto una filosofia funesta in economia: una mistificazione del passato che avrebbe ipotecato il futuro. Chi antepone l'individuo alla società, commette un errore metodologico; perché società e individuo sono categorie che nascono in coppia, assieme, come la "destra" e la "sinistra", il "sopra" e il "sotto", l'"elemento" e l'"insieme"; e non ha senso chiedersi se viene prima l’una o l’altra , se è più importante la prima o la seconda. Invece sembra proprio che la società sia di impiccio all’economia odierna, e che l'ambiente non sia un parametro degno di considerazione, se non entro particolari e limitate forme di monetizzazione, come l'istituzione dei parchi, dei siti archeologici, dei centri storici, dei musei ecc, che devono essere una risorsa per fare business, prodotto , PIL.
 
L'economia e la produzione industriale oggi sono diventate tanto potenti al punto che minacciano la vita stessa dell'ecosistema, minacciano direttamente l'ambiente naturale, visto come un pozzo senza fondo dove potere attingere ciò di cui si ha necessità. C’è comunque il sospetto che non saranno questi allarmi, ben documentati, che potranno cambiare la direzione del sistema. Anche se vi fosse disponibilità di petrolio per migliaia di anni, e si fosse trovato un modo sicuro per sequestrare la CO2, occorre tenere presente il degrado morale che la continua immissione di energia e di prodotti determinano nel tessuto sociale. Un degrado che oggi si può riscontrare nello svilimento della politica, dei rapporti sociali, delle relazioni internazionali (una volta si poteva viaggiare liberamente e con poca spesa in molte nazioni sud orientali, mentre oggi il turista in molte nazioni viene scortato). L’ambiente sociale si è deteriorato: la dolce vita, la leggerezza nei rapporti umani sono svanite; mentre è subentrata la conflittualità sociale, con l’aumento delle cause processuali; le persone sono meno serene, c’è più diffidenza reciproca; anche la produzione artistica e letteraria è sempre più scadente; ma l’importante sembra il possesso dei SUV, di seconde/terze case, la cui gestione però assorbe il tempo e le risorse del suo possessore; l’importante sembra sia la possibilità di fare viaggi di decine di migliaia di chilometri, in luoghi dove poi si ritrovano per lo più le stesse cose del luogo da dove si è partiti, e dove ci si annoia anche molto.
 
Un cambio di rotta per l’economia e la politica, che possa fronteggiare e rimediare ai danni causati all’ambiente, richiede la consapevolezza che questi aspetti sono intrecciati, correlati. Occorre riconoscere che l’ambiente è ciò che ci circonda, è pertanto anche un territorio e uno spazio fisico ricreato, sono anche le relazioni sociali, i rapporti interpersonali. L'economia fornisce e coordina gli strumenti per creare quest'ambiente; principalmente attraverso il lavoro, la terra (intesa come le risorse naturali) e i rapporti di scambio effettuati con la moneta. Oggi invece, la moneta e il credito sono al servizio dei giochi della finanza, e questa al servizio di pochi potenti, neanche tanto mascherati. Occorre capire che l'economia determina l'ambiente nei due sensi: da una parte lo costruisce, dall'altro si appropria dei suoi elementi. Infine la politica è il processo con cui si fissano gli obiettivi da perseguire attraverso la creazione del consenso da parte dell’individuo e della società.
 
Comunque, alcune semplici riforme potrebbero essere attuate da subito, ma occorre volontà e lucidità. Ad esempio una decisa azione volta al miglioramento del nostro ambiente potrebbe cominciare proprio dal territorio, dal divieto sic et simpliciter di occupazione di nuovo territorio ai fini di edilizia, pubblica o privata; pertanto occorre indirizzare l’attività edilizia alla ristrutturazione, all’abbellimento, al rinnovamento dei siti già occupati, occorre rianimare la mortifera crosta di asfalto e cemento già depositata; e lo slogan per questa operazione potrebbe essere: meno cemento e più rinascimento. Nelle relazioni di lavoro occorre limitare il rapporto fra gli stipendi massimi e minimi all’interno delle grandi società, al fine di favorire l’ecologia sociale e di attenuare l’ideologia della crescita.  
 

Geminello Alvi, un'economista sicuramente non marxiano, nel suo libro, Le Seduzioni Economiche di Faust, in uno dei suoi passaggi più ispirati, ebbe a scrivere: "Scienza newtoniana e capitalismo sono impensabili separati perché ambedue richiedono un pensiero privo di levità, densificatosi nella costruzione di artifici. Non importa al calcolo mercantile la percezione della vita nella natura, ma piuttosto la sua meccanizzazione". Secondo Karl Polanyi, storico dell’economia, una delle grandi trasformazioni della rivoluzione industriale e del mercato autoregolato, è stato lo scorporamento dell'economia dalla politica e dalla società. Nel suo libro più famoso, La Grande Trasformazione, si legge: "La nostra tesi è che l'idea di un mercato autoregolato implicasse una grossa utopia. Un'istituzione del genere non poteva esistere per un qualunque periodo di tempo senza annullare la sostanza umana e naturale della società; essa avrebbe distrutto l'uomo fisicamente e avrebbe trasformato il suo ambiente in un deserto". Un libro scritto più di sessant’anni fa, un libro profetico.

NOTA

La presente versione di questo intervento è del 30 Settembre 2010. Esso è apparso per la prima volta alcuni anni prima sul forum di radicali.it

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